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“Demon Copperhead” di Barbara Kingsolver

Questo è un romanzo che ho terminato all’inizio di agosto, quindi sono ancora bella fresca di lettura per potervene parlare: vincitore del Premio Pulitzer 2023, mi ha attratta sin dalla prima volta che ho visto la copertina, mi ha affascinata pur nella sua semplicità e quindi, non appena è stato proposto in un gruppo di lettura, ho colto l’occasione al balzo per affrontarne la mole (656 pagine).

Siamo a Lee County, una piccola contea della Virginia, nl sud rurale degli Appalachi, in una realtà in cui lo sfruttamento regna sovrano, in cui le ricchezze naturali vengono espropriate e sfruttate per meri interessi economici, con la conseguente povertà imperante e le ingiustizie all’ordine del giorno, il tutto di fronte all’indifferenza generale.

La voce narrante è quella di Demon Copperhead, giovane orfano dal piglio deciso e dotato di una naturale simpatia che ci fa divorare le pagine, nonostante il rallentamento che almeno io ho riscontrato dopo metà libro: egli vede la luce sul pavimento di una casa mobile, partorito da una diciottenne sbandata e strafatta di alcool e anfetamine, sola dopo il decesso del compagno che la porta a consumarsi nelle dipendenze. Demon tenta la sopravvivenza, giorno dopo giorno, aiutato da un sarcasmo che gli permette di affrontare anche le situazioni più pesanti e di raggiungere quella che appare come la sua unica possibilità di sopravvivenza. Infatti, stanco delle percosse e delle umiliazioni subite dal nuovo compagno della madre, la quale ne sembra essere completamente soggiogata, fugge e percorre una buona parte degli Stati Uniti, fino a raggiungere la casa della nonna paterna. Una volta assegnato ad una famiglia affidataria abbastanza stabile, dove non patisce la fame e gli viene assicurato un po’ di futuro grazie alle sue doti sportive, subisce un infortunio e ciò lo porta ad una dipendenza da farmaci. Questa è la parte che più mi è risultata pesante nella lettura dell’intero romanzo in quanto, secondo me, è stata tirata avanti un po’ troppo per le lunghe (difetto che sto riscontrando in molti libri di recente pubblicazione, come se fosse necessario raggiungere un numero minimo di pagine stampate), pur tenendo conto che l’autrice abbia voluto porre l’accento sull’uso dell’OxyContin, un farmaco oppiaceo che è stata una vera piaga negli Stati Uniti, in quanto, vista la breve durata dell’efficacia dello stesso, molti cittadini ne hanno abusato determinando una dipendenza che ha raggiunto livelli di allarme sociale, soprattutto in zone come la Virginia, dove i cosiddetti “hillbillies”, ovvero i campagnoli massacrati dalle fatiche dell’attività estrattiva, non di rado erano tormentati dai dolori delle fatiche quotidiane.

E’ evidente come questo romanzo sia considerato una sorta di David Copperfield in versione moderna, paragone in merito al quale non commento in quanto si tratta di un libro che (ahimè) ancora non ho letto, ma posso sicuramente consigliarvelo perchè le pagine volano nonostante ad un certo punto si possa provare un blocco. Gradevolissimo, aspetto le vostre opinioni in merito!

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“Martire!” di Kaveh Akbar

Oggi mi confronto con un libro che ha destato in me una certa curiosità: finalista al National Book Award 2024, uscito dalla penna di Kaveh Akbar, poeta iraniano-statunitense alla sua prima opera in prosa, decisamente riuscita da un punto di vista stilistico, il che apparrebbe un’osservazione praticamente scontata vista l’esperienza della scrittura in metrica.

Il protagonista è Cyrus Shams, ragazzo iraniano-statunitense, alla pari dell’autore, dipendente da alcool e farmaci, che dopo aver tentato lo studio della letteratura all’Università di Keady, nell’Indiana, decide di guadagnarsi da vivere recitando presso la facoltà di Medicina dell’ateneo, interpretando il ruolo della vittima, figura che gli riesce abbastanza bene stante la sua psiche abbastanza minata dalla morte della madre Roya, avvenuta nel 1988, anno della sua nascita, a seguito dell’abbattimento dell’aereo della Iran Air, sulla quale ella viaggiava, colpito da un missile americano.

