Più o meno le località che ci hanno ospitati in questi giorni le avevamo già visitate almeno una volta ed oggi stata la volta di Landshut, dove siamo ritornati dopo più di venticinque anni; infatti era stata una delle mete di un viaggio fatto da fidanzatini, che ho rivisto volentieri visto che non rammentavo nulla fuorché il nome.
Una porta della città in prossimità del tramonto La torre, purtroppo chiusa per restauro Ma quanto belle sono queste casette?
Ci siamo limitati ad un breve giro in centro senza troppo approfondire perché volevamo solo gustarci l’atmosfera festiva, infatti la città è meravigliosamente addobbata anche nelle zone limitrofe il centro, lontane dalla “Fussgängerzone” ovvero da quelle meravigliose zone pedonali tanto diffuse in questo paese e che ho sempre apprezzato moltissimo.
Il mercatino
La chiesa che vedete sullo sfondo di alcune foto è la Martinskirche, caratterizzata dalla stupenda torre gotica alta ben 130,60 metri, ma purtroppo non ho modo di mostrarvi altro in quanto chiusa per restauro.
L’ultimo Glühwein ♥️
Il centro è organizzato su una griglia con due assi viari principali denominati Altastadt e Neustadt (città vecchia e città nuova), che corrono lungo l’Isar per essere collegati dalle Gasse, ovvero da strade minori; la Altstadt è quasi completamente pedonalizzata e circondata da quegli edifici meravigliosi che vedete nelle foto e che sembrano costruiti con i mattoncini Lego. La visita al Christkindlmarkt è stata assolutamente soddisfacente vista la varietà delle bancarelle, tra decorazioni natalizie e calderoni di Glühwein, in un’atmosfera di festa che riscaldava il cuore e che ci ha lasciato un altro ricordo indelebile di questa bella terra che amiamo da sempre e che ci ha sempre accolti con calore e buona educazione.
Arrivo alla birreriaLa fabbrica
L’indomani abbiamo iniziato a percorrere la strada del ritorno, da farsi su due giorni allo scopo di evitare lo stress, ma prima ci siamo concessi l’ultima visita di questa breve vacanza: la birreria statale di Weihenstephan di Freising, di proprietà del Land della Baviera, dove abbiamo avuto modo di pranzare in un’atmosfera accogliente e tranquilla… nemmeno serve precisare la bontà della birra, basti sapere che si tratta della birreria più antica del paese, primato conteso con quella di Weltenburg.
E la zona ristoroProst!E via verso casa (con l’immancabile libro sul cruscotto)!
Oramai non ci resta che ripartire per rivederci a casa dal mio salotto affacciato sulla libreria!
Sulla strada per l’abbazia, la quale sorge in riva al Danubio
Dopo due giorni eccomi nuovamente qui con voi, dopo aver saltato il post di ieri non avendo avuto modo di caricare la batteria del tablet, quindi mi trovo ad accorpare le due tappe in un post unico.
La chiesa dell’abbazia
Ieri siamo arrivati a Weltenburg con l’intenzione di visitare l’omonimo complesso abbaziale e la relativa birreria, tuttavia, nonostante il periodo che precede il Natale, la birreria era chiusa e dell’intero complesso l’unica visita consentita era alla chiesa (e al negozio, che lasciamo perdere visti i prezzi folli con cui erano stati marchiati gli stessi articoli visti poco prima al supermercato locale): la chiesa è piccola, ma un capolavoro barocco che sorge lungo le sponde del Danubio, con una navata a pianta ovale circondata da quattro grandi nicchie, la prima delle quali ospita l’organo con la cassa monumentale di Caspar Mayr e l’organo di Konrad Brandenstein, assolutamente spettacolare; ben presto si incontra la cordata divisoria che impedisce l’accesso a buona parte dell’ambiente, tuttavia è possibile intravedere un magnifico San Giorgio nei pressi dell’altare mentre per ammirare la bellezza dell’edificio è sufficiente alzare gli occhi, motivo per il quale preferisco lasciare il posto alle immagini tralasciando troppe descrizioni. Diciamo che, nonostante la mancanza della visita promessa, solo per la chiesa la visita vale la pena!
Già l’ingresso promette bene (lo so, vedete un divieto di scattare foto ma ci é stato concesso)E da qui in poi barocco puro!San Giorgio L’organoGli stucchi sulla volta
In serata abbiamo raggiunto Kelheim in quanto necessitavamo di un’area di sosta dovendo far rifornimento d’acqua al camper, il che ci ha permesso di incappare in un inaspettato mercatino bellissimo nonostante la pioggia battente che ci ha accompagnati sino alla cena, consumata nella locale birreria, molto accogliente ma non degna di nota come quella della quale vi parlerò a breve, casomai capitaste in zona.
