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New York

New York/ Viaggi

Arrivederci New York 🧡

“Non ci si innamora di New York, ma della versione di noi che la città riesce a tirare fuori”.

“You can leave New York, but New York never leaves you”.

Autori sconosciuti.
Mahayana Temple

Siamo purtroppo arrivati all’ultimo giorno di questo sogno ad occhi aperti e per prima cosa ritorniamo a Chinatown, avendo scoperto un bellissimo tempio buddista da visitare, il Mahayana Temple in Canal Street, liberamente visitabile e che ci offre un’oasi di pace nel caos di quella che è la zona dei “mercati del falso”, ovvero dove, a parte il mercato tipico di Chinatown che offre ingredienti tipici della cucina asiatica, vi è un proliferare di ambulanti dediti al commercio di tutte le falsificazioni voi possiate immaginare. Devo ammettere che non sono insistenti come accade da noi, a dire il vero non ho mai riscontrato alcuna insistenza in nessun caso in questa città, anzi costituiscono una curiosità citata su tutte le guide turistiche nonostante, per mio gusto personale, lontana anni luce dalle abitudini che mi appartengono.

Madison Square Garden

In quest’ultima giornata abbiamo anche l’ultima visita guidata prenotata, per grande desiderio di mio marito, ovvero il Madison Square Garden, l’arena più famosa al mondo e che può ospitare ventimila persone; la struttura, oltre ad essere la “casa” dei New York Knicks, dell’NBA, dei New York Rangers e dell’NHL, ospita spettacoli, concerti ed eventi di ogni tipo, come del resto spesso si ricorda la volta in cui, il 19 maggio 1962, Marilyn Monroe intonò una sensualissima versione di “Happy Birthday, Mr. President” in occasione del quarantacinquesimo compleanno di J. F. Kennedy. Nello stesso luogo ebbero luogo molti storici incontri di box, tra i quali nel 1967 Nino Benvenuti (sportivo molto caro alla mia città) conquistò il titolo mondiale dei pesi medi.

Passeggiando lungo le strade di NoLita

Dopo la visita al MSG ci è rimasto il tempo di passeggiare senza stress e solo per il pacere di farlo tra le strade di NoLita (North of Little Italy) e di TriBeCa (Triangle Below Canal Street): NoLita, inizialmente accreditato come parte di Little Italy, con il tempo ha perso tale connotazione ed attualmente risulta essere una zona a sè stante ricca di yuppies e di locali alla moda, mentre TriBeCa è un quartiere esclusivo di Lower Manhattan, famoso per il loft di lusso e dove si respira un’atmosfera calma e rilassata, ben lontana dal caos delle strade centrali di Manhattan.

Un pastrami divino!

Terminiamo la giornata cenando nuovamente a Chelsea Market, nella sua atmosfera post industriale con una birra spettacolare e un piatto a base del consueto panino con carne e patatine, il classico menù americano ma di qualità elevatissima (altro che il solito panino!).

Grand Terminal Station
La magnificenza dell’interno

Alcune tappe che abbiamo fatto in questi giorni un po’ “mordi e fuggi” non ve le ho citate, ma tenete conto che un paio di scatti dinanzi al palazzo della borsa valgono la pena, sia per il valore storico che artistico, mentre da lì, passando sul retro dell’edificio, potrete ammirare il celeberrimo toro, in merito al quale si ritiene che il toccargli i testicoli sia sinonimo di fortuna assicurata (e non vi descrivo la fila che abbiamo incontrato). Un altro edificio meritevole di visita è la Grand Central Station o Grand Central Terminal, bellissima e ricca di localini che non ho avuto modo di provare ma che mi sono stati consigliati da svariate persone delle quali mi fido assolutamente. Si tratta della più grande stazione al mondo con ben 44 binari tra metro e treni, ospita circa 750.000 visitatori al giorno e vi si trova la Metro-North Railroad, un Apple Store di notevole impatto, ma soprattutto un orologio con il quadrante in opale del valore di venti milioni di dollari oltre al più grande orologio Tiffany al mondo, ma questa è sicuramente un luogo in merito al quale vorrei approfondire in occasione della prossima visita, essendoci passata per ben due volte ma sempre di volata.

Ultima tip fondamentale: il cibo. Non è vero che si mangia male, anzi, noi abbiamo mangiato benissimo, e senza spendere follie, ma hanno un difetto per me insormontabile: la verdura è pressochè introvabile e io, oltre a vivere di vegetali, ho un grosso problema di iperglicemia che non mi permette troppa confidenza con i carboidrati. Dove mangiare? Premesso che noi facevamo una colazione abbondante in hotel, ottima per mio marito che si sfogava con hamburger, salsicce e uova, disastrosa per me che vivevo di pane tostato con burro e marmellata perchè altro che mi piacesse non c’era, quindi il nostro pranzo consisteva in una banana avanzata da colazione oppure da un milk-shake acquistato lungo la strada, in perfetto stile newyorkese atteso che vedrete sempre chiunque girellare con un mega bicchiere provvisto di cannuccia tra le mani, tra frullati, frappuccini e ottimi bubble teas aromatizzati nella zona di Chinatown. In merito alle cene potete trovare delle offerte composte da “Two slices of pizza+one drink” in molti take away e in alcune pizzerie: ho mangiato pizze buonissime ma sempre innaffiate da una bibita che non sia acqua, la quale non viene mai compresa nelle offerte in quanto costosissima (tuttavia la borraccia che portate con voi troverete il modo di riempirla in quanto c’è sempre qualche cannellina disponibile), in ogni caso seguite pure l’istinto e sappiate che se anche l’esercente sembra orrido ma c’è la fila il cibo è buono e, spesso, economico. Presso le bancarelle chiedete sempre prima il prezzo perchè dinanzi al turista non tutti sono raccomandabili, anche se posso dire che nessuno ha tentato di truffarci; evitate le zone “in” tipo il sabato sera a Greenwich Village in quanto basta uscire di pochi metri dal centro e mangerete meravigliosamente a pochi dollari e probabilmente scoprirete dei locali in cui vorrete ritornare come è accaduto a noi. Soprattutto tenete presente un aspetto fondamentale: consultate la lettera maiuscola posta sulla vetrina del locale cercando la “A” in quanto ciò significa che il ristorante (o la bancarella) ha superato l’ispezione sanitaria, tenendo presente che chi ha una lettera bassa (tipo la “B”) potrebbe tenerla nascosta sulla parte inferiore della vetrina proprio per non perdere qualche cliente, mentre c’è chi potrebbe anche avere una segnaletica del tipo “pending”, ovvero in attesa di revisione non avendo superato i controlli all’ispezione precedente. I newyorkesi sono molto attenti all’igiene e alla salute (nonostante la carenza di verdura, infatti di strada da fare ne hanno ancora molta), consumano molti cibi light, camminano moltissimo, sono magri e ben vestiti, insomma ci tengono, troverete ovunque bagni pulitissimi e gratuiti, quindi approfittatene perchè di posti sporchi ne troverete ben pochi, forse solo nel Bronx, dove la realtà non è delle più rosee, ma ne abbiamo già parlato nel corso del tour dei quartieri.

Canna libera ovunque

A proposito, amici fumatori… vi metteranno ovunque in grosse difficoltà ma potete andare di canna libera, i cui effluvi si possono respirare ad ogni angolo di strada!

L’indomani non ci è rimasto che raggiungere il JFK per rientrare tristemente in Italia (e dove, colta da immensa disperazione, ho pranzato con un’insalata che faceva pena ma che era finalmente un’INSALATA!), con la speranza di ritornare in questa città magica, magari approfittando della validità biennale dell’ESTA, visto che non è poi così economico.