Tale evento lo scuote a tal punto da divenire un’ossessione, inducendolo ad iniziare un vero e proprio progetto sul martirio, per il tramite di un dialogo immaginario con una varietà di personaggi al fine di trovare una risposta alla domanda che lo tormenta, ovvero “per cosa si muore?”.

La svolta arriva quando incontra una donna ammalata di cancro in fase terminale, Orkideh, artista iraniana che decide di partecipare personalmente all’iniziativa “MORTE-PARLA”, vivendo quindi l’intera vita che le rimane in un museo, a disposizione di chiunque voglia intrattenersi con ella (a me ricorda moltissimo lo stile di Marina Abramović); Cyrus la incontra e le parla del proprio progetto di studio del martirio e sarà proprio grazie all’incontro con Orkideh che egli “capirà”.

Il libro è molto strano, gradevolissimo nonostante avrei tolto alcuni capitoli a mio avviso “deliranti” a favore di una maggiore rappresentatività dell’incontro con Orkideh, figura interessante ed affascinante; tuttavia posso comprendere la scelta dell’autore in quanto di fatto viene rappresentata una corsa contro il tempo, il che porta a stringere lo spazio dedicato a questa artista e all’incontro tra lei e Cyrus .

Un libro diverso, ha il suo fascino, si può amarlo o lanciarlo dalla finestra a mio avviso, ma se avete amato alcune delle letture che sino ad oggi vi ho proposto una possibilità gliela darei.

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“Cadavere squisito” di Agustina Bazterrica

Alla fine l’ho letto dopo che mi era stato proposto più volte in un gruppo di lettura trovando sempre il mio rifiuto: non so per quale motivo non mi ispirasse, complice l’evidenza di non poterlo trovare in formato elettronico, meno dispendioso nel caso in cui non mi fosse piaciuto. E invece…

Sono stata catapultata in una società distopica nella quale, a causa di un virus che ha colpito gli animali rendendone quindi indisponibili le carni per l’alimentazione umana, i macelli industriali si convertono alla “Transizione”, ovvero alla produzione di carne umana allo scopo di alimentare la pratica del cannibalismo, il tutto socialmente accettato grazie al linguaggio manipolatorio del governo che vieta di nominare le cose come stanno e nascondendo il prodotto alimentare sotto il termine di “prodotto” o “carne” oppure semplicemente “cibo”.

Il protagonista è Marcus Tejo, impiegato in uno dei suddetti macelli ed esperto nella sua mansione in quanto precedentemente impiegato nel mattatoio di famiglia ed è proprio lui a guidarci nell’orrore, pur se portando con sè dei legittimi dubbi etici e inerenti la veridicità della narrazione comune. I dettagli relativi alle procedure descritte sono assolutamente aberranti, oscillando tra la neutralità verbale, l’atrocità dei fatti, la tristezza e la rabbia che ne conseguono, pur senza mai arrivare alla truculenza e allo splatter. Marcus è un uomo solo, abbandonato dalla moglie dopo la perdita del figlio in tenerissima età, eppure da un giorno all’altro gli viene donata una “femmina”, ovvero una delle donne destinate al mercato della carne, nonostante il divieto di tenere con sè tale tipo di “merce”; da questo punto in poi si apre la parte più interessante del libro, quella che fa sperare in un lieto fine e quella che, a mio avviso, fa più male.

Non aggiungo altro della trama, contrariamento a quanto io faccia di solito, perchè è un libro che va scoperto un poco alla volta, breve ma intenso, in cui le pratiche che l’essere umano utilizza per soggiogare dei proprio pari sono terrificanti e scriverle qui ne toglierebbe la potenza…

E’ una condanna al capitalismo, quello propagato e propagandato dal sistema, qui elevato all’ennesima potenza: un libro agghiacciante che tutti dovrebbero leggere. Io lo farei leggere nelle scuole, cosa che sono certa non avverrebbe mai, e il motivo è chiarissimo, dopo le prime pagine si appalesa a chiunque sia dotato di spirito critico e di pensiero autonomo.

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“Le quattro casalinghe di Tokyo” di Natsuo Kirino

Un romanzo bello spesso che vola in un soffio, in un susseguirsi di pagine in cui un capitolo tira quello seguente, la storia di quattro donne che di fatto non sono affatto delle casalinghe (titolo fuorviante) ma delle colleghe indubbiamente logorate dalla vita di fabbrica, dalle incombenze della casa e della famiglia, per chi tra di esse ne ha una, di fatto accumunate da da disagio nervoso e di tensione costante.