La magia dei piccoli particolari
L’indomani abbiamo raggiunto Ingolstadt, a noi triestini nota solo quale stazione di arrivo dell’oleodotto transalpino che vede la partenza da Trieste… ed invece vale davvero una visita! Il centro è godibilissimo, largamente pedonale e gradevole in qualsiasi stagione, che ci ha accompagnati sino ad un mercatino bello e suggestivo del quale vi lascio qualche scatto. La città è arricchita da un bel castello dinanzi il quale poter ammirare una serie di bocche di cannone spettacolari che sembrano delle opere d’arte, il tutto facente parte di un complesso museale all’interno del castello, che abbiamo però disertato non essendo ammessi i cani al suo interno (e noi ne abbiamo due…).
Voglio ricordare un particolare di Ingolstadt, stante il mio amore per la letteratura , ovvero che nel romanzo Frankenstein di Mary Shelley il protagonista, Victor, è uno studente della locale università ed è proprio qui che crea la mostruosa creatura che dà il nome all’opera.
Un paio di porte della città
Il top della giornata la dedico al pranzo: siamo capitato casualmente alla Gaststätte Daniel, nella quale abbiamo mangiato del cibo delizioso, assolutamente degno di nota stante il perfetto equilibrio tra i sapori, la cura nella cottura e la grande attenzione per gli animali, un raro esempio di perfezione da dieci e lode!
Questo l’ho ammirato all’interno del Duomo, sapete l’amore che ho per i libri…Il castelloAlcuni di questi cannoni sono di derivazione turca
Vi lascio un po’ di immagini e ci rivediamo alla prossima tappa, l’unica degna di nota prima di intraprendere la strada del ritorno.
Un pranzo divino!Chiudiamo la giornata con un giretto ad un mercatino delizioso Ma la bancarella dedicata ai cagnolini? 🐶 Ed un ultimo Glühwein….
Siamo riusciti a scavare un’altra settimana di ferie quindi eccoci nuovamente a bordo di Chewbecca, stavolta alla volta della Svizzera: partiamo letteralmente appena usciti dal lavoro e la prima tappa è una sorpresa organizzata da Luca, il quale ha pensato bene di prenotare un tavolo per cena alla birreria di Pedavena, la più grande d’Europa. Pedavena è una piccola località situata in provincia di Belluno e a ridosso delle prime Dolomiti bellunesi, ne conoscevo la qualità della birra ma berla sul posto, spillata direttamente dalla produzione é un’esperienza mistica. Doveste capitare in zona non fatevela scappare, specie se consumata in birreria davanti ad una cena deliziosa : i prezzi sono onesti e i piatti perfettamente bilanciati, uniti ad un servizio semplicemente perfetto. Poco distante dalla birreria c’è lo spaccio, non propriamente economico ma si tratta di un punto di incontro per la vendita di tutte le delizie del territorio: imperdibile!
La birreriaGli interni, decorati da dei magnifichi affreschi che rappresentano la leggenda dei Monti PallidiIl loro mottoTra le pils piú buone mai bevute Tutto sommato questo blog nacque per parlare di cucina!E anche i dessert sono a base di birra
L’indomani abbiamo lasciato Pedavena alla volta di Tirano, in provincia di Sondrio, una strada inaspettatamente lunga da percorrere a seguito della qualità delle strade, estremamente impegnative se percorse con un camper, oltre al dover comunque affrontare tutto il passo del Tonale, tuttavia ce l’abbiamo fatta ad arrivare in tempo per godere di un giro della cittadina, molto carina e vivace nonostante le ridotte dimensioni.
Vi lascio qualche assaggio in vista della meravigliosa gita che ci attende per l’indomani e che mi permetterà di spuntare un altro elemento dalla mia wish list visto che quest’anno andiamo proprio alla grande!
Passeggiando verso il centro storico di TiranoTra antiche fontaneE storiche torri, ora abitate, ma che ancora riportano le tracce di vecchi affreschiPiccoli altari negli angoli più nascostiAntichi gloriosi balconi male in arneseE moltissimi giardini pensiliLa basilica Madonna di Tirano del XVI secolo
Della basilica vi lascio alcuni scatti atti a comprendere la ricchezza architettonica, l’eleganza degli stucchi e degli affreschi che ne fanno una delle tre più belle chiese della Lombardia, unitamente al duomo di Milano e alla certosa di Parma; sono evidenti gli elementi rinascimentali, che la caratterizzano per equilibrio e bellezza, specie stante la coesistenza, al suo interno, di elementi toscani, lombardi e veneziani, assolutamente in perfetta armonia e senza causare alcuna sensazione di stonatura.
Ma il bello ci attende per domani, nonostante le previsioni del tempo non siano assolutamente clementi, il che mi dispiace soprattutto per le cagnoline che rischieranno di inzupparsi fino al midollo… quindi vi do appuntamento al prossimo post!
Siamo stati di nuovo in giro, questa volta rigorosamente a bordo del nostro amato Chewbecca e con la compagnia di Bubu e Margot: destinazione Serbia. Ma… se ti avanzano tre giorni liberi vuoi non spingerti un po’ più in là per scoprire un paese nel quale non sei mai stato? E da qui alla decisione di raggiungere Sofia il passo è stato brevissimo, quindi, seppur con notevole ritardo, riordino le idee e vi porto con me in questo viaggio inusuale e lontano dalle rotte turistiche di massa.
