
In questa terza mattinata newyorkese ci svegliamo in una giornata inondata da un sole che brucia impietoso, con l’intenzione di recarci, per prima cosa, al palazzo dell’ONU , visita che richiede di presentarsi con largo anticipo nonostante abbia già provveduto a richiedere tutti i permessi visto il carattere blindato del Centro Visitatori, che tuttavia necessita di un ulteriore iter di identificazione e di ritiro del badge. Il palazzo delle Nazioni Unite sorge sulle rive dell’East River, nel cuore della città, tuttavia appena ci si avvicina all’area già ci si sente divisi tra più nazioni, giacchè il primo impatto lo si ha con una moltitudine di bandiere in rappresentanza di ogni paese membro, per poi incontrare il servizio di guardia, totalmente multiculturale e multirazziale, in perfetta armonia con lo spirito dell’organizzazione in argomento. I tour sono disponibili nelle sei lingue riconosciute dall’ONU, ovvero arabo, cinese, inglese, francese, russo e spagnolo, tuttavia, pressappoco due volte al mese, è possibile prenotare il tour guidato in lingua italiana, che per un caso fortuito siamo riusciti ad ottenere, nonostante la nostra guida facesse un gran caos tra italiano, spagnolo e francese, supplendo però con una gentilezza, preparazione e simpatia ineguagliabili.




Il complesso è imponente, la sua costruzione risale al periodo successivo al secondo conflitto mondiale e quello che maggiormente spicca è il Palazzo di Vetro, ovvero quello che ospita il Segretariato, senza però adombrare il General Assembly Building, ospitante le delegazioni nel corso delle assemblee, nonchè il Conference Building, sede della Camera del Consiglio di Sicurezza. All’interno del palazzo e nel corso della visita guidata si possono ammirare delle piccole esposizioni relative alle peculiarità di ogni paese membro nonchè gli ambienti principali utilizzati e vissuti nel corso dei lavori delle assemblee. Diciamo che sapere di trovarsi dove vengono decisi i destini di mezzo mondo ha il suo peso…


Nello spostarci da una visita all’altra abbiamo deciso di fare una capatina anche a Rose Hill, in quanto trattasi dell’unico ricordo della Manhattan rurale, essendo una casina in legno incastonata tra i palazzi moderni, situata nel quartiere di Kips Bay, al 203 E della 29th St, la quale trae il proprio nome dalla Rose Hill Farm, una tenuta agricola creata nel 1747 da John Watts, esponente coloniale; l’attuale struttura viene attribuita al diciottesimo o diciannovesimo secolo ed è stata qui riposizionata, costituendo un punto di interesse storico.


Nel pomeriggio abbiamo passeggiato lungo le strade di NoHo, un piccolo quartiere di Lower Manhattan situato nei pressi di Houston Street, tant’è che il suo nome significa proprio “North oh Houston Street” (qui amano molto tali abbreviazioni, come abbiamo già visto con DUMBO e come vedremo con SoHo, la quale ovviamente si trova a sud di Houston Street… lo immaginavate, vero?). La zona è nata come sede manifatturiera e ad oggi ospita loft, gallerie d’arte, piccole realtà artigianali ed eleganti oltre a ristoranti alla moda, costituendo quindi una zona estremamente residenziale. NoHo è essenzialmente da vivere, da considerare quale meta di passeggio, magari sedendosi ad un tavolino all’aperto per qualche minuto di relax (a proposito, nei pressi dei parchi ci sono sempre dei tavolini con sedie annesse, completamente a disposizione di chiunque voglia fare una sosta o leggersi un libro).