Non si tratta di spoiler in quanto lo si legge ovunque (forse anche sulla quarta di copertina, ma avendolo letto in ebook non ne sono certa), ma il tutto ha inizio dal momento in cui Yayoi, moglie esemplare, uccide per strangolamento il proprio coniuge, reo di aver dissipato tutti i risparmi familiari con un’altra donna e di essere rincasato completamente ubriaco.

Yayoi si rivolge a Masako, essendo l’amica più coraggiosa che conosca, la quale a sua volta si rivolge a Yoshie, frustrata dalle angherie della figlia e della suocera invalida, e finendo con coinvolgere anche Kuniko, la più giovane e sleale del gruppo, creando di fatto un effetto domino che porta ad una narrazione vivace, appassionante e coinvolgente, nonostante alcuni momenti splatter che personalmente mi hanno turbata. Le quattro protagoniste sono caratterizzate da quattro altrettante personalità molto diverse tra esse, tuttavia tenute insieme, quasi a fare da collante, da Masako, donna complessa , determinata, folle e lucida che persegue l’obiettivo senza avere nulla da perdere, che non teme nulla e nessuno, con un autocontrollo che fa paura.

Le donne sono il fulcro del romanzo, con le loro fragilità e la loro forza, con la spietatezza che emerge pur di risalire la china dell’umiliazione e della derisione, legate nel loro destino dal denaro, elemento comune in quanto bene necessario che aiuta a cambiare vita. Il tutto in una società che a tratti appare disturbante, in cui la vita contemporanea delle donne non è delle migliori, retaggio di una realtà in cui il patriarcato e il maschilismo hanno sempre relegato la figura femminile in uno stato di sottomissione, dalla donna-oggetto atta a soddisfare gli appetiti sessuali maschili, alla donna casalinga perfetta ed inappuntabile, alla donna che comunque, alla fine, deve abbassare il capo dinanzi ai tradimenti dei mariti, a quei mariti che sperperano senza remore il denaro familiare, anche se questo proviene dall’attività lavorativa della donna, costretta a lavorare pur senza poter disporre del proprio patrimonio.

Quasi settecento pagine che volano tra scene forti e momenti che sarebbero anche comici se potessimo sorvolare sulla tragicità del tutto. Bellissimo!

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“Quando finisce l’inverno” di Guadalupe Nettel

Claudio, quarantenne cubano, vive a New York e lavora presso una casa editrice; Cecilia, venticinquenne messicana, si trasferisce a Parigi nell’intento di sfuggire al dolore dell’abbandono da parte della madre e da un padre inadeguato, sempre accompagnata da un’insolita passione per i sepolcri e i cimiteri: entrambi sono accompagnati da una relazione, pur se precaria, ma nel momento in cui Cecilia incontra Claudio, in occasione di un viaggio nella Ville Lumiere, scocca il colpo di fulmine.

Lui lavora presso una casa editrice, lei è una studentessa, tuttavia condividono la solitudine e la fuga dai dolori del passato, condividono un intero inverno da trascorrere insieme e alla fine si trovano anche a condividere l’amore. Cecilia è stata affidata sin da piccola alle cure del padre e della nonna, lontana dall’amore di una madre inadatta e fuggiasca, quindi cresce con lo stigma dell’abbandono, tuttavia ama la solitudine ed è alla ricerca della pace interiore quando passeggia tra il silenzio dei sepolcri e quando si affaccia dalla sua casa, con vista sul cimitero di Pere-Lachaise.

Il suo vicino di casa è Tom, silenzioso, crepuscolare e ammalato, che ad un certo punto parte per un viaggio forse senza ritorno, lasciandola nell’attesa, nella speranza e nella confusione finchè finisce l’inverno ed inizia un’altra fase della sua vita che la porta a ripensare al passato e ad elaborare i lutti, sino a raggiungere un’insperata rinascita.

E’ un libro che fa viaggiare nella vita, un po’ onirico, un po’ gotico, un po’ surreale, scritto molto bene e che vola in un soffio, tuttavia questa eccessiva delicatezza me lo ha reso poco memorabile, nonostante l’originalità dell’opera; si tratta di un romanzo che è stato a tratti osannato, che vale una piacevole lettura, ma che non candiderei ad una premiazione.