La preparazione della documentazione sanitaria per i cani, richiesta dal necessario rientro in Croazia, è stato alquanto controverso e complesso viste le informazioni scarse e confuse che abbiamo ricevuto, per poi precipitarci ad effettuare la titolazione anticorpale, fortunatamente risolta in breve tempo grazie all’efficienza tutta austroungarica della mia città. Abbiamo attraversato tre frontiere e se già il passaggio da Croazia a Serbia non è stato proprio veloce, quello tra Serbia e Bulgaria è stato devastante con due ore ed un quarto inchiodati in terra di nessuno a causa dei controlli troppo serrati, il tutto dopo una raffica di rallentamenti dovuti ad incidenti perché, detto tra noi, i serbi guidano da cani e nel totale spregio delle regole.
Sveti Nedelja (Santa Domenica)
Ma veniamo finalmente al paese che ci ha ospitati, il più povero dell’area Schengen, e a Sofia, la capitale: è un paese controverso, proiettato verso il futuro da una parte della popolazione e arenato in un’immobilismo arcaico da un’altra percentuale di cittadini, un po’ per l’atmosfera fortemente sovietica che ancora permea la realtà e che rende tutto molto decadente, almeno in periferia, e un po’ per la nutrita percentuale islamica, tenacemente incatenata alla propria tradizione, al limite del fanatismo, che non permette al futuro di trovare spazi di espansione.
Il centro di Sofia è bellissimo e ricco di potenzialità, ci accoglie con la statua di Santa Sofia, per poi farci scoprire la cattedrale (una delle due) di Sveti Nedelja, chiesa ortodossa la cui struttura originale risale al X secolo, dalla base in pietra e pareti lignee, poi eletta a cattedrale nel XVIII secolo, e nuovamente eretta dopo aver smontato la struttura in legno nel 1856, questa volta in pietra; purtroppo due anni dopo un terremoto provocò all’edificio dei danni tale da prorogare la costruzione fino alla fine del 1863 ed avere finalmente la consacrazione nel 1867. Successivamente vennero aggiunti il campanile, nel 1879, e a cupola, nel 1898; tuttavia la chiesa subì ulteriori danni nel 1925 a seguito di un attentato e venne riconsacrata nel 1933. Il risultato di così tanti interventi di restauro lo possiamo vedere nello splendore attuale dell’edificio, riccamente decorato come da tradizione ortodossa eppure mai appesantito da eccessiva opulenza.
Chiesa russa di San Nikolaj
Un vero spettacolo è stata la visita a San Nikolaj, una piccola chiesa russa ortodossa con degli esterni spettacolari e degli interni non da meno, purtroppo anche qui le foto sono state rubacchiate, comunque si tratta di un edificio sorto sulle macerie della moschea Saray, distrutta nel 1882 dopo la liberazione della Bulgaria dall’Impero Ottomano. Essa venne progettata dall’architetto russo Mikhail Preobrazhenski e venne intitolata al santo patrono di Nikolaj II di Russia, allora al comando della nazione.
Qui le foto sono poche e di scarsa qualità in quanto era vietato fotografare, nemmeno a pagare il permesso come ho fatto a Sveti NedeljaGli interni risultano anneriti a causa del fumo di candela e sono in attesa di restauro.
Nel corso degli scavi per l’attuale metropolitana sono stati rinvenuti dei resti romani, poi riportati alla luce e liberamente visitabili a testimonianza dell’antica Serdica, nome di Sofia all’epoca dei Traci, probabilmente derivato dal nome celtico della tribù dei Serdi.
Il Decumano MassimoTappa al ristorante russo con un buonissimo antipasto di verdure fermentate Un ottimo borscht vegetale con panna acidaRavioli alle ciliegie con sciroppo di mirtillo e panna acidaE la birra russa di LucaUn ristorante carinissimo ed impeccabile!
Dopo la pausa pranzo abbiamo avuto modo di visitare la Cattedrale di Alexandr Nevskij, anch’essa ortodossa, costruita in stile neo bizantino, la seconda per grandezza di tutta la penisola balcanica, seconda solo a quella di San Sava a Belgrado. L’interno è in stile italiano, ricco di alabastro, bellissimo nonostante vi possa mostrare solo poche foto rubate, come di consueto; essa è stata intitolata al principe russo Aleksandr Nevskij in quanto eretta per commemorare la morte di duecentomila soldati russi caduti nel corso della guerra russo turca del 1877-78, al termine della quale la Bulgaria ottenne l’indipendenza. Nel corso della prima guerra mondiale il Regno di Bulgaria dichiarò guerra alla Russia, il che portò a cambiare il nome dell’edificio intitolandolo ai Santi Cirillo e Metodio, per poi riprendere la denominazione originale nel 1920.
