Questa mattina New York ci ha accolti sotto una pioggia battente contro la quale nemmeno l’ombrello poteva alcunchè a causa del vento sostenuto e dell’acqua che scendeva in obliquo, la temperatura era abbastanza rigida, ma noi mica ci siamo scomposti e abbiamo affrontato la visita all’Intrepid Sea- Air Space Museum , il quale sorge a bordo di una nave (una gioia visto il maltempo) attraccata al Pier 86, sulla 46th Street, nella West Side di Manhattan. Fanno parte dell’esposizione la portaerei della seconda guerra mondiale USS Intrepid CV-11, il sottomarino USS Growler SSG-577, un Concorde (purtroppo chiuso a causa del maltempo), un ricognitore supersonico Lockheed A-12 e lo Space Shuttle Enterprise; inoltre il Lower Deck ospita una collezione di velivoli recanti bandiere di diversi paesi.
Il ConcordeLo Space Shuttle EnterpriseIl sottomarino
Premetto di aver scelto questa visita esclusivamente per mio marito, da sempre interessato a questo tipo di eventi, ma in ogni caso trattasi di un museo “prevalentemente maschile”; sono solo rimasta molto interdetta dalla presenza di alcune alunne della scuola cadetti che erano piccolissime, letteralmente delle bambine, il che mi ha indotta a pensare che forse delle volte l’aspetto bellico venga insegnato come fosse un gioco, per me inconcepibile ed inammissibile.
Ci siamo anche noi
Terminata, con mia grande fatica, la visita al museo, abbiamo affrontato la Highline , bellissima ed affollatissima nonostante la pioggia e il vento che non hanno arretrato di un centimetro: si tratta di un percorso pedonale sovrastante la città nato principalmente a seguito delle richieste degli abitanti, i quali hanno cercato di abbellire i resti della vecchia ferrovia con piante e fiori, proposta poi accolta dalle istituzioni, le quali si sono occupate di riutilizzare questo spazio creando un meraviglioso percorso botanico e riciclando alcuni spezzoni di rotaia e di traversine a scopo decorativo. La passeggiata percorre 2,3 km ed è utilizzata dai newyorkesi per attraversare parte della città senza doversi addentrare nel traffico cittadino, cosa che abbiamo fatto anche noi per raggiungere Chelsea Market, un magnifico mercato in stile industrial sorto nella vecchia fabbrica della Oreo, ricco di negozi di dolciumi, di piccoli corners di artigianato e di un ampio spazio in cui poter sostare per un pasto, oltretutto ci abbiamo mangiato due volte e posso dire che i panini e le birre sono deliziosi, seppure non proprio economici; a tal proposito posso consigliare il pastrami, a detta di molti migliore di quello dell’iconico Katz’s Delicatessen, che vedremo più avanti.
Ci immettiamo sulla HighlineMa le panche sulle rotaie? Una genialata!Verde tra il cementoE segmenti di binario decorativo Magnolie giganti e profumatissimeLa leva di uno scambio Costeggiamo alcune case incredibili Scorcio su Little IslandPassiamo al di sopra delle arterie cittadine e dei suoi taxi gialli
L’ultima tappa, rientrando all’hotel, l’abbiamo fatta da The Donut Pub, dove potete trovare qualsiasi concentrato di zuccheri vogliate assaggiare, inaspettatamente sito in un buchetto che, visto dall’esterno, non vale nulla a prima occhiata, ma l’impatto visivo all’interno vale sicuramente qualche assaggio; i donuts sono enormi e, per mio gusto, pure un po’ “too much” in quanto a concentrato di zuccheri, comunque nulla da eccepire in merito alla qualità.
Chelsea Market e il suo passato con l’OreoIndustrial style ovunque
Piccoli ricordi della fabbrica originale
The Donut Pub
Sazi, stanchi ed infreddoliti ce ne torniamo all’hotel per una doccia calda e rigenerante e ci rivediamo domani! See you!
La giornata odierna ci ha accolto con un cielo carico di pioggia e un’arietta fresca (ben venti gradi in meno rispetto a ieri), ma noi, turisti imperterriti armati di ombrellino e giacchino imbottito, abbiamo deciso di affrontare la titanica impresa di raggiungere l’American Museum of Natural History.
Sì, proprio quel museo di storia naturale di “Una notte al museo”, quello con lo scheletro del dinosauro, ve lo ricordate? Al di là della location cinematografica, il museo è davvero qualcosa di straordinario, cinque piani che ci hanno impegnati per ben cinque ore, tra padiglioni dedicati ai minerali, affollatissimi di disincantate scolaresche che a tutto si interessavano tranne che al museo (in qualsiasi paese si vada questa è la realtà comune 🙂 ), ad altri incentrati sulla vita animale e ai relativi habitat naturali, con delle ricostruzioni meravigliose e pari alla realtà, come potete ben comprendere dalle foto che vi allego qui sotto.
Il museo è diviso per zone del mondo, per continenti, per mari e savane, è qualcosa di unico e in continua espansione, tant’è che su alcuni padiglioni vi stanno ancora lavorando nell’ottica di una prossima apertura; ho sempre amato i musei dedicati alla storia della natura, tra i pochi musei che apprezzo, ma questo è tanto, tantissimo, anche troppo perchè ne esci distrutto ed esaurito, ma è un capolavoro! Brava New York, hai realizzato un’opera maestosa ed ineguagliabile!