Arrivederci New York! 🧡🍎

New York/ Viaggi

Alla scoperta dei quartieri di New York

Amore nel Bronx

La giornata di oggi è iniziata con (finalmente) uno dei tour più riposanti, ovvero quello dei quartieri, un viaggio “sociologico” che ci ha portati, grazie ad una guida ecuadoregna (purtroppo c’erano solo il tour in inglese o in spagnolo e abbiamo scelto il secondo per venire incontro anche a mio marito che non parla inglese) simpaticissima che ci ha scorazzati letteralmente lungo tutta l’area della metropoli, illustrandoci le caratteristiche di ogni area, portandoci nel Queens, a Brooklyn, nel Bronx, a Williamsburg nel quartiere ebraico, ad Harlem nel sobborgo nero, con delle brevi fermate ovunque per permetterci di toccare con mano ogni diversità. Cerco di farveli conoscere per il tramite delle foto di ogni angolino visitato e con qualche didascalia in quanto a mio avviso l’impatto visivo spesso vale più di mille parole.

La scala di Joker
Poteva mancare lo Yankee Stadium?

Tuttavia, al di là delle foto, ciò che mi ha colpita maggiormente è stata la comunità ebraica di Williamsburg in quanto ci si sente veramente catapultati in un mondo lontano anni luce dal nostro: qui vive una comunità di ebrei ultraordotossi chasidici azkenaziti di lingua yiddish, oltre ad una minima parte di hasidici, tant’è che il turista di fatto non può nemmeno fotografare alcunchè quando si trova in queste strade (sì, un paio di foto le ho fatte, nel rispetto della privacy dei suoi abitanti). Gli uomini sono abbigliati tutti alla stessa maniera, con la classica kippah sul capo (o, a dire il vero, anche con un copricapo ben più imponente), i peot (i boccoli al lato del capo), la bekishe (il cappotto lungo), mentre le donne, vestite in modo estremamente austero, portano la parrucca sopra il capo rasato, in ottemperanza ai loro principi di modestia assoluta. Le famiglie sono molto numerose, tant’è che gli scuolabus riportano delle sigle colorate in base alla fascia di età dei bambini trasportati, in maniera tale da facilitare le famiglie nel momento in cui li accompagnano a scuola… insomma un loro mondo perfettamente organizzato in cui l’intero quartiere è a loro misura, inclusi gli esercizi commerciali che sono strettamente kosher (e sì, ho bevuto la Sprite kosher 😀).

Uno scatto al volo ad uno scuolabus
Ho scelto questo scatto per rispettare la privacy del soggetto

Il tour che ci ha portati sin qui è chiamato “tour dei contrasti”, a ragion veduta visto che da questo angolo di mondo dimenticato nel tempo siamo stati catapultati nel Bronx, con la sua miseria e la conseguente delinquenza, nonostante negli ultimi anni la situazione sia nettamente migliorata, tant’è che passeggiarvi durante il giorno non richiede nulla più che le consuete norme di prudenza che avremmo ovunque (mentre la notte è meglio lasciar perdere).

L’Unisfera situata all’interno del Flushing Meadows – Corona Park: è il globo in acciaio più grande al mondo con un’altezza di 43 m. e un diametro di 37 m. (Siamo nel Queens).
La bellezza dei moli del Queens
Il Whitestone Bridge

Dopo la miseria e la sporcizia del Bronx ci accompagnano nel Queens, quartiere alto borghese ricco di villette “chic” (a dire il vero io le ho trovate kitsch ma sul gusto italiano non si discute), tutte realizzate in legno dipinto da sembrare pietra, trattandosi di un materiale facilmente reperibile ed economico oltre al fatto che, visti i frequenti uragani, in caso di danni l’impatto economico è meno gravoso.

Palazzi in ghisa

Avendo trascorso molte ore impegnati nel tour dei quartieri abbiamo preferito impiegare le poche ore utili rimaste ritornando a Chinatown, visto che tanto ci era piaciuta, nonchè a Little Italy stante la vicinanza tra le due, e a SoHo (South of Houston Street, acronimo che da qualche parte vi ho già citato), nonchè conosciuto come Cast Iron District in quanto gli edifici sono costruiti in ghisa, materiale molto economico all’epoca in cui vennero eretti e vi assicuro che toccare il muro esterno di una casa e sentire il metallo sotto le mani fa un certo effetto. La zona, siamo nella Lower Manhattan, è ricca di negozi di un certo livello, di attività artistiche, dove pure i second hand shops presentano prezzi elevatissimi, ma anche qui la vitalità è ai massimi livelli e, inutile a dirsi, la sensazione di libertà e di essere se stessi senza condizionamenti la si respira a pieni polmoni.

L’effetto ottico è incredibile!

Per rientrare verso la zona in cui avevamo l’hotel siamo ripassati nuovamente per Little Italy, sempre piacevole e coloratissima, e per pura voglia di vivere anche queste strade senza stress e con l’unico scopo di godere di una città così bella, avendo già toccato così tanti obiettivi in questa giornata che ci ha portati ovunque.

New York/ Viaggi

Tra librerie e mondi fatati

Il modestissimo ingresso della casa di Roosvelt
Gli interni al pianterreno

Oramai siamo arrivati già al nono giorno di questo viaggio incredibile, cosa che mi dispiace molto perchè i giorni stanno volando alla velocità della luce e, nonostante si stia camminando tantissimo, questa città non mi stanca mai, anzi me ne sto innamorando ogni giorno sempre di più.

Questa mattina decidiamo di recarci al Theodore Roosvelt Birthplace National Historic Site (in poche parole la casa di Theodore Roosvelt), una piccolissima abitazione adibita a museo, assolutamente gratuito e che è davvero una chicca, lontano anni luce dalle rotte turistiche ma interessantissimo anche per chi non è particolarmente interessato all’aspetto storico di questo immenso paese. Siamo nel cuore di Manhattan e qui nacque il ventiseiesimo Presidente degli Stati Uniti, esattamente al 28th East 20th Street nel quartiere di Gramercy Park; la casa originale venne demolita nel 1916 (egli vi nacque il 27 ottobre 1858) ma, grazie all’impegno della famiglia Roosvelt e della Women’s Roosvelt Memorial Association, l’edificio venne ricostruito nel 1923 allo scopo di mantenere viva la memoria del suo abitante. Essa costituisce un notevole esempio di architettura brownstone, che caratterizza moltissime costruzioni della metà dell’Ottocento (avete presente quelle bellissime casine con la scalinata davanti che spesso vediamo nei film?); essa offre al visitatore la possibilità di visitare alcune stanze al pianterreno (noi abbiamo trovato il piano superiore chiuso) e di ammirare documenti, foto e ricordi di ogni tipo appartenuti a “Teddy” Roosvelt, tra i quali anche alcuni orsacchiotti di pezza (appunto i “Teddys”) che adornano le teche della casa museo. Il piccolo Teddy, afflitto da una forte forma di asma, visse la propria infanzia tra queste mura, approfondendo i suoi studi all’interno della piccola biblioteca ancora visibile al suo interno, alimentando le proprie conoscenze e formando l’individuo che il mondo ha conosciuto.

Ecco i “Teddy’ 🧡

Dopo la casa di Roosvelt abbiamo tentato una passeggiata sino al Soldiers’ and Sailors’ Monument, il monumento eretto in memoria dei soldati e dei marinai, dietro interesse di mio marito ovviamente, ma alquanto deludente vista la poca considerazione data dalla città stessa a tale memoriale; è comunque facilmente raggiungibile utilizzando l’autobus ed è visibile presso uno degli ingressi di Prospekt Park, molto decentrato rispetto al centro di Brooklyn, all’incrocio tra Riverside Drive e W 89th Street; esso venne eretto grazie agli architetti Charles e Arthur Stoughton per onorare i soldati che difesero l’Unione durante la guerra civile americana.

