New York

New York, secondo giorno: iniziamo a fare i turisti!

I grattacieli che circondano Ground Zero

Dopo il primo giorno esplorativo per capire come orientarci nella caotica Manhattan, iniziamo ad affrontare le vere visite programmate, a partire dal 9/11 Memorial di Ground Zero con l’annesso museo. La giornata si preannuncia molto calda, dopo il clima ventilato e meravigliosamente primaverile di ieri, sensazione ulteriormente acuita dalla spianata in cemento della nostra meta e che ci permette di provare un minimo di refrigerio unicamente in prossimità delle due fontane poste a testimonianza degli edifici colpiti l’11 settembre 2001.

Alcuni resti delle torri abbattute
La “scala dei sopravvissuti”, così definita in quanto, per il tramite di essa, molti di coloro i quali si trovarono all’interno delle torri riuscirono a salvarsi

Il sito ha visto la propria nascita nel 2006, sorgendo, su iniziativa e a cura del World Trade Center Foundation e dell’Autorità Portuale di New York e New Jersey, sul luogo dove si trovavano le Torri Gemelle distrutte durante l’attentato del 2001, presso Ground Zero, e vedendo la fine dei lavori nel 2011.

Una delle piscine del memoriale

Tre anni dopo venne aperto al pubblico anche il museo, immenso, ricchissimo di informazioni ed estremamente interessante, situato all’interno di un padiglione infinito (e fortunatamente dotato di aria climatizzata, visto che il sole ha iniziato a picchiare con una ferocia inaspettata); qualsiasi parola io spenda non riuscirebbe a descriverne la portata, tuttavia, nonostante le polemiche avanzate all’epoca per l’eccessiva spesa affrontata allo scopo, mi ha fatto piacere l’enorme tributo porto nei confronti dei vigili del fuoco, verso coloro i quali maggiormente hanno sacrificato tutto per il prossimo. Le polemiche legate alla dinamica della strage sono sempre state tante e comunque molti punti rimarranno oscuri anche nel prossimo futuro, tuttavia ciò che più mi ha colpita è stata la testimonianza resa da un semplice ed umile proprietario di imbarcazione, il quale, nella registrazione di un filmato che ci è stato proiettato all’interno del museo, ha spiegato semplicemente la tragedia occorsa all’interno di un’isola, qual è Manhattan, che non consentiva alcuno scampo se non via mare, il che lo ha portato, visto l’utilizzo di tutti i traghetti a disposizione, a prendere la sua barchetta ed andare incontro alla devastazione, con il coraggio dell’incoscienza e dell’altruismo, allo scopo di salvare qualche vita in più a rischio della propria.

Lasciato il fresco all’interno del museo abbiamo brevemente sostato nei pressi delle due “piscine” (in effetti chiamate pools) che sorgono, come specificato poc’anzi, a testimonianza della collocazione delle due torri: la loro estetica è ariosa, minimal, cupamente nere e riportanti molti dei nomi di coloro i quali non ci sono più, quasi a ricordarli pur nella speranza della rinascita simboleggiata dall’acqua.

Lasciato Ground Zero ci siamo recati al National Museum of the American Indians, totalmente gratuito e molto bello, facente parte del Smithsonian Institution di Washington D.C., dedicato alla storia, alla cultura e alle tradizioni dei nativi, senza contare la stessa storia del bellissimo palazzo che lo ospita in quanto costruito sui resti di Fort Amsterdam, sorto nel 1625 ad opera degli olandesi per proteggere il porto di New Amsterdam; esso divenne un luogo di incontro per i nativi americani e per gli stessi olandesi, i quali lo utilizzarono per favorire gli scambi commerciali di pellame in cambio della conoscenza dei mari e delle rotte di navigazione. Questi incontri non sempre ebbero esito pacifico e, anche dopo la vendita di New Amsterdam agli inglesi, nel 1664, i rapporti con i nativi non furono mai dei più pacifici, motivo per il quale non è un caso che il museo sia sorto proprio nell’US Custom House.

Questa è Chinatown!
Il mercato di Chinatown

Dopo questa visita appagante abbiamo avuto il nostro primo approccio con Chinatown, colorata ed incasinatissima ma che ci ha incantati, portandoci poi a ritornarci più volte: è un mondo a sè, un’enclave di Oriente con una propria cultura in cui anche il newyorkese risulterebbe al pari di un turista, un angolo di mondo curiosissimo in cui, in ottemperanza ai contrasti che caratterizzano la metropoli, sorge anche una chiesa greco-ortodossa (purtroppo chiusa).