Nonostante la stanchezza e le energie prosciugate dal museo vuoi non tener duro e andare al Top of the Rock? Un’altra tappa iconica che, in occasione di questa prima visita alla metropoli, non può assolutamente mancare visto che la terrazza panoramica del Rockfeller Center offre un panorama mozzafiato che ha ben poco da invidiare a quello che ci ha incantati pochi giorni addietro all’Empire State Building.
Da togliere il fiato!
Il grattacielo in questione è molto apprezzato in quanto, pur essendo più basso di altri quali l’Empire, offre una visione libera da ostacoli quindi di ampio respiro; in particolar modo esso è alto 260 metri e offre un osservatorio assolutamente iconico, tant’è che è possibile, per il tramite di apposito biglietto, salire sul cosiddetto “ascensore”, che altro non è che una piattaforma girevole che si innalza per ancora qualche metro ed è circondata interamente da vetrate (praticamente lo scopo è unicamente instagrammabile). Esso risale ai primi anni trenta, è stato progettato in stile art decò e il Top of the Rock rappresenta l’edificio principale del Rockfeller Center e, quando ne sarete usciti, vi ritroverete proprio in quella bellissima piazza dove a Natale sorge il più famoso albero luminoso al mondo con l’immensa pista di pattinaggio su ghiaccio.
Rockfeller squareIl palazzo di Louis Vuitton
Rientrando verso l’albergo abbiamo fatto un’ultima tappa all’Hard Rock Cafè, per noi immancabile in quanto da ciascuna città visitata che ne ospiti un punto vendita porto con me almeno una maglietta (e vi assicuro che questa volta la scelta era tremendamente imbarazzante e a prova di qualsiasi turista oculato 🙂 ).
In questi giorni farò il possibile per pubblicare tutti i post rimanenti relativi a questo viaggio da sogno: sono stata impegnatissima nelle ultime settimane, ma i contenuti da condividere sono moltissimi, motivo per il quale vedrò di farveli leggere almeno ogni paio di giorni quindi… stay tuned!
La città, come già esaurientemente descritto nei post precedenti, è bagnata dall’acqua ovunque, dal mare e dall’Hudson, permettendo quindi di provare una sensazione di leggerezza nonostante il cemento ovunque; la giornata di oggi sarà quindi dedicata quasi esclusivamente alle mete raggiungibili con i traghetti.
Stupenda anche in controluce
La prima tappa della giornata è l’iconica Statua della Libertà (Statue of Liberty o Lady Liberty), simbolo di New York e di tutti gli Stati Uniti, famosa a livello planetario nonostante le dimensioni non particolarmente rilevanti, situata all’entrata del porto sul fiume Hudson, nell’Upper New York Bay, al centro della baia di Manhattan, sulla Liberty Island; di fatto la si può avvicinare anche per il tramite di uno dei free ferry presenti nella città, tuttavia noi abbiamo preferito prenotare il traghetto che consente sia l’accesso all’isola e al museo, sia a Ellis Island, che vedremo più tardi.
La lanterna originale
La statua è conosciutissima, tuttavia qualche breve accenno tecnico e storico secondo me è dovuto: si tratta di un dono che la Francia fece agli Stati Uniti, realizzata ad opera di Auguste Bartholdi con la collaborazione di Gustave Eiffel (vi dice nulla?), il quale si occupò della realizzazione della struttura reticolare interna in acciaio, la quale venne poi rivestita con dei fogli di rame pazientemente lavorati e successivamente rivettati, così come esposto nel museo annesso ed esaustivo in merito alla sua costruzione, presso il quale poter ammirarne anche la lanterna originale.
Manhattan vista da Liberty Island
Il dono francese fu simbolo nel chiaro riferimento della lotta alla schiavitù e l’idea della realizzazione venne proprio da Edouard René de Laboulaye, allora presidente della Société francaise pour l’abolition de l’esclavage (Società francese per l’abolizione dello schiavismo), ponendo così l’accento sui valori comuni ai due paesi situati sulle opposte sponde dell’Atlantico.
La costruzione, in stile neoclassico, vide la sua inaugurazione il 28 ottobre 1886 e misura solo 43 metri (la sola statua in rame), mentre l’intera costruzione, inclusi torcia e basamento, arriva a 93 metri, quindi alla fine, considerato che la si vede dalla terraferma, appare veramente piccolina nonostante il turista si aspetti un monumento immenso; tuttavia vi assicuro che l’emozione di trovarmi davanti ad essa, dopo averla vista solo tramite rappresentazioni fotografiche o audiovisive, è stata immensa… l’ho fotografata da ogni angolazione! E’ possibile salire sul basamento, cosa che non abbiamo fatto in quanto non presenta poi quell’altezza tale da poter ammirare Manhattan da una posizione privilegiata, mentre l’accesso alla corona era interdetto (di quello alla torcia poi sembra non se ne parli più da anni), motivo per il quale ci siamo goduti il museo per poi reimbarcarci alla volta di Ellis Island.