Il Soldiers’ and Sailors’ Monument

Lasciata l’area del monumento, su consiglio di un’amica e per passione verso il cinema, abbiamo raggiunto Katz’s Delicatessen, poco convinti ma… insomma andava visto almeno per una foto! Ve lo ricordate “Harry ti presento Sally”? Sì? Pure la famosissima scena della tavola calda? Ecco, siamo proprio da Katz, peccato che, oltre alla consapevolezza che per un paio di panini ci lasci 100 USD, la fila (nel pomeriggio di un giorno feriale) per arrivare al banco sia superiore alle due ore, quindi foto dovuta e ciao proprio, anche perchè, nonostante la fama del pastrami di Katz sia planetaria, ci è stato assicurato che quello del Chelsea Market sia migliore, e posso affermare con assoluta certezza sia delizioso.

La fama di Katz lo precede
Ma noi abbiamo cenato al Chelsea Market

Nel rientrare verso il centro di Manhattan potevo perdermi l’Albertine Books? Si tratta di una piccola libreria situata al 9672 della 5th Avenue, all’interno della storica villa di Payne Whitney, unica libreria della città dedicata quasi interamente a testi in lingua francese oltre a quelli in inglese, ospitante oltre 14000 libri di ogni epoca e parte integrante dei Servizi Culturali dell’Ambasciata di Francia, ma soprattutto famosa per lo splendido soffitto del primo piano e che sono certa molti di voi abbiano già visto da qualche parte.

L’ingresso della Albertine
Che interni stupendi!
Un fascino retro che dona un calore molto accogliente
E il celeberrimo soffitto
Poteva mancare il Piccolo Principe a salutarci?

E poi… la nota dolente… siamo ritornati a fare ancora un po’ di shopping, questa volta al Disney Store, che noi già avevamo conosciuto in giro per la Germania (ricordiamo con molto affetto quello di Monaco di Baviera 🙂 ), tuttavia questo di Times Square è qualcosa di unico, un mondo incantato dove ritornare bambini anche solo percorrendo i due piani del negozio, uniti da una scala mobile inenarrabile: guardatevi le foto e capirete!

Benvenuti nel mondo magico del Disney Store
La scala mobile è immersa in un tunnel di lanterne

Tra le varie tappe della giornata siamo capitati per caso anche all’Harry Potter Store, dove ammetto non volevo nemmeno entrare, nonostante la mia passione per la saga, ovviamente per non fare ulteriori spese (ero ancora sotto shock per la “capatina” all’NBA Store 🙂 ), ma alla fine ho ceduto… e meno male che ci siamo entrati perchè ci siamo trovati davanti ad un meraviglioso mondo fatato organizzato su due piani, uno più bello dell’altro, oltre alla House of MinaLima, un corner situato all’interno del negozio e dedicato interamente a questo favoloso team di illustratori (giuro, mi sono contenuta acquistando unicamente una tote bag), pochi metri quadrati di sogno assoluto! Tenete conto che i libri illustrati da MinaLima sono dei capolavori interattivi tant’è che, ogni qualvolta acquisto un libro da collezione, sono perennemente combattuta tra l’edizione MinaLima e quella di Benjamin Lacombe, quest’ultimo un genio dell’illustrazione! Insomma potete pensare ciò che volete degli Stati Uniti ma le cose le sanno fare davvero bene… A degna conclusione di questa visita totalmente inaspettata abbiamo fatto merenda con un boccale di burrobirra, sì proprio merenda in quanto è dolce, frizzantina e rivestita da un pannosissimo strato alla vaniglia, una delizia assoluta (c’è chi asserisce sia pessima, ma dubito abbia assaggiato quella dello store).

E dire che non volevo entrarci…
Senza parole
Vegetazione e civette
Alberi
E cabine del telefono

A questo punto ci siamo riposati grazie ad una cenetta al volo per poi rientrare in hotel, anche questa volta cotti a puntino e pronti solo a stramazzare a letto. Ah, per quanto riguarda i pasti ne parleremo in un post a parte in quanto sicuramente per noi gente mediterranea l’alimentazione statunitense costituisce una sequela di gioie e dolori, ma ce la si può (quasi) fare senza grossi traumi con poche indicazioni.

Per i libri di qua…
Arcate di volumi
E libri volanti
Fino al corner di MinaLima
Ma la bontà della burrobirra?
New York/ Viaggi

La Grande Mela 🍎 e la sua bellezza anche sotto la pioggia

La miglior scelta di un museo quando diluvia 🤣

Questa mattina New York ci ha accolti sotto una pioggia battente contro la quale nemmeno l’ombrello poteva alcunchè a causa del vento sostenuto e dell’acqua che scendeva in obliquo, la temperatura era abbastanza rigida, ma noi mica ci siamo scomposti e abbiamo affrontato la visita all’Intrepid Sea- Air Space Museum , il quale sorge a bordo di una nave (una gioia visto il maltempo) attraccata al Pier 86, sulla 46th Street, nella West Side di Manhattan. Fanno parte dell’esposizione la portaerei della seconda guerra mondiale USS Intrepid CV-11, il sottomarino USS Growler SSG-577, un Concorde (purtroppo chiuso a causa del maltempo), un ricognitore supersonico Lockheed A-12 e lo Space Shuttle Enterprise; inoltre il Lower Deck ospita una collezione di velivoli recanti bandiere di diversi paesi.

Il Concorde
Lo Space Shuttle Enterprise
Il sottomarino

Premetto di aver scelto questa visita esclusivamente per mio marito, da sempre interessato a questo tipo di eventi, ma in ogni caso trattasi di un museo “prevalentemente maschile”; sono solo rimasta molto interdetta dalla presenza di alcune alunne della scuola cadetti che erano piccolissime, letteralmente delle bambine, il che mi ha indotta a pensare che forse delle volte l’aspetto bellico venga insegnato come fosse un gioco, per me inconcepibile ed inammissibile.

Ci siamo anche noi

Terminata, con mia grande fatica, la visita al museo, abbiamo affrontato la Highline , bellissima ed affollatissima nonostante la pioggia e il vento che non hanno arretrato di un centimetro: si tratta di un percorso pedonale sovrastante la città nato principalmente a seguito delle richieste degli abitanti, i quali hanno cercato di abbellire i resti della vecchia ferrovia con piante e fiori, proposta poi accolta dalle istituzioni, le quali si sono occupate di riutilizzare questo spazio creando un meraviglioso percorso botanico e riciclando alcuni spezzoni di rotaia e di traversine a scopo decorativo. La passeggiata percorre 2,3 km ed è utilizzata dai newyorkesi per attraversare parte della città senza doversi addentrare nel traffico cittadino, cosa che abbiamo fatto anche noi per raggiungere Chelsea Market, un magnifico mercato in stile industrial sorto nella vecchia fabbrica della Oreo, ricco di negozi di dolciumi, di piccoli corners di artigianato e di un ampio spazio in cui poter sostare per un pasto, oltretutto ci abbiamo mangiato due volte e posso dire che i panini e le birre sono deliziosi, seppure non proprio economici; a tal proposito posso consigliare il pastrami, a detta di molti migliore di quello dell’iconico Katz’s Delicatessen, che vedremo più avanti.

Ci immettiamo sulla Highline
Ma le panche sulle rotaie? Una genialata!
Verde tra il cemento
E segmenti di binario decorativo
Magnolie giganti e profumatissime
La leva di uno scambio
Costeggiamo alcune case incredibili
Scorcio su Little Island
Passiamo al di sopra delle arterie cittadine e dei suoi taxi gialli

L’ultima tappa, rientrando all’hotel, l’abbiamo fatta da The Donut Pub, dove potete trovare qualsiasi concentrato di zuccheri vogliate assaggiare, inaspettatamente sito in un buchetto che, visto dall’esterno, non vale nulla a prima occhiata, ma l’impatto visivo all’interno vale sicuramente qualche assaggio; i donuts sono enormi e, per mio gusto, pure un po’ “too much” in quanto a concentrato di zuccheri, comunque nulla da eccepire in merito alla qualità.