A proposito di libri, potevo mancare una sosta presso una delle più famose librerie? Sicuramente la più nota nella metropoli è Strand, innanzitutto per la bancarella appena fuori Central Park (The Strand Central Park Kiosk), alla quale non mi sono fermata in quanto avevo appena fatto una lunghissima sosta a quella di Broadway (oltre ad essere sopravvissuta a nove chilometri percorsi in Central Park sotto un sole feroce e se mi fossi fermata anche da Strand sarei crollata in mezzo secondo netto). Il logo di Strand recita “18 miles of books” e mai definizione fu più azzeccata vista l’immensità di volumi, tra nuovi ed usati, presenti al di fuori dei locali e sparsi lungo i tre piani di questa libreria paradisiaca. Ci ho speso più di un’ora, con gli occhi a cuoricino, tra libri e gadgets, uscendone trionfante con la mia copia “Strandizzata” di “1984” di George Orwell, caposaldo della letteratura distopica e che, avendolo letto in digitale, non poteva mancare nella mia libreria. E non parliamo di sportine in tessuto, segnalibri magnetici eccetera… c’è chi fa shopping di abbigliamento e chi, come me, esce dalla libreria appagata e con il sorriso sulle labbra.


Rientrando verso l’albergo potevamo non inserivi qualche altra visita? Eravamo cotti, ovviamente, tuttavia lungo la strada ci siamo fermati ad ammirare il Flatiron Building, dalla curiosa forma triangolare (da qui il nome che, tradotto, significa letteralmente “ferro da stiro”), eretto nel 1902 ad opera dell’architetto Daniel Burnham in stile Beaux-Arts, all’angolo tra la 23 Strada, la 5 e Broadway. La punta dell’edificio misura 2 metri e si estende per 86,9 metri di altezza suddivisi in 22 piani, creando un impatto ottico famoso a livello planetario; noi l’abbiamo visto in fase di restauro ma non ancora totalmente ingabbiato dalle impalcature, quindi avendo modo di ammirarlo in tutta la sua originalità.




Poi c’è stata “LA” visita, quella che mi ha lasciata senza fiato, ovvero l’Empire State Building, il primo impatto visivo dall’alto con la bellezza della città: siamo saliti al tramonto, più per caso che per scelta mirata, ma è stato l’orario migliore in quanto abbiamo ammirato dall’alto lo skyline digradare dalla luce del giorno al rosso della sera, mentre il sole si incendiava portando la città alla notte. Non è una bellezza descrivibile se non con qualche foto perchè, seppure siamo dinanzi ad una metropoli di solo cemento, senza alcuna bellezza naturale, l’estetica finale è talmente armoniosa da togliere il fiato.



L’edificio deve gran parte della propria visibilità a “King Kong”, tant’è che è proprio la sua immagine che accoglie il visitatore nei locali antistanti l’ascesa ai piani superiori; l’architettura del palazzo è in stile Art Déco e si trova a Midtown, all’angolo tra la Fifth Avenue e la West 34th Street e con i suoi 443 metri di altezza è stato il grattacielo più alto al mondo tra il 1931 e il 1970, primato poi superato dalla torre nord del World Trade Center e comunque è rimasto uno dei simboli più rilevanti della città. La salita è rapidissima ed è allietata da pochi minuti di filmato proiettato sul soffitto dell’ascensore, tant’è che l’effetto è proprio di essere catapultati verso il cielo, fino alla prima fermata che già lascia a bocca aperta e che permette una panoramica a 360 gradi dietro la vetrata posta a protezione dell’intero piano, per poi risalire all’ottantaseiesimo piano dove, all’aria aperta e protetti da una grata, ma completamente sferzati dal vento si è davanti all’immensità della Grande Mela, un panorama potente che lascia a bocca aperta anche il turista più scettico. E mentre il cielo si incendia nel rosso del tramonto e le luci della città che non dorme mai si accendono nasce la magia…



Con questa atmosfera indescrivibile vi lascio anche per oggi, nella nostalgia più assoluta di poter provare nuovamente questa emozione perchè (e non avrei mai pensato di prometterlo a me stessa), nonostante abbia il desiderio di vedere tutto il mondo possibile, New York è lì che mi attende nuovamente.




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