E anche i Vigili del Fuoco sono in linea con il luogo
Le cene migliori le abbiamo fatte qui

Ci ritorneremo nuovamente, soprattutto avendovi scoperto un ristorantino (che chiamarlo tale è un onore, ma per capirne la motivazione dovreste vederlo dal vivo 🙂 ) economico e delizioso, ma comunque qualche informazione è d’obbligo: siamo a Lower Manhattan e la comunità cinese è talmente vasta da ospitare quasi centomila persone e rendendola quindi quella con la più alta concentrazione abitativa dell’emisfero occidentale. Inoltre la sua collocazione è strategica ed ottimale in quanto confina sia con Little Italy che con TriBeCa, oltre che con il Civic Center e con il Lower East Side.

Oramai già belli stanchi e cotti dal caldo decidiamo di proseguire per Brooklyn, una delle mete da me maggiormente desiderate perchè non solo iconica ma assolutamente incantevole vista la vicinanza alle rive dell’Hudson (sono sempre incantata dall’acqua, chi mi segue lo sa…): si tratta del borough (distretto) più popoloso tra i cinque presenti nella metropoli, situato nell’estremità occidentale di Long Island e confinante con l’elegante Queens, inoltre è comodamente collegata con Manhattan da una serie di ponti e di tunnel che attraversano l’East River, mentre i collegamenti con Staten Island sono assicurati dal ponte di Verrazzano. Essa trae il suo nome da Breukelen, cittadina olandese annessa a New York nel 1898, poi meta di una forte immigrazione italiana, tant’è che all’interno di essa prese il nome di “Broccolino”; dopo un periodo di forte degrado essa venne riqualificata assurgendo all’attuale quartiere trendy frequentato da hipster. Brooklyn è bellissima, particolare e con un fascino quasi industrial, circondata completamente dall’acqua grazie alla presenza della Jamaica Bay, dall’Oceano Atlantico e dal New York Harbour, che la separa dall’antistante New Jersey, oltre al già citato East River… e poi c’è DUMBO, famosissima per i ponti e per l’iconico scatto, quello per il quale sono impazzita a trovare il giusto incrocio urbano dal quale immortalare il ponte di Manhattan e che mi è costato le ire del marito, il quale non ne comprendeva l’importanza che aveva per me, delle volte esteta inarrestabile. I ponti sull’acqua donano un’effetto ottico incredibilmente bello, motivo per il quale non mi dilungo in chiacchiere e vi lascio agli scatti fatti davanti ad un tramonto incantevole, nel silenzio di una folla muta davanti a tanta bellezza.

Due cenni in merito a DUMBO, acronimo di Down Under the Manhattan Bridge Overpass, la quale risulta essere divisa in due parti, di cui la prima situata tra il ponte di Manhattan e quello di Brooklyn, da me immortalata nelle foto, mentre la seconda è collocata tra il ponte di Manhattan e il Vinegar Hill. Una curiosità: l’acronimo DUMBO venne utilizzato per la prima volta da Jerry Seinfeld nel corso di un talk show, nel corso del quale finì con l’omettere la parola “overpass” e limitandosi quindi alla dicitura DUMB la quale, tradotta, significa “sciocco”, epiteto non gradito ai locali i quali quindi lo estesero all’attuale DUMBO.

Le nostre visite sono state tante quindi per questa giornata, che è stata oltretutto tra le più faticose avendo percorso a piedi una quantità indicibile di chilometri, chiudo qui il post, rimandandovi ai prossimi. Purtroppo il tempo che ho a disposizione non è moltissimo, ma piano piano riuscirò a portarvi in tutti i quartieri e vi assicuro che ne varrà la pena!

L’iconica foto per la quale ho speso le ultime energie rimaste



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2 Comments

  • Reply
    Silvia
    11 Giugno 2026 at 11:15

    che bel resoconto! e che belle fotografie

    • Reply
      Tatiana
      11 Giugno 2026 at 12:57

      Grazie, mai come questa volta posso dire di averlo scritto con l’anima; di solito gli articoli escono la sera stessa e a ricordi freschi, ma la sera eravamo troppo stanchi per fare qualsiasi cosa eccedente una doccia 🙂 Scriverli ora significa rivivere tutto e provare tanta nostalgia di una città in merito alla quale tutto avrei pensato tranne che ti rubasse il cuore.

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