Ellis Island è l’isola degli immigrati, che qui venivano sbarcati al primo ingresso negli Stati Uniti, dove venivano controllati in maniera minuziosa per esser certi che non importassero malattie creando problemi di ordine sanitario: la curiosità è che venivano obbligati a percorrere un tragitto faticoso al fine di escludere coloro i quali lo percorressero con difficoltà, in maniera tale che se uno di essi lo avesse percorso con il fiato corto per una semplice mancanza di allenamento, sarebbe stato automaticamente bollato quale tisico e quindi scartato. Seguivano severissimi controlli della salute visiva e solo dopo aver superato tali rigidi controlli gli immigrati venivano mandati a lavorare e ad apprendere la lingua del paese ospitante, tant’è che il lavoro veniva assegnato a tutti, uomini e donne indistintamente, ponendo quindi le basi per una immigrazione regolamentata e produttiva. Del resto la città sorse proprio grazie ai flussi migratori e ancora oggi il melting pot razziale e culturale è alquanto variegato, tant’è che i suoi abitanti sono bellissimi.
L’ingresso al museo di Ellis Island I locali dove trovavano una prima accoglienza gli immigrati I pesanti controlli sanitari cui veniva sottoposto chiunque sbarcasse in terra americana Non potevo non immortalare la tratta con partenza dalla mia città, oltretutto organizzata da una compagnia tuttora esistente
Ellis Island offre al visitatore un bellissimo museo incardinato all’interno dell’edificio ospitante i flussi migratori e la curiosità è proprio nella collocazione dell’isola, in quanto, dopo innumerevoli dispute, è stato stabilito essa appartenga solo in minima parte allo stato di New York (il 17 %), mentre la restante parte è facente parte del New Jersey (84 %), nonostante essa, al pari di Liberty Island, si trovi nelle acque territoriali di Manhattan.
Il ponte Da Verrazzano
Dopo aver navigato per mezza giornata, allietati da un sole feroce e luminoso, perfetto per l’occasione, colti dall’entusiasmo siamo nuovamente saliti su un traghetto, quello gratuito (pagato dal comune per favorire i pendolari) che ci ha portati a Staten Island e che ci ha permesso di ammirare la maestosità del Ponte di Verrazzano, il quale collega Brooklyn a Staten Island, al di sopra del Narrows, lo stretto braccio di mare che li separa, con la particolarità di essere a pedaggio solo verso Staten Island, mentre risulta essere gratuito in direzione di Brooklyn, per una lunghezza totale di 1600 metri. Chi, come me, non è proprio nato l’altro ieri, si ricorderà forse che esso era denominato “da Verrazano” (un evidente errore dovuto alla grafia anglosassone), mentre ad oggi è stato corretto in “da Verrazzano”, anche grazie al sostegno di alcuni noti italoamericani quali Robert De Niro, Tony Gemignani e Joe d’Onofrio, con l’approvazione del governatore Andrew Cuomo.
Little Italy e i simbolici versi di ModugnoUn caos allegro e colorato
Lasciate le acque di New York decidiamo di dedicarci ancora un po’ alla storia dell’immigrazione statunitense e ci avviamo verso Little Italy, un piccolo borgo allietato dai versi luminosi, affissi tra i palazzi, de “Il blu dipinto di blu (Volare)” di Domenico Modugno, posto a simbolo dell’intero quartiere; se pensate di rilassarvi usando la vostra lingua di origine scordatevelo, qui i lavoratori sono per lo più ispanici (ho sentito solo un giovane cameriere inalberarsi in un sanissimo e colorito italiano nei confronti di un turista poco amichevole ), motivo per il quale dovete avere necessariamente un buon livello di inglese: gli americani sono molto collaborativi, vi aiutano sempre e comunque, è gente generosa e molto ben educata, tuttavia quello che parla slang lo troverete sempre, tant’è che anch’io ogni tanto mi sono persa senza capirci nulla (e ho un ottimo livello linguistico, che però andrà necessariamente implementato per la prossima visita in territorio statunitense).
Come di consueto vi lascio alle foto perchè valgono più di mille parole…
Questa città l’ho sognata sin da quando ero una bambina ma, tralasciando il fatto che in casa mia mi hanno tenuta sotto una campana di vetro, mai avrei immaginato di poter essere qui un giorno. Poi, d’un tratto, quel santo uomo di mio marito, in occasione del venticinquesimo anniversario di matrimonio (risale al settembre scorso) mi ha regalato il sogno, quello con la “s” maiuscola.
Ho trascorso mesi pianificando, leggendo libri a tema, approfondendo e organizzando le visite alle quali eravamo interessati finchè è arrivata la vigilia della partenza, quella che ci ha introdotto ad un volo infinito, partito da Trieste e che ci ha permesso di sorvolare la Groenlandia (oltretutto con immensa emozione essendo nella nostra wish list), la Gran Bretagna, l’Irlanda, il Canada… insomma una valanga emozionale nonostante la fatica immensa di reggere un volo così lungo.