Chiesa di Aleksandr Nevskij
L’ultima tappa l’abbiamo riservata alla chiesa di Santa Sofia, la seconda più antica di Sofia, risalente al IV-VI secolo, e che cambiò il nome alla città da Sardica all’attuale Sofia. Anch’essa venne edificata sul sito di diverse chiese precedenti ed addirittura sui resti di un teatro romano; la chiesa attuale risale al regno di Giustiniano I, quindi al VI secolo, seppure negli anni convertita in moschea e nuovamente restaurata dopo il 1900.
Ultima tappa a Santa SofiaScavi a dimostrazione delle sue origini
La moschea di Banya-Bashi merita un capitolo a parte: stupenda, assolutamente meravigliosa. Ma… iniziamo da principio: come ben sapete, se avete letto della mia esperienza egiziana con l’Islam, ho riscontrato un enorme rispetto, cosa che qui mi ha letteralmente schifata. Mi sono presentata all’ingresso seguendo le regole indicate, coprendomi il capo, togliendomi le scarpe, sono entrata con il massimo rispetto ed educazione ma, al suo interno, ho rinvenuto fedeli che bivaccavano, che dormivano, alcuni che strillavano in viva vice al cellulare, alcune turiste in shorts inguinali ma il cretino integralista di turno mi ha presa di mira rincorrendomi con una pezzetta per farmi coprire le ginocchia e gridando all’orrore. Ho scattato le foto e me ne sono andata, fine della storia, avendo avuto l’ennesima dimostrazione che i problemi non li creano le religioni ma l’ignoranza umana.
La moschea di Banya Bashi
Prima di rientrare al camper abbiamo approfittato per un giro al Mercato delle Donne, fondato nel XIX secolo, ricco di prodotti agricoli profumatissimi, alcuni punti di ristoro ed alcuni stand di merci importati: vi dico solo che un chilo di fichi strepitosi l’abbiamo pagato un euro e settantacinque!
Oramai siamo abbastanza stanchi, complice il caldo devastante, quindi rientriamo alla base e ci vediamo alla prossima tappa!
Nei post precedenti abbiamo visitato le maggiori attrazioni di Barcellona, tuttavia ci tenevo a concludere spaziando su altri angolini meritevoli di visita o almeno di un’occhiata, magari più lontani dalle consuete rotte turistiche e dai classici “tre giorni di vacanza”.
La fortezza sulla collinaE il panorama
Una visita in totale relax (o quasi, vista la penosa scalinata che ho dovuto affrontare sotto un calore devastante) e che merita per la magnifica vista del mare iberico è la salita a Montjuic, da farsi in funicolare, con la relativa salita al castello; si tratta di una collina di 192 metri che prende il proprio nome dal catalano Mont dels Jueus, che significa “monte degli ebrei”, il cui toponimo probabilmente risiede nella presenza di un cimitero ebraico sul monte. La collina ha sempre rivestito una posizione strategica grazie alla vista sul Mediterraneo e sul fiume Llobregat, tant’è che vi sorge il castello omonimo, una vera e propria fortezza dalla quale ammirare un panorama spettacolare sul mare.
Il museo del Football ClubGli interni futuristici del museo
Per gli amanti dello sport (non è il mio caso ma ho dovuto abbozzare) merita una visita il Museo del Barcelona Football, altamente tecnologico e realizzato con grande cura; purtroppo la visita allo stadio è interdetta a causa di lavori di rifacimento.
Il bacio…… e le tessere che lo compongono
Il murales del bacio, un mosaico stupendo realizzato da quattromila piccole tessere raffiguranti scene di diversa tipologia ma che, unite tra di loro, vanno a formare questa meraviglia intitolata “El mundo nace en cada beso” (Il mondo nasce in ogni bacio), altro 3,8 metri e largo 8 metri, opera dell’autore catalano Joan Fontcuberta. Lo potete trovare in Plaça d’Isidre Nonell, oltretutto accanto ad un ristorantino etnico delizioso! Esso è stato realizzato nel 2014 in occasione della Trecentesima Giornata della Catalogna, ricorrenza che annualmente ricorda l’11 settembre 1714, giornata in cui la Catalogna è uscita sconfitta dalla guerra di secessione spagnola, infatti le tessere con cui è stato realizzato vennero inviate dai lettori di El Periòdico de Catalunya, scelte tra le immagini rappresentative di momenti di libertà.
Le colonne del Tempio di Augusto
In una città così creativa e moderna si possono rinvenire anche alcuni onnipresenti resti romani, tra cui le colonne del Tempio di Augusto, sistemate in maniera molto originale in un cortile di un edificio medievale al numero 10 del Carrer Paradis: il tempio di Augusto si stima risalente alla fine del I secolo a.C. e le tre colonne in argomento sono le uniche conservate integralmente, mentre una quarta è stata ricostruita ed esposta in Plaça del Rei.
Il Palazzo della Musica Catalana, non è una meraviglia?
Il Palau de la Musica Catalana vale una visita, almeno all’esterno, perchè è un capolavoro: si tratta di una delle sale da concerto più belle al mondo, il palazzo è stato progettato da Lluìs Domènech i Montaner, uno degli architetti di punta del modernismo catalano; la costruzione iniziò nel 1905 e vide il completamento tre anni dopo, mentre nel 1997 il palazzo venne dichiarato Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.
