
La città, come già esaurientemente descritto nei post precedenti, è bagnata dall’acqua ovunque, dal mare e dall’Hudson, permettendo quindi di provare una sensazione di leggerezza nonostante il cemento ovunque; la giornata di oggi sarà quindi dedicata quasi esclusivamente alle mete raggiungibili con i traghetti.

La prima tappa della giornata è l’iconica Statua della Libertà (Statue of Liberty o Lady Liberty), simbolo di New York e di tutti gli Stati Uniti, famosa a livello planetario nonostante le dimensioni non particolarmente rilevanti, situata all’entrata del porto sul fiume Hudson, nell’Upper New York Bay, al centro della baia di Manhattan, sulla Liberty Island; di fatto la si può avvicinare anche per il tramite di uno dei free ferry presenti nella città, tuttavia noi abbiamo preferito prenotare il traghetto che consente sia l’accesso all’isola e al museo, sia a Ellis Island, che vedremo più tardi.

La statua è conosciutissima, tuttavia qualche breve accenno tecnico e storico secondo me è dovuto: si tratta di un dono che la Francia fece agli Stati Uniti, realizzata ad opera di Auguste Bartholdi con la collaborazione di Gustave Eiffel (vi dice nulla?), il quale si occupò della realizzazione della struttura reticolare interna in acciaio, la quale venne poi rivestita con dei fogli di rame pazientemente lavorati e successivamente rivettati, così come esposto nel museo annesso ed esaustivo in merito alla sua costruzione, presso il quale poter ammirarne anche la lanterna originale.

Il dono francese fu simbolo nel chiaro riferimento della lotta alla schiavitù e l’idea della realizzazione venne proprio da Edouard René de Laboulaye, allora presidente della Société francaise pour l’abolition de l’esclavage (Società francese per l’abolizione dello schiavismo), ponendo così l’accento sui valori comuni ai due paesi situati sulle opposte sponde dell’Atlantico.
La costruzione, in stile neoclassico, vide la sua inaugurazione il 28 ottobre 1886 e misura solo 43 metri (la sola statua in rame), mentre l’intera costruzione, inclusi torcia e basamento, arriva a 93 metri, quindi alla fine, considerato che la si vede dalla terraferma, appare veramente piccolina nonostante il turista si aspetti un monumento immenso; tuttavia vi assicuro che l’emozione di trovarmi davanti ad essa, dopo averla vista solo tramite rappresentazioni fotografiche o audiovisive, è stata immensa… l’ho fotografata da ogni angolazione! E’ possibile salire sul basamento, cosa che non abbiamo fatto in quanto non presenta poi quell’altezza tale da poter ammirare Manhattan da una posizione privilegiata, mentre l’accesso alla corona era interdetto (di quello alla torcia poi sembra non se ne parli più da anni), motivo per il quale ci siamo goduti il museo per poi reimbarcarci alla volta di Ellis Island.

Ellis Island è l’isola degli immigrati, che qui venivano sbarcati al primo ingresso negli Stati Uniti, dove venivano controllati in maniera minuziosa per esser certi che non importassero malattie creando problemi di ordine sanitario: la curiosità è che venivano obbligati a percorrere un tragitto faticoso al fine di escludere coloro i quali lo percorressero con difficoltà, in maniera tale che se uno di essi lo avesse percorso con il fiato corto per una semplice mancanza di allenamento, sarebbe stato automaticamente bollato quale tisico e quindi scartato. Seguivano severissimi controlli della salute visiva e solo dopo aver superato tali rigidi controlli gli immigrati venivano mandati a lavorare e ad apprendere la lingua del paese ospitante, tant’è che il lavoro veniva assegnato a tutti, uomini e donne indistintamente, ponendo quindi le basi per una immigrazione regolamentata e produttiva. Del resto la città sorse proprio grazie ai flussi migratori e ancora oggi il melting pot razziale e culturale è alquanto variegato, tant’è che i suoi abitanti sono bellissimi.





Ellis Island offre al visitatore un bellissimo museo incardinato all’interno dell’edificio ospitante i flussi migratori e la curiosità è proprio nella collocazione dell’isola, in quanto, dopo innumerevoli dispute, è stato stabilito essa appartenga solo in minima parte allo stato di New York (il 17 %), mentre la restante parte è facente parte del New Jersey (84 %), nonostante essa, al pari di Liberty Island, si trovi nelle acque territoriali di Manhattan.

Dopo aver navigato per mezza giornata, allietati da un sole feroce e luminoso, perfetto per l’occasione, colti dall’entusiasmo siamo nuovamente saliti su un traghetto, quello gratuito (pagato dal comune per favorire i pendolari) che ci ha portati a Staten Island e che ci ha permesso di ammirare la maestosità del Ponte di Verrazzano, il quale collega Brooklyn a Staten Island, al di sopra del Narrows, lo stretto braccio di mare che li separa, con la particolarità di essere a pedaggio solo verso Staten Island, mentre risulta essere gratuito in direzione di Brooklyn, per una lunghezza totale di 1600 metri. Chi, come me, non è proprio nato l’altro ieri, si ricorderà forse che esso era denominato “da Verrazano” (un evidente errore dovuto alla grafia anglosassone), mentre ad oggi è stato corretto in “da Verrazzano”, anche grazie al sostegno di alcuni noti italoamericani quali Robert De Niro, Tony Gemignani e Joe d’Onofrio, con l’approvazione del governatore Andrew Cuomo.




Lasciate le acque di New York decidiamo di dedicarci ancora un po’ alla storia dell’immigrazione statunitense e ci avviamo verso Little Italy, un piccolo borgo allietato dai versi luminosi, affissi tra i palazzi, de “Il blu dipinto di blu (Volare)” di Domenico Modugno, posto a simbolo dell’intero quartiere; se pensate di rilassarvi usando la vostra lingua di origine scordatevelo, qui i lavoratori sono per lo più ispanici (ho sentito solo un giovane cameriere inalberarsi in un sanissimo e colorito italiano nei confronti di un turista poco amichevole ), motivo per il quale dovete avere necessariamente un buon livello di inglese: gli americani sono molto collaborativi, vi aiutano sempre e comunque, è gente generosa e molto ben educata, tuttavia quello che parla slang lo troverete sempre, tant’è che anch’io ogni tanto mi sono persa senza capirci nulla (e ho un ottimo livello linguistico, che però andrà necessariamente implementato per la prossima visita in territorio statunitense).
Come di consueto vi lascio alle foto perchè valgono più di mille parole…




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