Uno dei libri che mi sento di indicare per conoscere gli angolini meno turistici e più particolari di questa città splendidaQuesto mi ha aiutata a comprendere la genesi dell’attuale metropoli
Oggi è stata la prima giornata in cui la città ci ha accolti con tutto il suo caos, i suoi colori, la sua vitalità, le sue differenze socioculturali, i suoi contrasti e la sua libertà, una metropoli che abbiamo voluto vivere appieno percorrendo a piedi quasi 14 km, molti dei quali ammirando la sommità dei grattacieli che circondavano il nostro passaggio.
L’accesso alla sala della biblioteca toglie il fiato!Ma che meraviglia é?La meravigliosa scrivania di J.P.MorganQui con Belle Grene la quale, occupando la scrivania di Morgan, ben fa comprendere quale peso avesse avuto nella crescita della bibliotecaTanto da avere un logo proprioDinanzi ogni anta come questa avevo gli occhi a cuoricino
La prima tappa è stata da me fortemente voluta, la Morgan Library & Museum, in quanto teatro del meraviglioso libro “Belle Greene” (vi rimando al link per conoscere meglio la storia di J.P. Morgan e di questa geniale, coraggiosa e capace donna), un sogno ad occhi aperti per chi, come me, vive per i libri e la lettura; è incredibile se si pensa che essa è nata quale collezione privata del banchiere John Pierpont Morgan e solo nel 1924 è stata convertita in un museo aperto al pubblico grazie all’iniziativa del figlio J.P. Morgan Jr. L’edificio non è particolarmente grande se rapportato allo standard statunitense, tuttavia risulta essere magnifico, sia grazie ai manufatti provenienti dal Rinascimento italiano, ai bassorilievi di Luca della Robbia che accolgono il visitatore all’ingresso, ma soprattutto ai volumi meravigliosi che essa ospita (addirittura ad una singola opera, nelle sue varie edizioni, sono dedicate delle intere ante). Insomma, avevo gli occhi a cuoricino, un ambiente di una bellezza inestimabile!
Dinanzi al meraviglioso palazzo ellenico della Public LibraryGli immensi corridoi interni
Lo stesso non posso dire della New York Public Library, la quale è ospitata in un edificio di fattezze meravigliose ispirate chiaramente allo stile ellenico, grazie ai suoi colonnati immensi e allo splendido timpano, ma che offre al visitatore esclusivamente il passeggio nei corridoi, escludendo qualsiasi visita alle stanze contenenti le biblioteche, riservate unicamente ai ricercatori. In ogni caso l’edificio, attorniato dallo scenario di Bryan Park, fa comprendere quale sia la portata da questo immenso tempio della cultura, che offre la consultazione, anche da remoto, di migliaia di testi.
Il paradiso per gli amanti del basketPraticamente un palazzo intero dedicato ai golosiMa quanto è figo potersi personalizzare ogni singola pralina?
Dopo così tanta cultura arriviamo alle note dolenti del NBA Store e del M&M’S Store, in cui la scelta è talmente vasta da lasciarci lo stipendio; in merito al primo, considerando la passione per il basket di marito e figliolo non c’è rimasto che entrare e sfogarci, considerato che si è trattato di una visita programmata per lo shopping dei due sportivi quindi taccio e subisco (anche perchè questo viaggio memorabile è stato integralmente offerto da mio marito). Quello che non mi aspettavo fosse tanto grande è il secondo: due piani di meraviglia assoluta, un mondo magico di praline, gadget e abbigliamento a tema, un mondo irresistibile per quell’eterno bambino golosissimo che ha viaggiato con me, ma ammetto essere uno store stupendo!
Un primo assaggio di Times Square, ma vi ripasseremo nei prossimi giorni…
Passeggiando lungo le strade immense della metropoli abbiamo avuto il primo contatto con Times Square, che alla fine non è nemmeno una piazza ma un crocevia caotico e luminoso, sede di molti dei 49 teatri di Broadway, in cui incontrare artisti di strada, acrobati, travestiti da gorilla, da Minnie e da Topolino, chi si scatena con l’hip-hop, insomma un dedalo di arte di ogni tipo, ma siccome ci torneremo in occasione della visione di un musical, nostra passione da sempre, ci rincontreremo nuovamente da quelle parti.
Qui il ricordo di Ghostbusters è sempre vivo!
New York è proprio come viene presentata nei film, tant’è che ci siamo recati anche a vedere una delle stazione dei vigili del fuoco più famose al mondo, ovvero i Ghostbusters Headquarters (14 North Moore Street, Tribeca), iconico luogo legato al film uscito nel 1984 e che ancora riporta il logo che lo ha reso memorabile.
Chi guardava “Friends” se lo ricorda?
Visto che abbiamo iniziato giù il primo giorno a macinare chilometri (ecco il motivo per il quale solo ora inizio a scrivere ricordi ed impressioni… la sera eravamo a pezzi e crollavamo dal sonno) perchè non passare a dare un’occhiata anche all’iconico palazzo che ha ospitato i protagonisti di “Friends” (a dire il vero gli interni furono interamente girati negli studios) ma gli esterni sono proprio questi, situati al crocevia tra Grove Street e Bedford Street, nel West Village.