Chelsea Market e il suo passato con l’Oreo
Industrial style ovunque
The Donut Pub

Sazi, stanchi ed infreddoliti ce ne torniamo all’hotel per una doccia calda e rigenerante e ci rivediamo domani! See you!

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Un’altra giornata iconica a New York

Uno degli scheletri più famosi del cinema

La giornata odierna ci ha accolto con un cielo carico di pioggia e un’arietta fresca (ben venti gradi in meno rispetto a ieri), ma noi, turisti imperterriti armati di ombrellino e giacchino imbottito, abbiamo deciso di affrontare la titanica impresa di raggiungere l’American Museum of Natural History.

Sì, proprio quel museo di storia naturale di “Una notte al museo”, quello con lo scheletro del dinosauro, ve lo ricordate? Al di là della location cinematografica, il museo è davvero qualcosa di straordinario, cinque piani che ci hanno impegnati per ben cinque ore, tra padiglioni dedicati ai minerali, affollatissimi di disincantate scolaresche che a tutto si interessavano tranne che al museo (in qualsiasi paese si vada questa è la realtà comune 🙂 ), ad altri incentrati sulla vita animale e ai relativi habitat naturali, con delle ricostruzioni meravigliose e pari alla realtà, come potete ben comprendere dalle foto che vi allego qui sotto.


Il museo è diviso per zone del mondo, per continenti, per mari e savane, è qualcosa di unico e in continua espansione, tant’è che su alcuni padiglioni vi stanno ancora lavorando nell’ottica di una prossima apertura; ho sempre amato i musei dedicati alla storia della natura, tra i pochi musei che apprezzo, ma questo è tanto, tantissimo, anche troppo perchè ne esci distrutto ed esaurito, ma è un capolavoro! Brava New York, hai realizzato un’opera maestosa ed ineguagliabile!

Nonostante la stanchezza e le energie prosciugate dal museo vuoi non tener duro e andare al Top of the Rock? Un’altra tappa iconica che, in occasione di questa prima visita alla metropoli, non può assolutamente mancare visto che la terrazza panoramica del Rockfeller Center offre un panorama mozzafiato che ha ben poco da invidiare a quello che ci ha incantati pochi giorni addietro all’Empire State Building.

Da togliere il fiato!

Il grattacielo in questione è molto apprezzato in quanto, pur essendo più basso di altri quali l’Empire, offre una visione libera da ostacoli quindi di ampio respiro; in particolar modo esso è alto 260 metri e offre un osservatorio assolutamente iconico, tant’è che è possibile, per il tramite di apposito biglietto, salire sul cosiddetto “ascensore”, che altro non è che una piattaforma girevole che si innalza per ancora qualche metro ed è circondata interamente da vetrate (praticamente lo scopo è unicamente instagrammabile). Esso risale ai primi anni trenta, è stato progettato in stile art decò e il Top of the Rock rappresenta l’edificio principale del Rockfeller Center e, quando ne sarete usciti, vi ritroverete proprio in quella bellissima piazza dove a Natale sorge il più famoso albero luminoso al mondo con l’immensa pista di pattinaggio su ghiaccio.

Rockfeller square
Il palazzo di Louis Vuitton

Rientrando verso l’albergo abbiamo fatto un’ultima tappa all’Hard Rock Cafè, per noi immancabile in quanto da ciascuna città visitata che ne ospiti un punto vendita porto con me almeno una maglietta (e vi assicuro che questa volta la scelta era tremendamente imbarazzante e a prova di qualsiasi turista oculato 🙂 ).

In questi giorni farò il possibile per pubblicare tutti i post rimanenti relativi a questo viaggio da sogno: sono stata impegnatissima nelle ultime settimane, ma i contenuti da condividere sono moltissimi, motivo per il quale vedrò di farveli leggere almeno ogni paio di giorni quindi… stay tuned!

New York

Da Central Park a Broadway

La classica immagine della quiete di Central Park, pur se immerso completamente tra i grattacieli

La giornata del nostro quinto giorno a New York si è concentrata esclusivamente su Central Park, viste le dimensioni immense del principale polmone verde della città e che abbiamo percorso interamente, entrandovi da Harlem e percorrendolo tutto fino al centro di Manhattan.

Il Reservoir

Premetto di aver affrontato l’eroica esperienza nel giorno più caldo che questa vacanza ci ha offerto, mettendoci a dura prova, nonostante gli abiti leggerissimi che provvidenzialmente avevo acquistato da Primark il giorno prima (avevo previsto un clima variabile ma non fino a questo punto); che il parco sia immenso si sa, tuttavia ciò che non mi aspettavo è trovarmi a camminare lungo strade asfaltate, delle vere e proprie arterie dotate di corsie di delimitazione e di semafori, ovviamente completamente esposte al sole e lungo le quali ogni passo è stato fonte di sofferenze.

Ebbene sì, anche qui qualcuno è riuscito a trovare un forte da visitare…
Belvedere Castle

Una volta entrati nel cuore di Central Park siamo riusciti ad addentrarci lungo sentieri ombreggiati, alcuni costeggiati da ruscelli o affiancati da laghetti, ma la cosa più bella è stato l’incontro con gli scoiattoli, molto amichevoli e abituati alla presenza dell’uomo; sono stata molto colpita dalla presenza di quelli piccini con la riga bianca sul dorso e la coda piccolina, insomma i classici Cip e Ciop della Disney 🧡.

Si è messo pure in posa per lo scatto!
Uno scatto al volo a uno degli scoiattoli piccini, proprio quelli di Cip e Ciop
Bethesda Terrace

Come già detto si tratta di un’area immensa pari a 843 acri (3,41 km quadrati), un parco pubblico immerso tra i grattacieli, che in effetti dona un effetto visivo alquanto particolare, di forma rettangolare e che offre ai residenti immense possibilità per praticare sport, organizzare pic-nic e addirittura gite in barca; offre circa 900 panchine dove poter riposare e che ci hanno consentito un piccolo spuntino all’ora di pranzo stante la camminata di quasi 9 km che abbiamo affrontato girellando in ogni angolo possibile.

Poteva mancare Balto?

Il parco venne aperto nel 1856 a seguito del progetto di Frederick Law Olmsted e Carvert Vaux, i quali ottennero un’area dall’aspetto estremamente naturale mentre in realtà esso è quasi completamente opera della mano umana, cosa che ho voluto approfondire in quanto io stessa me lo stavo chiedendo man mano che proseguivo nella passeggiata; il terreno preesistente era molto irregolare in quanto presentava avvallamenti, paludi ed irregolarità di ogni genere oltre a costruzioni abusive, tant’è che il sindaco dell’epoca, Alexander Josephyn, fu alquanto scoraggiato nell’affrontare una possibile rivalutazione dell’area, tuttavia alla fine cedette alle insistenze del progettista e intentò la bonifica dell’area.

La notissima bancarella di Strand all’uscita dal parco

Central Park fu oggetto di un forte degrado nel corso degli anni 60 e inizio anni 70, tuttavia l’attività della Central Park Conservancy riuscì a riqualificare alcune parti dello stesso, ripotandolo un po’ alla volta ai fasti attuali e quindi allo splendore originale voluto dagli architetti dell’epoca, ma vi lascio alle foto per scoprire con me gli angoli più caratteristici del parco.

La sera eravamo stanchi, accaldati e distrutti, motivo per il quale abbiamo preferito rientrare in albergo e trascorrere qualche minuto rigenerante tra aria condizionata e doccia, per poi recarci all’appuntamento più iconico dell’intera vacanza: il musical a Broadway, da me fortemente voluto vista la passione che nutro nei confronti di questo tipo di spettacoli.