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“In memoriam” di Alice Winn

Un libro poco conosciuto, iniziato per caso dopo essermi imbattuta nel titolo ma che mi è entrato nel cuore: scritto bene, dolce, crudele, forte, intenso e spietato.

I protagonisti sono Gaunt e Sidney, due amici legati sin dalla scuola, tant’è che proprio a quei momenti ritorna la memoria di Gaunt il quale, steso su una brandina di un ospedale da campo, a causa di una ferita di guerra, rammenta la voce baritonale di Sidney declamare i versi di “In memoriam” di Tennyson e sono solo la sua poesia e le lettere di Sidney a tenerlo vivo. Gaunt si è arruolato senza convinzione, stanco di essere additato per la sua presunta vigliaccheria nel non porsi al servizio del proprio paese nonostante fosse impegnato negli studi, pressato anche in famiglia a scegliere l’arruolamento per evitare di essere considerati delle spie, viste le loro origini tedesche, eppure ora darebbe l’anima per poter ritornare alle giornate sui banchi scolastici a declamare versi in metrica anzichè indossare una divisa e rischiare la vita ogni giorno, tra l’eco delle bombe e la pioggia di proiettili.

Sidney è il suo migliore amico, l’amico del cuore, quello con il quale condividere tutto, quello che silenziosamente lo ama da sempre, nascondendo i proprio sentimenti e che però ben presto vengono compresi da Gaunt, il quale non rimane indifferente alla vicinanza fisica di Sidney, rimanendone estremamente turbato; Sidney decide, senza comunicare alcunchè a Gaunt, di arruolarsi al suo seguito per poterlo raggiungere, per potergli stare vicino, tant’è l’amore che prova per lui.

Quando Gaunt viene ferito ci sono due braccia calde ad accoglierlo, a stringerlo forte, ad accompagnarlo con il proprio respiro e a farsi spazio sulla stretta brandina, accanto a lui, c’è Sidney a rassicurarlo e a renderlo lentamente consapevole del sentimento che aleggia nei loro cuori.

Il romanzo è lungo e ciò ha permesso all’autrice di non incentrarsi solo sui due protagonisti, ma di tratteggiare anche i caratteri di Sandys, di Roseveare, di Lantham, di Pritchard, di Hayes… tutti adolescenti coinvolti in una carneficina spietata, tutti a rischio di finire sull’Albo d’onore in cui comparire “In memoriam”.

E’ vero, si tratta di omosessualità, ma concettualmente ben lontana dalla consueta propaganda che tanto mi infastidisce, qui c’è una purezza di sentimento delineato con delicatezza in un contesto bellico che fa paura e che rovinerà chiunque vi sia coinvolto, chi perderà la vita e chi porterà per sempre con sè la rovina fisica o psicologica.

Un romanzone, una botta al cuore, da leggere.

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“Belle Greene” di Alexandra Lapierre

Siamo nella New York dei primi anni del Novecento, quando il razzismo è talmente sentito da condannare chiunque abbia nelle vene anche una sola goccia di sangue afroamericano, al punto di condannare chi tenti il “passing”, ovvero l’atto di fingersi di razza bianca a dispetto di quanto detto poc’anzi.

Belle è assolutamente bianca ma vive in un’America razzista, eppure la sua mente brillante si rifiuta di soccombere a tale ingiustizia, motivo per il quale decide, d’accordo con l’intera famiglia, di fingersi bianchi, modificando i propri nomi, lasciando la casa natale e, soprattutto, rifiutando eventuali maternità, proprio per non correre il rischio di generare dei figli dalla pelle scura, facendosi così scoprire. La libertà ad un prezzo altissimo.

La sua carriera inizia nella biblioteca di J. P. Morgan, grazie all’amore che prova per i libri e al suo piglio che rasenta la sfacciataggine ma che le permette di ottenere l’assunzione quale bibliotecaria, mansione che le permetterà di crescere ad un livello di carriera altissimo, nonchè di portare la biblioteca al massimo splendore, biblioteca ancor oggi esistente e visitabile.