Ma quanto bello è?Lasciamo perdere i prezzi di questo stand… da brivido!
La Boqueria, il mercato più famoso della città, è un tripudio di colori, frequentatissimo anche grazie alla posizione strategica sulla Rambla, ospita numerose attività commerciali: si tratta di un mercato antico, risalente ad una attività saltuaria di vendita di carne e pesce nel corso del 1200, ma solo nel 1840 venne inaugurato così come lo vediamo oggi. Vale una visita, assolutamente, con un occhio di attenzione verso i prezzi, alcuni davvero proibitivi! Perfetto per l’acquisto di una cena calda al volo a base di tapas e prodotti similari, ma non per farci la spesa se non volete lasciarci lo stipendio!
La colazione a Barceloneta
L’ultima tappa, già con lo zaino sulle spalle, l’abbiamo fatta a Barceloneta, in riva al mare dopo un’ottima colazione a base di churros (lasciamo perdere i prezzi elevatissimi ma la qualità era indiscutibile), seduti ad ammirare le onde che accarezzavano la spiaggia, godendo della brezza marina e riprendendo fiato dopo queste giornate intense e faticose! Abbiamo goduto di una città giovane, stupenda, colorata e piena di vita, tra paella e tanta sangria (sì, abbiamo bevuto anche altro, ma la sangria era divina, specie quella bevuta in un localino all’aperto nei pressi di Plaça Catalunya, una tripudio di frutta in un vino ghiacciato ottimo e aromatico), una città da visitare assolutamente, da vivere appieno, perfetta per chi ama l’arte, per chi ama la vitalità, per chi ama lo shopping (non manca nemmeno un brand, c’è tutto), per chi ama la vita!
Anche solo camminare con il naso all’insù è uno spettacoloLa Monumental, arena di tauromachia, casualmente incontrata lungo la strada per lo stadio
Di nuovo in giro, lo so, ma noi questa vita ce la vogliamo godere al massimo e quindi vi propongo un giretto bellissimo se siete in zona Veneto o Friuli Venezia Giulia, un luogo stupendo incontaminato dove poter fare delle bellissime passeggiate, non eccessivamente faticose, gustare degli ottimi prodotti di malga e sostare con il camper anche la notte, sotto le stelle e nel silenzio più assoluto.
Posto questo articolo che sono già sulla strada del ritorno in quanto sul Montasio non c’è rete che tenga, connessione nulla con qualsiasi operatore, insomma… la natura allo stato puro!
Ci arrivate agevolmente lungo una stradina un po’ tortuosa che si dipana dall’abitato di Sella Nevea, nei pressi del comune di Chiusaforte, in Carnia, quindi nell’udinese, ma se ce l’abbiamo fatta noi con sette metri di camper ce la fate tranquillamente anche voi, l’importante è mantenere una velocità adatta alla strada di percorrenza.
Tutta la zona della val Raccolana è stupenda, lontana anni luce dalle mete turistiche più conosciute, potere trovare degli angolini incontaminati in cui l’acqua si tinge di mille colori e, in effetti, la nostra prima meta sarebbe stata lungo un fiume della zona ma, in tutta onestà, per i nostri gusti l’affollamento era già eccessivo quindi abbiamo proseguito per le malghe che, pur se affollate, lasciavano un maggior respiro grazie ai molteplici sentieri percorribili.
Arrivo alle casere
Abbiamo intrapreso il sentiero meno affollato, quello delle casere, lasciando il caos di quello che porta al rifugio, percorrendo un totale di quasi dodici chilometri tra andata, ritorno e deviazione per la malga, dove abbiamo fatto scorta di golosità casearie.
Il resto del racconto lo lascio alle immagini: vi è venuta voglia di passeggiare tra pascoli e stalle?
Ancora pochi metri e potere acquistare un buon pasto freschissimo a base di latte
Scende la notte e ci siamo solo noi e le stelleE con l’ultima stella vi auguro la buonanotte in questo silenzio puro e cristallino…
Come promesso eccomi per poche dritte spicce, dettate da alcuni giorni di esperienza volti a confutare parte delle informazioni forniteci dall’agenzia viaggi.
Nelle mie colazioni non è mai mancato lo skyr con lo sciroppo di frutta o con i cereali È il pasto che ti salva la giornata…
Clima: ovviamente il periodo dell’anno in cui si intraprende un viaggio rileva, comunque il clima è estremamente variabile, ma non per questo motivo c’è da viaggiare con la cabina armadio appresso. Noi abbiamo dormito negli alberghi, quindi comfort massimo, e di ciò che abbiamo portato ben poco ci è servito. Premesso che avevamo, a testa, un trolley piccolo ed uno zainetto, ma già era troppo: lì si va con solo abbigliamento tecnico (e fin qui abbiamo rispettato il consiglio), dal momento che è ciò che indossano anche i locali, tuttavia mi sono limitata ad usare un paio di pedule basse alla caviglia, con le quali ho viaggiato, nonostante i tre giorni di pioggia, riservando un paio di Ugg alle cene in albergo, almeno per comodità, ma una sneaker sarebbe bastata.