Onestamente stavo quasi rinunciando all’impresa di acquistare i biglietti, demoralizzata dal mancato funzionamento dell’app che ho utilizzato per l’organizzazione dell’intero viaggio, oltre a non capire dove poterli acquistare fisicamente stante il fatto che il cantiere presente in Times Square aveva completamente offuscato il punto di accesso della rivendita; alla fine, visto che ogni spettacolo viene ospitato per lungo tempo da un singolo teatro (e da qui la qualità delle scenografie che per mesi possono essere riutilizzate) sono riuscita nell’intento proprio collegandomi al sito del teatro, dal quale è dato poter scegliere comodamente i posti visto che, dopo aver selezionato l’opzione desiderata, viene data la possibilità di avere un anteprima sulla visione del palcoscenico.

Il nostro posto al “mezzanino” ci ha regalato una visione perfetta

Ho scelto “Alladin”, soprattutto per agevolarci nella comprensione dell’intera rappresentazione, conoscendo la trama dell’opera: di spettacoli ne abbiamo visti tanti in questi anni, anche degli autentici capolavori, ma qui siamo su un altro livello, altissimo ed ineguagliabile! Ovviamente non posso offrirvi alcuna foto se non qualche scatto del teatro, piccolo e molto bello, ma l’unica cosa che posso affermare con certezza è che, nel caso fortunato in cui riuscissi a fare ritorno a New York, questa sarà una tappa obbligatoria.


New York/ Viaggi

Le acque di New York

Un’emozione indescrivibile

La città, come già esaurientemente descritto nei post precedenti, è bagnata dall’acqua ovunque, dal mare e dall’Hudson, permettendo quindi di provare una sensazione di leggerezza nonostante il cemento ovunque; la giornata di oggi sarà quindi dedicata quasi esclusivamente alle mete raggiungibili con i traghetti.

Stupenda anche in controluce

La prima tappa della giornata è l’iconica Statua della Libertà (Statue of Liberty o Lady Liberty), simbolo di New York e di tutti gli Stati Uniti, famosa a livello planetario nonostante le dimensioni non particolarmente rilevanti, situata all’entrata del porto sul fiume Hudson, nell’Upper New York Bay, al centro della baia di Manhattan, sulla Liberty Island; di fatto la si può avvicinare anche per il tramite di uno dei free ferry presenti nella città, tuttavia noi abbiamo preferito prenotare il traghetto che consente sia l’accesso all’isola e al museo, sia a Ellis Island, che vedremo più tardi.

La lanterna originale

La statua è conosciutissima, tuttavia qualche breve accenno tecnico e storico secondo me è dovuto: si tratta di un dono che la Francia fece agli Stati Uniti, realizzata ad opera di Auguste Bartholdi con la collaborazione di Gustave Eiffel (vi dice nulla?), il quale si occupò della realizzazione della struttura reticolare interna in acciaio, la quale venne poi rivestita con dei fogli di rame pazientemente lavorati e successivamente rivettati, così come esposto nel museo annesso ed esaustivo in merito alla sua costruzione, presso il quale poter ammirarne anche la lanterna originale.

Manhattan vista da Liberty Island

Il dono francese fu simbolo nel chiaro riferimento della lotta alla schiavitù e l’idea della realizzazione venne proprio da Edouard René de Laboulaye, allora presidente della Société francaise pour l’abolition de l’esclavage (Società francese per l’abolizione dello schiavismo), ponendo così l’accento sui valori comuni ai due paesi situati sulle opposte sponde dell’Atlantico.

La costruzione, in stile neoclassico, vide la sua inaugurazione il 28 ottobre 1886 e misura solo 43 metri (la sola statua in rame), mentre l’intera costruzione, inclusi torcia e basamento, arriva a 93 metri, quindi alla fine, considerato che la si vede dalla terraferma, appare veramente piccolina nonostante il turista si aspetti un monumento immenso; tuttavia vi assicuro che l’emozione di trovarmi davanti ad essa, dopo averla vista solo tramite rappresentazioni fotografiche o audiovisive, è stata immensa… l’ho fotografata da ogni angolazione! E’ possibile salire sul basamento, cosa che non abbiamo fatto in quanto non presenta poi quell’altezza tale da poter ammirare Manhattan da una posizione privilegiata, mentre l’accesso alla corona era interdetto (di quello alla torcia poi sembra non se ne parli più da anni), motivo per il quale ci siamo goduti il museo per poi reimbarcarci alla volta di Ellis Island.

Ellis Island è l’isola degli immigrati, che qui venivano sbarcati al primo ingresso negli Stati Uniti, dove venivano controllati in maniera minuziosa per esser certi che non importassero malattie creando problemi di ordine sanitario: la curiosità è che venivano obbligati a percorrere un tragitto faticoso al fine di escludere coloro i quali lo percorressero con difficoltà, in maniera tale che se uno di essi lo avesse percorso con il fiato corto per una semplice mancanza di allenamento, sarebbe stato automaticamente bollato quale tisico e quindi scartato. Seguivano severissimi controlli della salute visiva e solo dopo aver superato tali rigidi controlli gli immigrati venivano mandati a lavorare e ad apprendere la lingua del paese ospitante, tant’è che il lavoro veniva assegnato a tutti, uomini e donne indistintamente, ponendo quindi le basi per una immigrazione regolamentata e produttiva. Del resto la città sorse proprio grazie ai flussi migratori e ancora oggi il melting pot razziale e culturale è alquanto variegato, tant’è che i suoi abitanti sono bellissimi.

L’ingresso al museo di Ellis Island
I locali dove trovavano una prima accoglienza gli immigrati
I pesanti controlli sanitari cui veniva sottoposto chiunque sbarcasse in terra americana
Non potevo non immortalare la tratta con partenza dalla mia città, oltretutto organizzata da una compagnia tuttora esistente

Ellis Island offre al visitatore un bellissimo museo incardinato all’interno dell’edificio ospitante i flussi migratori e la curiosità è proprio nella collocazione dell’isola, in quanto, dopo innumerevoli dispute, è stato stabilito essa appartenga solo in minima parte allo stato di New York (il 17 %), mentre la restante parte è facente parte del New Jersey (84 %), nonostante essa, al pari di Liberty Island, si trovi nelle acque territoriali di Manhattan.

Il ponte Da Verrazzano

Dopo aver navigato per mezza giornata, allietati da un sole feroce e luminoso, perfetto per l’occasione, colti dall’entusiasmo siamo nuovamente saliti su un traghetto, quello gratuito (pagato dal comune per favorire i pendolari) che ci ha portati a Staten Island e che ci ha permesso di ammirare la maestosità del Ponte di Verrazzano, il quale collega Brooklyn a Staten Island, al di sopra del Narrows, lo stretto braccio di mare che li separa, con la particolarità di essere a pedaggio solo verso Staten Island, mentre risulta essere gratuito in direzione di Brooklyn, per una lunghezza totale di 1600 metri. Chi, come me, non è proprio nato l’altro ieri, si ricorderà forse che esso era denominato “da Verrazano” (un evidente errore dovuto alla grafia anglosassone), mentre ad oggi è stato corretto in “da Verrazzano”, anche grazie al sostegno di alcuni noti italoamericani quali Robert De Niro, Tony Gemignani e Joe d’Onofrio, con l’approvazione del governatore Andrew Cuomo.

Little Italy e i simbolici versi di Modugno
Un caos allegro e colorato

Lasciate le acque di New York decidiamo di dedicarci ancora un po’ alla storia dell’immigrazione statunitense e ci avviamo verso Little Italy, un piccolo borgo allietato dai versi luminosi, affissi tra i palazzi, de “Il blu dipinto di blu (Volare)” di Domenico Modugno, posto a simbolo dell’intero quartiere; se pensate di rilassarvi usando la vostra lingua di origine scordatevelo, qui i lavoratori sono per lo più ispanici (ho sentito solo un giovane cameriere inalberarsi in un sanissimo e colorito italiano nei confronti di un turista poco amichevole ), motivo per il quale dovete avere necessariamente un buon livello di inglese: gli americani sono molto collaborativi, vi aiutano sempre e comunque, è gente generosa e molto ben educata, tuttavia quello che parla slang lo troverete sempre, tant’è che anch’io ogni tanto mi sono persa senza capirci nulla (e ho un ottimo livello linguistico, che però andrà necessariamente implementato per la prossima visita in territorio statunitense).