Una delle migliori birre mai bevute, la Union Jack
Dopo quest’ultima visita, rientrando verso l’hotel e attraversando il gettonatissimo Greenwich Village, ci siamo fermati a cena in un pub poco frequentato appena fuori dall’elegante quartiere, dove invece i locali (costosissimi) erano strapieni, consentendoci quindi un pasto delizioso e molto più economico al Mighty Quinn’s Barbeque
Questa è stata la nostra prima giornata a New York, incredibile ma voluta con tutta l’anima perchè è vero che, come scrisse Richard Bach in un bellissimo libro, “nessun posto è lontano”.
Uno degli angoli più deliziosi del Madame Tussauds
Sono di nuovo qui con voi e inizio con una delle visite più belle di questi giorni sospesi tra sogno e realtà portandovi al Madame Tussauds New York , un’esperienza che vale più di un museo ed è quasi paragonabile ad un parco dei divertimenti; il museo è strutturato con una particolare attenzione al mondo dello spettacolo, dalla musica al cinema, alla letteratura fantasy e ai film dell’orrore, con ambientazioni a tema per poi riservare un padiglione agli esponenti della politica internazionale, del mondo scientifico, dei fumetti e, in maniera marginale, dello sport.
Inutile dirvi che le figure sono rappresentate con una precisione ed una vitalità cui manca solo la parola, tuttavia ciò che più impressiona e diverte il visitatore è l’ambientazione, quella che tocca i massimi livelli nel reparto dell’horror movie, grazie alle sonorità, alle luci e agli effetti speciali, tutti aspetti in cui gli americani sono anni luce avanti a noi. Non si può condividere le emozioni provate, ma ci provo con qualche foto.
Le ambientazioni sono memorabili L’ingresso della sezione horror E vi giuro che ancora non abbiamo capito come stesse appesa a mezz’aria Assolutamente agghiacciante
Dopo un’esperienza di tale calibro, quando vorresti che essa non finisse mai, ci siamo recati al MoMA che già immaginavo non essere proprio aderente ai nostri gusti, ma la cui visita comunque ritenevo andasse fatta, almeno per valutare con cognizione di causa se l’arte moderna potesse presentare qualche aspetto interessante (la risposta è no, sappiatelo): a mio marito poco interessa dell’arte visiva mentre io sono un’amante dei raffaelliti, quindi già da qui potete ben comprendere il nostro sentimento tra riso e noia dinanzi ad alcune “opere” esposte, in merito alle quali nulla aggiungo se non lasciarvi alcuni scatti. Sia chiaro che non ho bocciato tutto, ad esempi trovarmi davanti a “Gli amanti” di Magritte è stata un’emozione!
‘Gli amanti”, meraviglioso!
Notevole è il reparto dedicato alle opere di Frida Kahlo e Diego Rivera, curato sin nei minimi particolari e presso il quale ho speso del tempo che me li ha fatti apprezzare ancora di più e conoscere meglio; alcune opere di Van Gogh hanno completato l’esperienza avuta anni fa presso il Van Gogh Museum di Amsterdam, pur non amandone particolarmente lo stile, inoltre trovarsi davanti alle opere più iconiche di Andy Warhol ha completato l’esperienza più accattivate della struttura museale.
Sicuramente iconicoAncora Warhol
Ma tutta questa robaccia: me lo spiegate il senso?
Di ritorno dal MoMA abbiamo fatto una veloce visita alla St. Patrick Cathedral , una bellissima struttura neogotica di rito cattolico che crea uno strano impatto visivo con i grattacieli che la circondano, rendendola piccolissima allo sguardo del visitatore; l’edificio è molto bello, purtroppo ricco di turisti caotici e incongruenti con la nostra visione di comportamento nei luoghi di culto, ma ce lo siamo fatti andare bene e abbiamo proseguito nella visita. Diciamo che, da italiani abituati a luoghi spettacolari sia nel nostro paese che in tutta Europa, St.Patrick non ci ha impressionati particolarmente ma si è comunque rivelato essere un edificio interessante a livello architettonico, con la grazia tipica di tale stile, considerato anche che essa rappresenta la più grande chiesa neogotica cattolica di tutti gli Stati Uniti (del resto la storia di questa terra immensa è molto recente quindi non stupisce vi sia così tanta considerazione per esempi di questo tipo).
Un gioiello neogotico incastonato tra i grattacieli Dal rosone bellissimo E l’interno non è da meno
La giornata si è conclusa da Macy’s , i grandi magazzini più famosi della città, dove purtroppo sono arrivata stanchissima e quindi mi sono persa un’esperienza di shopping che avrebbe potuto essere memorabile se avessi avuto la forza di girarmelo tutto (ma che conservo nella to do list per la prossima volta, soprattutto per farmi un giro nel reparto Levi’s, che io adoro ma che non ho pensato di visitare). Giusto per specificare, comunque, che il reparto UGG non me lo sono fatto mancare 🙂
Fatta quest’ultima tappa non ci è rimasto che raggiungere l’hotel, fortunatamente poco distante da Macy’s, dove siamo arrivati forse più stanchi del solito e con la consapevolezza che se non avessimo rallentato sarebbe stato impossibile arrivare vivi a fine ferie.