I nostri pranzi
Calzini da trekking e pedule alte? Un impiccio inutile.
Andate a vedere le balene e vi consigliano di portare sovracalzoni impermeabili e poncho? Inutili perché ti vestono loro. Magari portate un poncho per qualche escursione sotto un tempo sfigato perché l’ombrello NON si usa visti i venti impetuosi che possono colpire l’isola.
Andate alle terme? Il telo in spugna lo forniscono loro, non portatevi nulla fuorché costume e ciabattine in gomma.
Tutti gli alberghi forniscono shampoo doccia e balsamo, qualcuno anche salviette struccanti, cotton fioc e crema corpo.
In sostanza vi riassumo quanto io ho effettivamente utilizzato: un leggings da trekking, uno morbido per l’albergo e uno più stretch per il viaggio, due magliette a manica corta, una per la giornata e l’altra per la cena mentre la prima, lavata al volo, si asciugava sul termoarredo, anch’esso sempre presente.
Biancheria lavata giornalmente, quindi due pezzi di tutto.
Portare un berretto, guanti e scaldacollo, anche se non ho usato quasi nulla, ma siamo stati fortunati con il tempo.
Ultime cose: avevo un giaccone tre in uno staccabile, sotto un giacchino tecnico con cappuccio e uno di ricambio per il viaggio di ritorno. Stop.
Questo è un esempio di main dishLa salvezza del penultimo albergo con prezzi più abbordabili Questo è considerato un antipasto Ecco il pane con burro compostoLa zuppa di pesce è considerata un antipasto
Piuttosto, se vi avanza un angolino in valigia, portate degli snacks, cibo confezionato, tutto aiuta poiché questo è un argomento dolente: l’albergo offre delle colazioni strepitose, comprese nel prezzo, scordatevi di portarvi via i panini poiché è moralmente vietatissimo, i pranzi li farete nel nulla assoluto quindi solo con degli spezzafame, mentre le cene non sono comprese nel prezzo della camera. Noi abbiamo dormito principalmente nella catena Fosshotel, favolosa, ma di solito sorgono nel nulla, quindi zero alternative e una cena per due, con una o massimo due pietanze a testa, scelte tra quelle più economiche (il pesce è l’alimento che costa meno) va dai 50 ai 100 euro per due persone , chiaramente morendo di fame dopo una giornata a scarpinare, nonostante i piatti siano abbondanti. Ricordatevi che gli antipasti sono costituiti da minestre a base di pesce o di carne, abbondanti, delle volte da terrine di pesce e pane di segale, mentre il piatto principale è sempre ricco di verdure e spesso include anche carne o pesce, mentre prima di ordinare vi porteranno spesso del pane con del burro composto da spalmare , il che aiuta a saziare. Inoltre non esiste l’acqua minerale, ma solo ottima acqua di fonte (e ci credo…); gli alcoolici vengono forniti solo da bar e ristoranti e da pochi negozi autorizzati dallo stato, a seguito di un lungo periodo di protezionismo. In un negozio di alimentari ci lascerete comunque le penne perché i prezzi sono folli ovunque. Se avete una botta di fortuna da trovare un fish and chips sappiate che li fanno buonissimi e ve la cavate con poco più di 40 euro per due persone.
Tutti i negozi aprono alle 10 del mattino e le cucine di alberghi e ristoranti chiudono alle 20, fondamentale da ricordare per non morire di fame. Se trovate qualche punto vendita facente parte della catena con il simbolo del porcellino (quello del salvadanaio, per intenderci), fate scorta perché è quello in cui vi peleranno di meno.
Almeno the e caffè in camera non sono mai mancati
La benzina: ancora dolori. Le pompe sono poche, pertanto appena ne vedete una rabboccate il serbatoio… non si sa mai, comunque il prezzo è solo un po’ più elevato del nostro. Insomma si spende molto (ma ne ero consapevole ), per contro quasi tutte le escursioni sono gratuite; personalmente abbiamo pagato solo il tour del ghiacciaio, quello delle balene e la spa.
Qualunque spesa, pure un caffè, si paga con la carta di credito: io ho usato una semplice Revolut ricaricabile, accettata ovunque, che mi ha permesso di controllare tutte le uscite direttamente con la conversione da corone in euro. Gli alberghi vi chiederanno sempre una carta di credito di garanzia, come del resto l’autonoleggio, quindi avrete bisogno anche di una carta di credito con i numeri in rilievo.
Lingua parlata: inglese. Lo parlano alla perfezione ed è molto comprensibile, tuttavia mi è capitato, in pochi casi, che nonostante il mio inglese piuttosto buono e fluente abbia trovato qualche individuo incomprensibile (però disponibile a collaborare).