Come di consueto vi lascio alle foto perchè valgono più di mille parole…

New York

New York: l’emozione quando il cielo si incendia scivolando nella notte

In questa terza mattinata newyorkese ci svegliamo in una giornata inondata da un sole che brucia impietoso, con l’intenzione di recarci, per prima cosa, al palazzo dell’ONU , visita che richiede di presentarsi con largo anticipo nonostante abbia già provveduto a richiedere tutti i permessi visto il carattere blindato del Centro Visitatori, che tuttavia necessita di un ulteriore iter di identificazione e di ritiro del badge. Il palazzo delle Nazioni Unite sorge sulle rive dell’East River, nel cuore della città, tuttavia appena ci si avvicina all’area già ci si sente divisi tra più nazioni, giacchè il primo impatto lo si ha con una moltitudine di bandiere in rappresentanza di ogni paese membro, per poi incontrare il servizio di guardia, totalmente multiculturale e multirazziale, in perfetta armonia con lo spirito dell’organizzazione in argomento. I tour sono disponibili nelle sei lingue riconosciute dall’ONU, ovvero arabo, cinese, inglese, francese, russo e spagnolo, tuttavia, pressappoco due volte al mese, è possibile prenotare il tour guidato in lingua italiana, che per un caso fortuito siamo riusciti ad ottenere, nonostante la nostra guida facesse un gran caos tra italiano, spagnolo e francese, supplendo però con una gentilezza, preparazione e simpatia ineguagliabili.

Sedere su queste sedie fa impressione
L’Assemblea Generale

Il complesso è imponente, la sua costruzione risale al periodo successivo al secondo conflitto mondiale e quello che maggiormente spicca è il Palazzo di Vetro, ovvero quello che ospita il Segretariato, senza però adombrare il General Assembly Building, ospitante le delegazioni nel corso delle assemblee, nonchè il Conference Building, sede della Camera del Consiglio di Sicurezza. All’interno del palazzo e nel corso della visita guidata si possono ammirare delle piccole esposizioni relative alle peculiarità di ogni paese membro nonchè gli ambienti principali utilizzati e vissuti nel corso dei lavori delle assemblee. Diciamo che sapere di trovarsi dove vengono decisi i destini di mezzo mondo ha il suo peso…

Rose Hill

Nello spostarci da una visita all’altra abbiamo deciso di fare una capatina anche a Rose Hill, in quanto trattasi dell’unico ricordo della Manhattan rurale, essendo una casina in legno incastonata tra i palazzi moderni, situata nel quartiere di Kips Bay, al 203 E della 29th St, la quale trae il proprio nome dalla Rose Hill Farm, una tenuta agricola creata nel 1747 da John Watts, esponente coloniale; l’attuale struttura viene attribuita al diciottesimo o diciannovesimo secolo ed è stata qui riposizionata, costituendo un punto di interesse storico.

Le tipiche scale antincendio che in questi giorni vedremo ovunque
Un tipico Funfetti Cookie zuccheroso, malsano e buonissimo!

Nel pomeriggio abbiamo passeggiato lungo le strade di NoHo, un piccolo quartiere di Lower Manhattan situato nei pressi di Houston Street, tant’è che il suo nome significa proprio “North oh Houston Street” (qui amano molto tali abbreviazioni, come abbiamo già visto con DUMBO e come vedremo con SoHo, la quale ovviamente si trova a sud di Houston Street… lo immaginavate, vero?). La zona è nata come sede manifatturiera e ad oggi ospita loft, gallerie d’arte, piccole realtà artigianali ed eleganti oltre a ristoranti alla moda, costituendo quindi una zona estremamente residenziale. NoHo è essenzialmente da vivere, da considerare quale meta di passeggio, magari sedendosi ad un tavolino all’aperto per qualche minuto di relax (a proposito, nei pressi dei parchi ci sono sempre dei tavolini con sedie annesse, completamente a disposizione di chiunque voglia fare una sosta o leggersi un libro).

Potevo mancare?

A proposito di libri, potevo mancare una sosta presso una delle più famose librerie? Sicuramente la più nota nella metropoli è Strand, innanzitutto per la bancarella appena fuori Central Park (The Strand Central Park Kiosk), alla quale non mi sono fermata in quanto avevo appena fatto una lunghissima sosta a quella di Broadway (oltre ad essere sopravvissuta a nove chilometri percorsi in Central Park sotto un sole feroce e se mi fossi fermata anche da Strand sarei crollata in mezzo secondo netto). Il logo di Strand recita “18 miles of books” e mai definizione fu più azzeccata vista l’immensità di volumi, tra nuovi ed usati, presenti al di fuori dei locali e sparsi lungo i tre piani di questa libreria paradisiaca. Ci ho speso più di un’ora, con gli occhi a cuoricino, tra libri e gadgets, uscendone trionfante con la mia copia “Strandizzata” di “1984” di George Orwell, caposaldo della letteratura distopica e che, avendolo letto in digitale, non poteva mancare nella mia libreria. E non parliamo di sportine in tessuto, segnalibri magnetici eccetera… c’è chi fa shopping di abbigliamento e chi, come me, esce dalla libreria appagata e con il sorriso sulle labbra.

Il Flatiron Building

Rientrando verso l’albergo potevamo non inserivi qualche altra visita? Eravamo cotti, ovviamente, tuttavia lungo la strada ci siamo fermati ad ammirare il Flatiron Building, dalla curiosa forma triangolare (da qui il nome che, tradotto, significa letteralmente “ferro da stiro”), eretto nel 1902 ad opera dell’architetto Daniel Burnham in stile Beaux-Arts, all’angolo tra la 23 Strada, la 5 e Broadway. La punta dell’edificio misura 2 metri e si estende per 86,9 metri di altezza suddivisi in 22 piani, creando un impatto ottico famoso a livello planetario; noi l’abbiamo visto in fase di restauro ma non ancora totalmente ingabbiato dalle impalcature, quindi avendo modo di ammirarlo in tutta la sua originalità.

Uno dei miei film preferiti

Poi c’è stata “LA” visita, quella che mi ha lasciata senza fiato, ovvero l’Empire State Building, il primo impatto visivo dall’alto con la bellezza della città: siamo saliti al tramonto, più per caso che per scelta mirata, ma è stato l’orario migliore in quanto abbiamo ammirato dall’alto lo skyline digradare dalla luce del giorno al rosso della sera, mentre il sole si incendiava portando la città alla notte. Non è una bellezza descrivibile se non con qualche foto perchè, seppure siamo dinanzi ad una metropoli di solo cemento, senza alcuna bellezza naturale, l’estetica finale è talmente armoniosa da togliere il fiato.

E oltre l’Hudson c’è New Jersey
Senza parole…

L’edificio deve gran parte della propria visibilità a “King Kong”, tant’è che è proprio la sua immagine che accoglie il visitatore nei locali antistanti l’ascesa ai piani superiori; l’architettura del palazzo è in stile Art Déco e si trova a Midtown, all’angolo tra la Fifth Avenue e la West 34th Street e con i suoi 443 metri di altezza è stato il grattacielo più alto al mondo tra il 1931 e il 1970, primato poi superato dalla torre nord del World Trade Center e comunque è rimasto uno dei simboli più rilevanti della città. La salita è rapidissima ed è allietata da pochi minuti di filmato proiettato sul soffitto dell’ascensore, tant’è che l’effetto è proprio di essere catapultati verso il cielo, fino alla prima fermata che già lascia a bocca aperta e che permette una panoramica a 360 gradi dietro la vetrata posta a protezione dell’intero piano, per poi risalire all’ottantaseiesimo piano dove, all’aria aperta e protetti da una grata, ma completamente sferzati dal vento si è davanti all’immensità della Grande Mela, un panorama potente che lascia a bocca aperta anche il turista più scettico. E mentre il cielo si incendia nel rosso del tramonto e le luci della città che non dorme mai si accendono nasce la magia…

Tutto questo non lo dimenticherò mai

Con questa atmosfera indescrivibile vi lascio anche per oggi, nella nostalgia più assoluta di poter provare nuovamente questa emozione perchè (e non avrei mai pensato di prometterlo a me stessa), nonostante abbia il desiderio di vedere tutto il mondo possibile, New York è lì che mi attende nuovamente.