Più o meno le località che ci hanno ospitati in questi giorni le avevamo già visitate almeno una volta ed oggi stata la volta di Landshut, dove siamo ritornati dopo più di venticinque anni; infatti era stata una delle mete di un viaggio fatto da fidanzatini, che ho rivisto volentieri visto che non rammentavo nulla fuorché il nome.
Una porta della città in prossimità del tramonto La torre, purtroppo chiusa per restauro Ma quanto belle sono queste casette?
Ci siamo limitati ad un breve giro in centro senza troppo approfondire perché volevamo solo gustarci l’atmosfera festiva, infatti la città è meravigliosamente addobbata anche nelle zone limitrofe il centro, lontane dalla “Fussgängerzone” ovvero da quelle meravigliose zone pedonali tanto diffuse in questo paese e che ho sempre apprezzato moltissimo.
Il mercatino
La chiesa che vedete sullo sfondo di alcune foto è la Martinskirche, caratterizzata dalla stupenda torre gotica alta ben 130,60 metri, ma purtroppo non ho modo di mostrarvi altro in quanto chiusa per restauro.
L’ultimo Glühwein ♥️
Il centro è organizzato su una griglia con due assi viari principali denominati Altastadt e Neustadt (città vecchia e città nuova), che corrono lungo l’Isar per essere collegati dalle Gasse, ovvero da strade minori; la Altstadt è quasi completamente pedonalizzata e circondata da quegli edifici meravigliosi che vedete nelle foto e che sembrano costruiti con i mattoncini Lego. La visita al Christkindlmarkt è stata assolutamente soddisfacente vista la varietà delle bancarelle, tra decorazioni natalizie e calderoni di Glühwein, in un’atmosfera di festa che riscaldava il cuore e che ci ha lasciato un altro ricordo indelebile di questa bella terra che amiamo da sempre e che ci ha sempre accolti con calore e buona educazione.
Arrivo alla birreriaLa fabbrica
L’indomani abbiamo iniziato a percorrere la strada del ritorno, da farsi su due giorni allo scopo di evitare lo stress, ma prima ci siamo concessi l’ultima visita di questa breve vacanza: la birreria statale di Weihenstephan di Freising, di proprietà del Land della Baviera, dove abbiamo avuto modo di pranzare in un’atmosfera accogliente e tranquilla… nemmeno serve precisare la bontà della birra, basti sapere che si tratta della birreria più antica del paese, primato conteso con quella di Weltenburg.
E la zona ristoroProst!E via verso casa (con l’immancabile libro sul cruscotto)!
Oramai non ci resta che ripartire per rivederci a casa dal mio salotto affacciato sulla libreria!
Siamo arrivati all’ultima tappa di questo viaggio interessantissimo e pieno di natura: ci troviamo a Castel Beseno, la più grande fortificazione del Trentino, la quale si estende sulla sommità dell’omonimo dosso costituendo una posizione di grande rilievo strategico per il controllo della sottostante Vallagarina nonchè delle vie di comunicazione tra l’Impero Germanico e l’Italia. Le origini del maniero sono medievali, tuttavia nella prima metà del Cinquecento esso subì una profonda ristrutturazione, la quale gli conferì l’attuale aspetto, che gli consente di fungere anche da teatro per spettacoli e rievocazioni storiche.
L’ingressoIl campo dei tornei
Esso fa parte del complesso museale del Castello del Buonconsiglio di Trento e presenta un forte bastionato, un esteso campo dei tornei costituito da un prato verdeggiante, un primo sistema difensivo costituito dalla cosiddetta “porta scura”, la quale permetteva la visione verso l’esterno impedendola però dall’esterno verso l’interno, che si affaccia sul primo cortile, per poi attraversare delle ulteriori porte a formare un ottimo sistema difensivo, completato da uno splendido camminamento di ronda.
Accesso alla porta scuraL’internoDa un cortile all’altro Lungo il camminamento di ronda
Il fronte bastionato presenta un’estremità rivolta verso Rovereto ed una verso Trento, mentre il bastione centrale è situato in corrispondenza al palazzo residenziale dei conti Trapp: si tratta di costruzioni massicce e di forma circolare, dotati di camminamento di ronda, di caditoie e di bombardiere.
Il camminamento di ronda Per una “grande “ sfida a scacchi Piccoli particolari bellissimi
Il campo dei tornei si ritiene venisse utilizzato quale spazio di addestramento ma anche come luogo destinato a vigneto o ad altre coltivazioni, tuttavia nella forma ricorda un campo per tornei cavallereschi, da cui il nome attuale.
Una latrina a scarico aperto
La porta scura, della quale ho già accennato sopra, è costituita da una galleria, ripida e curva, dotata di tre accessi in successione e completata da una caditoia e da una saracinesca, costituendo un ottimo punto di sbarramento.
Le cantine con gli alloggiamenti per i tini e dotate di scarichi per l’acqua
Superato il posto di guardia della porta scura si accede ad un primo cortile, ben controllato dal camminamento di ronda, dove è situato anche un granaio, oggi utilizzato a scopo museale; da qui si raggiunge la quarta porta, elegantemente decorata lungo l’arcata e protetta da archibugiere, da feritoie e da una caditoia.