Strade e limiti di velocità: le autostrade non esistono, vi sono solo strade molto scorrevoli che però seguono la morfologia del territorio, impegnando il viaggiatore a macinare chilometri su chilometri, talora su strade asfaltate ma ricoperte di ghiaia vulcanica a protezione da eventuali gelate. Il limite massimo è di 90 km/h, non vi sono controlli (almeno visibili) e infatti i locali corrono come dei pazzi, dimostrando grandi abilità nella guida vista la tipologia di strade (e detto da me che al volante sono piuttosto allegra).
Come avrete compreso dalla descrizione di questo viaggio indimenticabile, non vi è alcun mezzo pubblico che possa permettervi di percorrere il periplo dell’isola, motivo per cui vi lascio un comodo link mediante il quale potrete prenotare un’automobile a noleggio in maniera molto semplice:
Penso di aver fatto un sunto abbastanza decente per una rapida comprensione, ma semmai chiedete chiarimenti… io intanto vi lascio con una carrellata di squisitezze che ho avuto modo di degustare, almeno rendiamo onore al tema principale di questo blog, ultimamente messo un po’ in disparte.
Vi ho convinti? Sappiate che gli islandesi sono un popolo di una gentilezza estrema, molto rilassati e amichevoli, quindi… buon viaggio!
Estate. La prima da quando ero una ragazzina che mi sto godendo a piene mani, ho più tempo organizzando e svolgendo quasi tutto il lavoro da casa, senza lo stress di timbrare il cartellino e producendo molto di più con enorme soddisfazione, senza continue interruzioni, senza il rumore continuo dato dalla gente maleducata che strilla nei corridoi, senza lo sbattere delle porte degli uffici…
Ho più tempo perchè provvedo alla spesa solo quando sono al perso, autoproducendo quasi tutto ed evitando i negozi come la peste: c’è ancora l’obbligo della mascherina, ma con i problemi di allergia che mi ritrovo mi è impossibile usarla, quindi volo a prendere poche cose con un foulard trasparente e me ne scappo a casa.
Ho più tempo in quanto ho dovuto privilegiare gli acquisti online, che già facevo ma che ora stanno coprendo il fabbisogno no food di casa mia al 100%, e anche se perdo le promozioni del negozio fisico pazienza, se non altro il mio tempo libero in più non ha prezzo…
Mi manca qualcosa? Forse i viaggi degli anni passati e, sotto questo sole e questo cielo terso che sovrastano il mio balcone, ritorno con la mente all’ultima volta in cui ho passeggiato tra i campi di lavanda della Provenza, sotto il tiepido sole di un tramonto spettacolare che tingeva di rosso il viola dei filari fioriti, due estati fa, l’ultima in cui siamo riusciti a portare il figliolo con noi, poco prima dl suo diciottesimo compleanno.
Rammento la mia felicità quando, coperta da un abitino azzurro e un cappello di paglia bianca, passeggiavo in mezzo ai fiori, meravigliosamente profumati, poco prima del raccolto; rammento la notte trascorsa davanti ad un laboratorio di distillazione di lavanda, la notte più profumata della mia vita 🙂
So che partirò anche quest’anno, ma mi rimane nel cuore quel viaggio meraviglioso, e lo voglio ricordare così…
q.b.latte interosino ad ottenere un composto fluido
1cucchiaiofiori di lavandaedibili più una manciata per la decorazione
Istruzioni
Mescolare bene gli ingredienti sino a far sciogliere lo zucchero e poi versare in gelatiera sino a che il tutto non sarà perfettamente freddo e mantecato.
In alternativa alla gelatiera mettete il tutto nel congelatore avendo cura di mescolare il composto ogni paio d'ore con una spatola.
Servire le palline di gelato con una manciata di fiori di lavanda.
Ci ho pensato un po’ prima di pubblicare una ricetta che nella mia terra è conosciuta quasi come il pane, ma qui siamo austroungarici e magari tanto testo non fa, quindi poi ho valutato che il nostro paese è lungo lungo e arriva quasi ad accarezzare l’Africa, dove forse risulta sconosciuto o quasi.
Lo Schmarren nasce come piatto povero, della cucina contadina, molto nutriente in quanto composto da latte, uova, farina e strutto, tutti ingredienti di malga e facilmente reperibili, è tipico della zona altoatesina come di quella austriaca ed infatti l’etimologia del nome trae origine dal termine Schmer (strutto) o da schmieren (spalmare).
Sembra che lo Schmarren sia stato già presente sulle tavole contadine a partire dal 600, tuttavia l’origine del Kaiserschmarren pare risalga all’impero di Franz Josef, quindi parliamo del periodo intercorrente tra il 1830 e il 1916, nonostante la sua origine sia controversa.
Infatti c’è chi sostiene che a Franz Josef, nel corso di una battuta di caccia nel Salzkammergut sia stato servito un Holzfällerschmarren (omelette dei boscaioli) arricchita dall’uva passa, ma anche che, prima di divenire un Kaiserschmarren questa omelette sia stata una Kaiserinschmarren in quanto servita all’imperatrice Sissi che però, nota per la sua attenzione alla linea, l’avesse rifiutata devolvendola a Franz Josef (decisamente una migliore forchetta).