Belle tratta con i massimi livelli della bibliofilia, viaggiando lungo l’Europa grazie alla sempre maggiore che J. P. Morgan ha nei suoi confronti, vive sotto il falso nome di Bella da Costa Greene, quindi modificando leggermente il proprio nome e aggiungendo quel “da Costa” proprio per camuffare il proprio colorito ambrato con delle origini latine e di fatto rinnegando il padre, che ha abbandonato la famiglia, nonchè le di lui battaglie attiviste per la libertà degli afroamericani.

Il libro è assolutamente meraviglioso in quanto nasce da una vita realmente vissuta e da una situazione drammatica vissuta da chi si è trovato diviso tra la propria storia, con la volontà di avere un futuro, e la scelta di appartenere al proprio popolo; di fatto questa è comunque la storia di una donna libera, tenace e determinata che ha avuto il coraggio, a rischio della propria vita e di quella dei propri cari, di portare avanti una battaglia di rispetto ed integrazione.

La biblioteca ad oggi costituisce una delle maggiori attrazioni di New York per un amante della lettura, quale sono io, e certamente rientrerà nella mia “to do list” in occasione di un viaggio che programmo da molto tempo.

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“Membrana” di Chi Ta-wei

Oggi affronto i miei pensieri in merito ad un libro appartenente ad un genere che mai avrei pensato di leggere, chiamato silkpunk , una sorta di “aestethic tecnologica incentrata sull’arte e sulla filosofia mediorientale”, ma che, al di là delle definizioni, ho apprezzato molto, soprattutto alla luce della modernità dell’opera, scritta nel 1995, ma che alla fine si incentra su temi attuali quali le questioni climatiche, la realtà queer e l’etica della robotica, con una lungimiranza notevole.

Siamo nell’anno 2100 e l’umanità si è trasferita in un mondo sottomarino per sfuggire ai raggi del sole, talmente aggressivi da risultare mortali, mondo in cui umani ed androidi convivono in una bolla urbana protetta, appunto, da membrane; tale società si fonda sulle “3B”, ovvero books, body e beauty, tant’è che Momo, figlia di una pesca stante la leggenda che la vuole nata da una enorme pesca dischiusa da due donne, si occupa di pelle, vista sia come bellezza che come barriera che isola l’essere umano dal mondo esterno. Infatti sono proprio i confini, appunto le membrane, il tema principale dell’opera, in quanto che siano sulla terra o in fondo al mare costituiscono un tema di conflitto tra gli androidi, che combattono per essi.

Momo realizza le M-skin, grazie ad una tecnologia avanzata, che permette di creare dei veri ricambi di epidermide grazie agli androidi, i quali vengono utilizzati quali fornitori di pezzi di ricambio per i propri “padroni” umani, in un’ottica che mette in discussione qualsiasi razionalità ed etica umana. Del resto sott’acqua la pelle necessita di maggiori cure e le estetiste che se ne occupano hanno quindi modo di atteggiarsi a delle star con manie di protagonismo, intente a spettegolare su chiunque, caratteristica che però non appartiene a Momo, introversa e nostalgica, specie a seguito del ripudio subito dalla madre, rea di averla divisa per sempre dall’unica amica d’infanzia che abbia mai avuto.

L’intera narrazione si basa su un racconto ricco di flashback alternati al presente, uniti alla grande domanda che Momo si pone in merito all’effettivitá o meno del proprio passato, domanda frequente nella Taiwan degli anni novanta, quando venne lasciata la legge marziale di Chiang Kai-shek, vigente sino al 1987 e che pose il paese in un dedalo di interrogativi legati agli eventi avvenuti nel corso dei decenni governati dal partito unico del Kuomintang, che ebbero come logica conseguenza un complesso processo di ricostruzione identitaria, forse non ancora completato.

Il mondo immaginato dall’autore è popolato da esseri umani che convivono con gli androidi, in un mondo complesso in cui le identità di ambedue si fondono, in cui tra umani ed androidi c’è un confine, in cui tra terra e fondale marino c’è un confine, in cui tra uomo e donna c’è un confine, in un continuo attraversamento di barriere.

Un lavoro illuminato, vale davvero la pena leggerlo, un libro sottile ma di grande significato.

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“L’amore è un fiume” di Carla Madeira

Sapevo di trovarmi davanti ad una scrittrice con la “s” maiuscola, una di quelle che davvero sanno scrivere, senza però sapere alcunchè di questo libro, che io sappia non molto conosciuto, ma che mi ha rapita portandosi via due pomeriggi interi della mia vita.