New York

New York, secondo giorno: iniziamo a fare i turisti!

I grattacieli che circondano Ground Zero

Dopo il primo giorno esplorativo per capire come orientarci nella caotica Manhattan, iniziamo ad affrontare le vere visite programmate, a partire dal 9/11 Memorial di Ground Zero con l’annesso museo. La giornata si preannuncia molto calda, dopo il clima ventilato e meravigliosamente primaverile di ieri, sensazione ulteriormente acuita dalla spianata in cemento della nostra meta e che ci permette di provare un minimo di refrigerio unicamente in prossimità delle due fontane poste a testimonianza degli edifici colpiti l’11 settembre 2001.

Alcuni resti delle torri abbattute
La “scala dei sopravvissuti”, così definita in quanto, per il tramite di essa, molti di coloro i quali si trovarono all’interno delle torri riuscirono a salvarsi

Il sito ha visto la propria nascita nel 2006, sorgendo, su iniziativa e a cura del World Trade Center Foundation e dell’Autorità Portuale di New York e New Jersey, sul luogo dove si trovavano le Torri Gemelle distrutte durante l’attentato del 2001, presso Ground Zero, e vedendo la fine dei lavori nel 2011.

Una delle piscine del memoriale

Tre anni dopo venne aperto al pubblico anche il museo, immenso, ricchissimo di informazioni ed estremamente interessante, situato all’interno di un padiglione infinito (e fortunatamente dotato di aria climatizzata, visto che il sole ha iniziato a picchiare con una ferocia inaspettata); qualsiasi parola io spenda non riuscirebbe a descriverne la portata, tuttavia, nonostante le polemiche avanzate all’epoca per l’eccessiva spesa affrontata allo scopo, mi ha fatto piacere l’enorme tributo porto nei confronti dei vigili del fuoco, verso coloro i quali maggiormente hanno sacrificato tutto per il prossimo. Le polemiche legate alla dinamica della strage sono sempre state tante e comunque molti punti rimarranno oscuri anche nel prossimo futuro, tuttavia ciò che più mi ha colpita è stata la testimonianza resa da un semplice ed umile proprietario di imbarcazione, il quale, nella registrazione di un filmato che ci è stato proiettato all’interno del museo, ha spiegato semplicemente la tragedia occorsa all’interno di un’isola, qual è Manhattan, che non consentiva alcuno scampo se non via mare, il che lo ha portato, visto l’utilizzo di tutti i traghetti a disposizione, a prendere la sua barchetta ed andare incontro alla devastazione, con il coraggio dell’incoscienza e dell’altruismo, allo scopo di salvare qualche vita in più a rischio della propria.

Lasciato il fresco all’interno del museo abbiamo brevemente sostato nei pressi delle due “piscine” (in effetti chiamate pools) che sorgono, come specificato poc’anzi, a testimonianza della collocazione delle due torri: la loro estetica è ariosa, minimal, cupamente nere e riportanti molti dei nomi di coloro i quali non ci sono più, quasi a ricordarli pur nella speranza della rinascita simboleggiata dall’acqua.

Lasciato Ground Zero ci siamo recati al National Museum of the American Indians, totalmente gratuito e molto bello, facente parte del Smithsonian Institution di Washington D.C., dedicato alla storia, alla cultura e alle tradizioni dei nativi, senza contare la stessa storia del bellissimo palazzo che lo ospita in quanto costruito sui resti di Fort Amsterdam, sorto nel 1625 ad opera degli olandesi per proteggere il porto di New Amsterdam; esso divenne un luogo di incontro per i nativi americani e per gli stessi olandesi, i quali lo utilizzarono per favorire gli scambi commerciali di pellame in cambio della conoscenza dei mari e delle rotte di navigazione. Questi incontri non sempre ebbero esito pacifico e, anche dopo la vendita di New Amsterdam agli inglesi, nel 1664, i rapporti con i nativi non furono mai dei più pacifici, motivo per il quale non è un caso che il museo sia sorto proprio nell’US Custom House.

Questa è Chinatown!
Il mercato di Chinatown

Dopo questa visita appagante abbiamo avuto il nostro primo approccio con Chinatown, colorata ed incasinatissima ma che ci ha incantati, portandoci poi a ritornarci più volte: è un mondo a sè, un’enclave di Oriente con una propria cultura in cui anche il newyorkese risulterebbe al pari di un turista, un angolo di mondo curiosissimo in cui, in ottemperanza ai contrasti che caratterizzano la metropoli, sorge anche una chiesa greco-ortodossa (purtroppo chiusa).

E anche i Vigili del Fuoco sono in linea con il luogo
Le cene migliori le abbiamo fatte qui

Ci ritorneremo nuovamente, soprattutto avendovi scoperto un ristorantino (che chiamarlo tale è un onore, ma per capirne la motivazione dovreste vederlo dal vivo 🙂 ) economico e delizioso, ma comunque qualche informazione è d’obbligo: siamo a Lower Manhattan e la comunità cinese è talmente vasta da ospitare quasi centomila persone e rendendola quindi quella con la più alta concentrazione abitativa dell’emisfero occidentale. Inoltre la sua collocazione è strategica ed ottimale in quanto confina sia con Little Italy che con TriBeCa, oltre che con il Civic Center e con il Lower East Side.

Oramai già belli stanchi e cotti dal caldo decidiamo di proseguire per Brooklyn, una delle mete da me maggiormente desiderate perchè non solo iconica ma assolutamente incantevole vista la vicinanza alle rive dell’Hudson (sono sempre incantata dall’acqua, chi mi segue lo sa…): si tratta del borough (distretto) più popoloso tra i cinque presenti nella metropoli, situato nell’estremità occidentale di Long Island e confinante con l’elegante Queens, inoltre è comodamente collegata con Manhattan da una serie di ponti e di tunnel che attraversano l’East River, mentre i collegamenti con Staten Island sono assicurati dal ponte di Verrazzano. Essa trae il suo nome da Breukelen, cittadina olandese annessa a New York nel 1898, poi meta di una forte immigrazione italiana, tant’è che all’interno di essa prese il nome di “Broccolino”; dopo un periodo di forte degrado essa venne riqualificata assurgendo all’attuale quartiere trendy frequentato da hipster. Brooklyn è bellissima, particolare e con un fascino quasi industrial, circondata completamente dall’acqua grazie alla presenza della Jamaica Bay, dall’Oceano Atlantico e dal New York Harbour, che la separa dall’antistante New Jersey, oltre al già citato East River… e poi c’è DUMBO, famosissima per i ponti e per l’iconico scatto, quello per il quale sono impazzita a trovare il giusto incrocio urbano dal quale immortalare il ponte di Manhattan e che mi è costato le ire del marito, il quale non ne comprendeva l’importanza che aveva per me, delle volte esteta inarrestabile. I ponti sull’acqua donano un’effetto ottico incredibilmente bello, motivo per il quale non mi dilungo in chiacchiere e vi lascio agli scatti fatti davanti ad un tramonto incantevole, nel silenzio di una folla muta davanti a tanta bellezza.