La terza ipotesi, che io personalmente preferisco, è quella che vede un cuoco di corte un po’ pasticcione che, al momento di estrarre lo Schmarren dalla padella, fece un gran caos distruggendolo, pertanto il piatto venne servito ugualmente mascherandolo con l’uva passa, la confettura di ribes e tanto zucchero a velo… e l’imperatore se ne innamorò!
Ad oggi è un dessert sempre presente sulle tavole austriache e sudtirolesi e riveste spesso il ruolo di apprezzatissima merenda nei rifugi alpini, dove io molti anni fa l’ho conosciuto.
Oggi ve lo ripropongo, dopo queste poche note storiche, grazie ad una ottima confettura Fiordifrutta Mirtilli Rossi di Bosco Rigoni di Asiago (lo so, non è di ribes, ma vi assicuro che regge il paragone senza rimpianti).
q.b.confettura di ribesio Fiordifrutta Mirtilli Rossi di Bosco Rigoni di Asiago
Istruzioni
Sbattere con una frusta l'uovo e lo zucchero (semolato e vanigliato), aggiungendo gradualmente il latte e la farina e continuando a mescolare per non formare grumi, poi unire il sale e il rhum.
Mettere da parte l'impasto e iniziare a riscaldare i burro in una padella, poi versarlo cospargendolo di uvetta e cuocere a fiamma bassa coperto, a metà cottura girare lo Schmarren e proseguire a fiamma bassa anche sull'altro lato, sempre tenendo la padella coperta.
Prima di spegnere la fiamma cospargere con un po' di zucchero e lasciar caramellare.
Non è necessario prestare molta cura nel rigirare l'omelette in quanto andrà comunque servita a pezzettoni, cosparsa di confettura e di abbondante zucchero a velo.
Va consumata calda.
Recipe Notes
Nel caso preferiate delle altre confetture o composte la scelta è ampia, la ricetta è molto versatile, tant'è che in passato l'ho realizzata anche con miele, noci e cannella.
Non mi faccio viva dai primi mesi dell’estate, lo so, ma avevo bisogno di un periodo di stacco totale, provata da un caldo infernale, dagli oramai ricorrenti problemi con i genitori anziani, stanca morta da non reggermi in piedi, da crollare sul divano all’ora di cena per poi non riuscire a dormire a causa della troppa stanchezza.
Mi sono dedicata a me stessa, ho spento il pc, ho trascorso più tempo possibile al mare, ho nuotato per ore ogni giorno, ho bevuto litri e litri di acqua e ho curato l’alimentazione come non mai, ho voluto iniziare un percorso che mi aiutasse a riprendere la forma perduta a causa dell’eccessivo stress e delle preoccupazioni, ho chiuso completamente porte di stanze che non mi appartenevano più, ho lasciato fuori maleducazione e cattiveria, ho deciso che la mia strada dev’essere questa, un blog indipendente, aperto a delle collaborazioni perché sono sempre stimolanti, ma con la libertà di decidere da sola quali passi intraprendere, quando e se pubblicare.
Ho trascorso due settimane in Francia, una vacanza bellissima e a mia misura che mi ha ricaricata, il tutto documentato in una quantità esagerata di scatti, molti ancora da sistemare e che prima o poi vedranno la luce anche su queste pagine, ma con calma perché sto avendo una vita molto complicata e faticosa…
Oggi la proposta è semplice, sperimentata dopo aver visto questo post, incuriosita dal sapore mediorientale di questa ricetta, sicuramente perfetta per il regime alimentare che sto seguendo: c’è chi la trova favolosa, da far esplodere le papille gustative, e penso che ciò sia legato sia alla qualità della melanzana scelta, sia a quello del sommacco, purtroppo di non facile reperibilità in Italia. Quello utilizzato nella ricetta dalla quale ho tratto gli ingredienti è a base di melograno essiccato, sicuramente più acidulo, mentre io ho usato il classico sommacco libanese, che già di suo è complicato da trovare. Il sapore, anche a causa della pessima qualità della melanzana da supermercato, sicuramente ne ha risentito: sperimentate, ma solo se avete le melanzane dell’orto e cercate di trovare un buon sommacco, fresco e saporito, altrimenti lasciate perdere.
Il caprino a me non piace, ma qui ci va, ci va proprio perché il connubio di sapori che si ottiene è perfettamente equilibrato, con la sapidità del formaggio, l’amarognolo dell’ortaggio e l’asprigno del sommacco. E’ la perfezione. Se gli ingredienti sono perfetti (i miei non lo erano).
Lavare bene le melanzane e disporle in una teglia intere e con il picciolo, nel frattempo portare il forno a 190° ed infornare per 45-60 minuti (io ho usato la modalità ventilata), in maniera tale che la polpa si cuocia al vapore grazie alla buccia.
Poi tagliarle a metà e condirle con sale, pepe ed olio, disporvi qualche cucchiaiata di caprino, del sommacco ed ancora un giro d'olio.
Servirle ancora calde.