Ci troviamo davanti a Venancio e Dalva, al loro amore immenso ed incontaminato, e a Lucy, puttana fatta e finita… non prostituta, non meretrice, proprio puttana nel profondo, che si insinua nella prima crepa che si apre tra Venancio e Dalva, legati da un’unione talmente inestricabile da subire un scossone tremendo a causa del patologico attaccamento di Venancio nei confronti della propria consorte, di un attaccamento che finirà per causare la più grossa cattiveria che un uomo possa fare alla propria compagna. In questa grossa frattura, pur pervasa dall’amore tra i due “nonostante tutto”, cercherà di infilarsi Lucy, a fatica, con caparbietà, sempre più insistente nonostante i continui rifiuti di Venancio, per poi trovare trionfalmente il proprio posto ed uscirne sconfitta nel peggiore dei modi.

La scrittura è sublime, è un canto che rende accettabili le cattiverie e le depravazioni narrate nel contesto di una trama semplice ed accattivante, che fa sperare il lettore in un lieto fine, che porta l’essere umano nei meandri delle perversioni più nefande ma sempre con quella leggerezza regalata da una capacità di scrittura (e di traduzione) inenarrabile.

La trama stessa vede davvero l’amore come un fiume, ma il tutto è reso possibile da una scrittura che scorre cristallina come l’acqua, uno stile narrativo schietto, sincero, profondo, dettagliato, incisivo e significativo, il tutto in un libro che parla di amore, di tradimento, di solidarietà, di perdono, un libro da leggere assolutamente, tutto d’un fiato. Che per me è un 10 pieno.

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“Sorella mio unico amore” di Joyce Carol Oates

Questa è uno di quei libri che, senza la spinta di una sfida di lettura, non avrei mai preso in considerazione, forse per la copertina (nonostante siano state pubblicate due edizioni con due copertine diverse): questa è quella che ho acquistato io, ve la propongo come da file reperito sul web in quanto il mio cane, a causa della giovane età e del mio incauto abbandono del libro sul divano, me l’ha divorata; posso tuttavia affermare che, pur non gradendola, incarna alla perfezione la protagonista del romanzo.

Queste pagine infatti narrano le vicende di Bliss Rampike, figlia di due genitori disfunzionali, Bix e Betsey Rampike, i quali, dopo aver tentato di avviare il figlio maggiore Skyler verso una carriera di ginnasta, ben presto fallita a causa della totale inadeguatezza del ragazzino a tale attività, che lo porta a subire un’invalidità permamente, si rendono conto che la figlia più piccola, Edna Louise, spicca per un’innata capacità nel pattinaggio.

Il talento della piccola ben presto porta i genitori a spingerla sempre più in alto verso una carriera che va al di là delle felicità che la bimba prova nel volteggiare su una pista, al punto di cambiarle il nome in Bliss (che significa “beatitudine”) e di portarla ad un tal punto dello show business da rovinarle completamente la vita, arrivando a tormentarla con dolorose iniezioni al fine di migliorarne le prestazioni e di massacrarla psicologicamente per portarla a livelli di professionalità sempre più elevati.

Bliss manifesta degli episodi di regressione fisica e psicologica ma il peggio deve ancora arrivare e ciò si manifesta con il decesso della bimba e il macabro ritrovamento del corpo, evento che non costituisce spoiler in quanto è su questo fatto di cronaca che si basa il romanzo in quanto costituito dalla narrazione dal punto di vista di Skyler, inizialmente accusato dell’omicidio.

Si tratta di un libro lungo, a tratti pesante, scritto divinamente e narrante la sequenza degli eventi con una precisione che rasenta la paranoia, ma che tuttavia ci mette dinanzi a tutto quanto un genitore non dovrebbe essere, in una spirale di orrore psicologico che è un pugno allo stomaco, all’amore per i figli annullato dallo sfruttamento e dalla violenza.

Sono contenta di averlo letto ma non lo leggerei una seconda volta, soprattutto vista la pesantezza di alcuni punti della narrazione, nonostante mi senta comunque di consigliarlo in quanto l’autrice è bravissima e la trama è ispirata ad una storia vera in cui la Bliss del romanzo in realtà è una babymodel, senza tuttavia togliere lo stesso orrore genitoriale.

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