Il forno
Il camminamento di ronda è uno spettacolo in quanto offre un’ampia vista sulla Valle dell’Agide, sulla strada verso Folgaria e sul Vicentino, ad oggi una meraviglia per il visitatore e all’epoca un’ottima garanzia per la difesa della fortificazione.
Posso dire che vale una visita fatta con calma, avendo cura di leggere tutte le targhe informative lungo il percorso in quanto fortunatamente la visita risulta essere libera, inoltre non solo il percorso è ricco di informazioni ma anche di personale la cui presenza è garantita al fine di richiedere qualunque delucidazione; interessantissime sono state le spiegazioni dell’ingegneria militare dell’epoca a cura dell’addetto a tale settore, che consiglio vivamente di visitare con calma in quanto si apprendono molte notizie che la maggior parte di noi ignora.
Dopo questa degna conclusione di un viaggio meraviglioso e come sempre molto ben organizzato dal capogita Luca 🙂 abbiamo ripreso il percorso verso casa, a dire il vero con un giorno di anticipo, ma il fatto di poter riprendere la propria vita di tutti i giorni con calma e senza angosce non ha prezzo! Ci rivediamo a casa per leggere qualche bel libro insieme ❤️!
Negli ultimi due giorni abbiamo visitato due birrerie: la prima non ha bisogno di presentazioni trattandosi della Forst, il cui stabilimento si trova a Lagundo ma che abbiamo scelto di non visitare, avendo già fatto delle visite ad altre birrerie in passato, e stante l’affluenza della giornata. Dopo un meraviglioso pranzetto in birreria abbiamo raggiunto l’Agribirrificio Maso Alto, nei pressi di Lavis, lungo una stradina inerpicata sul monte, inizialmente con l’intenzione di acquistare un po’ di birra artigianale ma che alla fine ha comportato qualche ora di deliziosa ospitalità totalmente inaspettata e ben al di là di un mero rapporto commerciale, tant’è che ho piacere di lasciare il link al loro sito:
Maso AltoTra i vitigniUn tripudio di lavanda e rosmarino
Si tratta della birra Maso Alto, completamente realizzata in maniera artigianale, a partire dall’orzo e dal luppolo, coltivati in autonomia e il cui luogo di produzione è sito proprio all’interno del maso, una meravigliosa struttura che ospita la famiglia produttrice della birra e che talora consente di organizzare degli eventi degustativi. Il maso è avvolto dai vigneti e dalle erbe spontanee, quali lavanda e rosmarino, che sorgono dalle rocce circostanti, in un tripudio di colori e profumi a circondare un panorama meraviglioso sui monti trentini.
Arrivo al Museo Caproni
La mattina seguente abbiamo raggiunto il Museo Caproni, dedicato all’aeronautica e a tutto ciò che riguarda l’arte dei cieli, realizzato con passione e competenza, ancora in espansione ed estremamente interessante anche per chi non è appassionato della materia. Esso ospita non solo l’esposizione di qualsiasi oggetto sia connesso al volo, ma dei veri e proprio velivoli che, a vederli oggi, ci si chiede con quale coraggio degli esseri umani si siamo avventurati nei cieli, ponendo però le basi per quella che è l’aeronautica moderna. Il museo deve il proprio nome all’ingegnere Gianni Caproni, pioniere dell’aviazione trentino il quale, unitamente alla moglie Timina, decise di conservare il materiale ad oggi visibile salvandolo dalla dismissione e creando così il primo museo italiano dedicato al volo, a seguito del quale, nel 1929, ne venne realizzato un altro in provincia di Milano, il Museo di Taliedo.
Il coraggio, la passione e l’incoscienza per salire su questi trabiccoli…Un paracadute Questo velivolo (Ba.19) battè il record di permanenza di 65 minuti in volo rovesciato 😯 Memore di quando i miei genitori mi raccontavano del terrore quando sentivano avvicinare il rumore dei motori di “Pippo”, con la consapevolezza di un imminente bombardamento.La comodità del volo (e poi ci si lamenta delle compagnie low cost 🤣)Ma questo pipistrello? A me ha ricordato Icaro…Vogliamo parlare della seduta?
Gianni Caproni, nato nel 1886, una volta conseguita la laurea in ingegneria civile ed affascinato dal volo, decise, insieme al fratello Federico, di avviare un’impresa per la progettazione e la realizzazione di velivoli, alcuni dei quali vennero poi impiegati nel corso della prima guerra mondiale. Il museo è integralmente completo di spiegazioni e di codici QR, che permettono un’esperienza immersiva, fornendo anche un punto ricreativo dedicato ai più piccoli, aspetto che io apprezzo sempre moltissimo in quanto si fornisce un intrattenimento ed uno spunto di creatività.
L’angolo bimbi 🧒
Domani rientreremo verso casa, con un giorno di anticipo per non dover affrontare il lavoro subito il giorno dopo il rientro, ma sulla strada abbiamo ancora una visita da fare e che non mancherò di condividere nel prossimo post.