Due cenni in merito a DUMBO, acronimo di Down Under the Manhattan Bridge Overpass, la quale risulta essere divisa in due parti, di cui la prima situata tra il ponte di Manhattan e quello di Brooklyn, da me immortalata nelle foto, mentre la seconda è collocata tra il ponte di Manhattan e il Vinegar Hill. Una curiosità: l’acronimo DUMBO venne utilizzato per la prima volta da Jerry Seinfeld nel corso di un talk show, nel corso del quale finì con l’omettere la parola “overpass” e limitandosi quindi alla dicitura DUMB la quale, tradotta, significa “sciocco”, epiteto non gradito ai locali i quali quindi lo estesero all’attuale DUMBO.

Le nostre visite sono state tante quindi per questa giornata, che è stata oltretutto tra le più faticose avendo percorso a piedi una quantità indicibile di chilometri, chiudo qui il post, rimandandovi ai prossimi. Purtroppo il tempo che ho a disposizione non è moltissimo, ma piano piano riuscirò a portarvi in tutti i quartieri e vi assicuro che ne varrà la pena!

L’iconica foto per la quale ho speso le ultime energie rimaste



Cucina statunitense/ New York/ Viaggi

Il sogno di una vita: New York 🧡

Questa città l’ho sognata sin da quando ero una bambina ma, tralasciando il fatto che in casa mia mi hanno tenuta sotto una campana di vetro, mai avrei immaginato di poter essere qui un giorno. Poi, d’un tratto, quel santo uomo di mio marito, in occasione del venticinquesimo anniversario di matrimonio (risale al settembre scorso) mi ha regalato il sogno, quello con la “s” maiuscola.

Ho trascorso mesi pianificando, leggendo libri a tema, approfondendo e organizzando le visite alle quali eravamo interessati finchè è arrivata la vigilia della partenza, quella che ci ha introdotto ad un volo infinito, partito da Trieste e che ci ha permesso di sorvolare la Groenlandia (oltretutto con immensa emozione essendo nella nostra wish list), la Gran Bretagna, l’Irlanda, il Canada… insomma una valanga emozionale nonostante la fatica immensa di reggere un volo così lungo.

Uno dei libri che mi sento di indicare per conoscere gli angolini meno turistici e più particolari di questa città splendida
Questo mi ha aiutata a comprendere la genesi dell’attuale metropoli

Oggi è stata la prima giornata in cui la città ci ha accolti con tutto il suo caos, i suoi colori, la sua vitalità, le sue differenze socioculturali, i suoi contrasti e la sua libertà, una metropoli che abbiamo voluto vivere appieno percorrendo a piedi quasi 14 km, molti dei quali ammirando la sommità dei grattacieli che circondavano il nostro passaggio.

L’accesso alla sala della biblioteca toglie il fiato!
Ma che meraviglia é?
La meravigliosa scrivania di J.P.Morgan
Qui con Belle Grene la quale, occupando la scrivania di Morgan, ben fa comprendere quale peso avesse avuto nella crescita della biblioteca
Tanto da avere un logo proprio
Dinanzi ogni anta come questa avevo gli occhi a cuoricino

La prima tappa è stata da me fortemente voluta, la Morgan Library & Museum, in quanto teatro del meraviglioso libro “Belle Greene” (vi rimando al link per conoscere meglio la storia di J.P. Morgan e di questa geniale, coraggiosa e capace donna), un sogno ad occhi aperti per chi, come me, vive per i libri e la lettura; è incredibile se si pensa che essa è nata quale collezione privata del banchiere John Pierpont Morgan e solo nel 1924 è stata convertita in un museo aperto al pubblico grazie all’iniziativa del figlio J.P. Morgan Jr. L’edificio non è particolarmente grande se rapportato allo standard statunitense, tuttavia risulta essere magnifico, sia grazie ai manufatti provenienti dal Rinascimento italiano, ai bassorilievi di Luca della Robbia che accolgono il visitatore all’ingresso, ma soprattutto ai volumi meravigliosi che essa ospita (addirittura ad una singola opera, nelle sue varie edizioni, sono dedicate delle intere ante). Insomma, avevo gli occhi a cuoricino, un ambiente di una bellezza inestimabile!

Dinanzi al meraviglioso palazzo ellenico della Public Library
Gli immensi corridoi interni

Lo stesso non posso dire della New York Public Library, la quale è ospitata in un edificio di fattezze meravigliose ispirate chiaramente allo stile ellenico, grazie ai suoi colonnati immensi e allo splendido timpano, ma che offre al visitatore esclusivamente il passeggio nei corridoi, escludendo qualsiasi visita alle stanze contenenti le biblioteche, riservate unicamente ai ricercatori. In ogni caso l’edificio, attorniato dallo scenario di Bryan Park, fa comprendere quale sia la portata da questo immenso tempio della cultura, che offre la consultazione, anche da remoto, di migliaia di testi.

Il paradiso per gli amanti del basket
Praticamente un palazzo intero dedicato ai golosi
Ma quanto è figo potersi personalizzare ogni singola pralina?

Dopo così tanta cultura arriviamo alle note dolenti del NBA Store e del M&M’S Store, in cui la scelta è talmente vasta da lasciarci lo stipendio; in merito al primo, considerando la passione per il basket di marito e figliolo non c’è rimasto che entrare e sfogarci, considerato che si è trattato di una visita programmata per lo shopping dei due sportivi quindi taccio e subisco (anche perchè questo viaggio memorabile è stato integralmente offerto da mio marito). Quello che non mi aspettavo fosse tanto grande è il secondo: due piani di meraviglia assoluta, un mondo magico di praline, gadget e abbigliamento a tema, un mondo irresistibile per quell’eterno bambino golosissimo che ha viaggiato con me, ma ammetto essere uno store stupendo!

Un primo assaggio di Times Square, ma vi ripasseremo nei prossimi giorni…

Passeggiando lungo le strade immense della metropoli abbiamo avuto il primo contatto con Times Square, che alla fine non è nemmeno una piazza ma un crocevia caotico e luminoso, sede di molti dei 49 teatri di Broadway, in cui incontrare artisti di strada, acrobati, travestiti da gorilla, da Minnie e da Topolino, chi si scatena con l’hip-hop, insomma un dedalo di arte di ogni tipo, ma siccome ci torneremo in occasione della visione di un musical, nostra passione da sempre, ci rincontreremo nuovamente da quelle parti.

Qui il ricordo di Ghostbusters è sempre vivo!

New York è proprio come viene presentata nei film, tant’è che ci siamo recati anche a vedere una delle stazione dei vigili del fuoco più famose al mondo, ovvero i Ghostbusters Headquarters (14 North Moore Street, Tribeca), iconico luogo legato al film uscito nel 1984 e che ancora riporta il logo che lo ha reso memorabile.

Chi guardava “Friends” se lo ricorda?

Visto che abbiamo iniziato giù il primo giorno a macinare chilometri (ecco il motivo per il quale solo ora inizio a scrivere ricordi ed impressioni… la sera eravamo a pezzi e crollavamo dal sonno) perchè non passare a dare un’occhiata anche all’iconico palazzo che ha ospitato i protagonisti di “Friends” (a dire il vero gli interni furono interamente girati negli studios) ma gli esterni sono proprio questi, situati al crocevia tra Grove Street e Bedford Street, nel West Village.

Una delle migliori birre mai bevute, la Union Jack

Dopo quest’ultima visita, rientrando verso l’hotel e attraversando il gettonatissimo Greenwich Village, ci siamo fermati a cena in un pub poco frequentato appena fuori dall’elegante quartiere, dove invece i locali (costosissimi) erano strapieni, consentendoci quindi un pasto delizioso e molto più economico al Mighty Quinn’s Barbeque

Questa è stata la nostra prima giornata a New York, incredibile ma voluta con tutta l’anima perchè è vero che, come scrisse Richard Bach in un bellissimo libro, “nessun posto è lontano”.

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