Quella di oggi sembrava sarebbe stata una visita semplice e leggera, una cosa di pochi minuti che, in breve tempo, mi è stata prospettata come una passeggiata di mezz’ora, poi di un’ora e alla fine mi sono trovata a scarpinare per un tempo indefinito, sotto un sole cocente, lungo un sentiero ripidissimo ed infinito. Ho patito questa salita più di tutte quelle dei giorni scorsi, a tal punto che, prossima alla meta, avrei voluto sedermi a terra e rimanere lì; rammento che, alla seconda stazione della via Crucis, nel sentirmi dire che “ne mancano solo undici” volevo mettermi a piangere 😢.
Inizia la salitaI primi innocenti gradiniLa meta si avvicina e io ho già le visioni da un po’Ingresso del complesso monastico
Alla fine, con la mia consueta testardaggine, ce l’ho fatta raggiungendo (stremata) una serie di tre chiese, una delle quali chiusa mentre le altre due non solo erano aperte, ma l’ultima meritava davvero!
Solo per questa meraviglia posso dire che ne sia valsa la pena
Comunque vi lascio qualche informazione in merito perché, nonostante la fatica, vale una visita: il monastero sorge su un’alta (ma va?) rupe che sovrasta il borgo di Chiusa, in val d’Isarco, quindi siamo sempre in Alto Adige, e costituisce la punto focale della spiritualità dell’intero Tirolo essendo uno dei più antichi monumenti cristiani della zona. Ha costituito la sede vescovile del Tirolo, quale diocesi di Sabiona, prima che la stessa venisse spostata a Bressanone intorno all’anno 1000. Sotto le mura della rocca, all’interno della vigna, sono sepolte le fondazioni della prima Cattedrale Vescovile del V-VI secolo, scoperte e studiate e successivamente reinterrate per preservarle al meglio.
Le chiese che costituiscono il complesso sono la Cappella di Santa Maria, la Chiesa della Santa Croce e il Monastero di Sabiona.
Qualche scatto del bellissimo centro storico di ChiusaL’intero borgo è decorato da ruote di bicicletta
Al ritorno è possibile scendere lungo un sentiero boscoso, alternativo e considerato più semplice, nonostante i nostri dubbi in merito, ma piacevole per la discesa, tuttavia abbastanza ripida e faticosa, nel nostro caso affaticante visto il calore dell’ora di punta.
Lungo la discesa al paese
Vi lascio qualche scatto e qualche didascalia informativa mentre vado a riprendere fiato 😂…
Sedersi ed ammirare il Sassolungo sullo sfondo, con il Sassopiatto poco distante
Loro Maestà, le Dolomiti, le più belle montagne al mondo, quelle che non vedevo da una vita e che ho ritrovato con gioia, ma sfruttate e maltrattate in nome del dio denaro, non certamente più alla portata di tutti, di coloro i quali le amano e le percorrono con sapienza e fatica, ma solo una moda per chi ha il portafoglio ben fornito. A prescindere da questo ho avuto il piacere, dopo anni, di ritornare all’Alpe di Siusi, in merito alla quale c’è ben poco da aggiungere se non che percorrerne i sentieri inchinandosi dinanzi a tale bellezza della natura.
Dolcissimi incontri
Il giorno seguente (sì, ho cumulato più tappe in un unico post in quanto si tratta di mete solo da apprezzare passeggiando in armonia con la natura) abbiamo raggiunto il laghetto di Fiè (Fiè allo Sciliar), di per sé abbastanza deludente ma circondato da bellissimi sentieri e da altri laghetti considerati minori ma forse più belli, sentieri lungo i quali passeggiare senza fatica e spiluccando more durante le pause.
Uno dei laghetti che incontriamo lungo uno dei sentieri di FièLaghetto di FièContinuiamo con i nostri pranzetti in mezzo alla natura
La mattina dopo abbiamo visitato il Castello di Presule, e in questo caso alcune note sono d’obbligo vista la bellezza del maniero: si tratta di un edificio, noto con il nome locale di Castel Prösels, sito nel comune di Fiè allo Sciliar e costruito nel XII secolo ad opera dei Signori di Fiè, nobili ministeriali dei vescovi di Bressanone. All’inizio del XVI secolo il Capitano del Tirolo, Leonard von Vols, lo ampliò trasformandolo in un castello rinascimentale, così come ci appare oggi. La visita bilingue, in tedesco ed italiano, dura circa un’ora ed è assolutamente interessante e completa di ogni curiosità. Vi lascio alcuni scatti con le relative didascalie, che valgono più di mille parole.
Il Castello di Presule circondato dai vignetiL’ingressoGli affreschi sul lato più lungo sono stati restaurati, contrariamente agli altriUna delle porte a tutto sesto che si aprono sul cortile, mentre le altre sono a sesto acutoUna torretta arredata… quanto me lo vedrei come angolo lettura 😍Una curiosità: le travi sono state ricoperte completamente dalla calce per evitare la tarlatura, poi completamente ridipinte con tale maestria da ricostruire anche le venature del legno.Quando vedo ciotole non capisco più niente 🤣Per non parlare dei libri 😍Particolarità di una sala creata in occasione dell’ultimo restauro, in cui sono stati inseriti alcuni elementi ecclesiastici: il più iconico è questo pulpito ligneo.
Le nostre vacanze sono quasi al termine, ma ci vedremo ancora per qualche post!