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“Cuore l’innamorato” di Lily King

sì, stavolta l’ho letto sul telefonino…

Qui voglio affrontare un libro che sta facendo impazzire tutti, attirandomi le antipatie dei più perchè questa lettura l’ho odiata dall’inizio alla fine: premetto di aver riscontrato una scrittura pessima, per me elemento fondamentale di un romanzo, che non si è salvata nemmeno grazie ad una trama memorabile, vista la banalità cosmica del tutto.

Andiamo con ordine: siamo in un campus universitario ed è qui che la protagonista, Casey, incontra un gruppo di ragazzi profondamente impegnati in letture profonde, discussioni filosofiche e dissertazioni storiche, il tutto in un contesto particolare essendosi insediati nella casa di un docente assente a causa di un anno sabbatico. Casey si avvicina ad uno di essi, apparentemente affascinante ma assolutamente superficiale nei suoi confronti, rendendosi presto conto di essere attratta dall’amico, quello più timido ed introverso, quello che non ritiene di essere abbastanza da meritarla, quello del quale si innamora profondamente ma che ben presto la lascia da sola in un momento delicatissimo.

Dopo un salto temporale di un ventennio ci sarà una ricongiunzione dei tre amici, oramai adulti, in seguito ad un evento che li segnerà nel profondo e sarà in questa occasione che emergeranno i conti sospesi tra di loro, i quali cercheranno di richiudere i cerchi aperti, con dolore, con il perdono, con la devastazione, anche con la consapevolezza che tra di essi forse l’unica ad aver realizzato qualcosa è stata Casey, la più timida del gruppo.

Di fatto il fulcro di questo libro, secondo il mio parere, è se abbia senso non solo ritornare al passato mettendo in discussione le altre scelte fatte, ma soprattutto se valga la pena fare delle scelte comode, magari al fine di preservare un’amicizia, anzichè vivere la vita che si desidera scegliendo la felicità. Temi forse nobili ma che diventano banali in assenza di una scrittura lirica ed appropriata, aspetto che qui è assolutamente utopistico vista una stesura caotica e di scarsa qualità che mi ha fatto terminare la lettura per mera testardaggine e non per passione.

Un libro circondato da una hype elevatissima portata avanti dai social, ma per chi ama la letteratura probabilmente non merita granchè.

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“Il Conte di Montecristo” di Alexandre Dumas

Questo è “IL” libro per eccellenza, quello che non ho mai voluto affrontare prima, spaventata dai classici, ma che alla fine, a forza di leggere le opinioni di apprezzamento da parte di lettori giovani e, praticamente costretta dal senso del dovere nei confronti di un gruppo di lettura, se non addirittura da una buona dose di autostima e di dignità personale, l’ho iniziato, dapprima cercando quale edizione presentasse la traduzione migliore tra cartacei sbagliati e formati digitali, fino ad approdare a questo volume che potete ammirare nella foto in tutta la sua maestosità 🙂 !

Perchè ne parlo nonostante la sua fama lo preceda? Perchè alla fine non tutti l’hanno letto, come del resto era accaduto a me e magari una spinta può convincere i più restii all’impresa, perchè alla fine è un libro coccola, quello che ti accompagna nei mesi, giorno dopo giorno, come un appuntamento con un vecchio amico per un caffè e quattro chiacchiere.

Siamo a Marsiglia, dove conosciamo Edmond Dantès, un marinaio diciannovenne capace e volonteroso, il quale sbarca nel giorno in cui Napoleone Bonaparte lascia l’Isola d’Elba con l’intento di sposare Mércèdes, la sua fidanzata catalana, suscitando però malcontenti ed invidie sia per la bellezza della futura sposa, sia per il futuro quale capitano che gli si prospetta a breve termine. A seguito di tali invidie viene tacciato quale cospiratore bonapartista, fama che gli vale l’apertura dei cancelli della prigione presso il Castello d’If, al largo delle coste marsigliesi, nel silenzio assoluto che porta chiunque ad ignorare la sorte toccatagli.

Nelle segrete del castello Edmond trascorrerà una buona parte della sua vita, fino alla fuga (assolutamente rocambolesca e geniale), mitigata solo dall’incontro con Don Faria, una figura di spicco nella narrazione, curiosa ed affascinante, forse la migliore di tutto il romanzo, grazie alla quale Dantès farà propria una vasta cultura, quella formazione che caratterizzerà tutta la sua vita mentre sarà intento a vivere i propri giorni solo ed unicamente nel nome della vendetta.

Questo libro all’epoca uscì a puntate, fu quasi una sorta di telenovela letteraria, motivo per il quale il romanzo è ricco di particolari e di episodi, talora anche ridondanti in quanto spiazzano il lettore in una moltitudine di eventi e di nomi, ma alla fine gli eventi si ricompongono e i personaggi vanno piano piano a scemare, anche grazie alle vendette perpetrate da Dantès.

Il Conte, ovvero Dantès, è un personaggio ambiguo, affascinante ed estremamente intelligente, paziente e costante negli anni a tessere la propria vendetta togliendo di mezzo i responsabili della sua rovina, salvando poche anime e ricordando sempre la gratitudine nei confronti di chi la merita, è un uomo raffinato, acculturato, ambìto da tutti e che non si concede a nessuno, è un essere misterioso cui nessuno è in grado di ostacolare; ci si innamora di Dantès leggendo capitolo dopo capitolo, sino al gran finale, quello che spesso porta il lettore ad un senso di lutto dopo essere arrivati alla fine dell’ultima pagina.

E’ un libro che si ama, talvolta lo si odia quando ci si trova invischiati in eventi troppo caotici e pregni di personaggi, al punto da chiedersi chi ce l’abbia fatto fare ad iniziarlo, ma poi si torna sempre lì, nel calduccio dei capitoli, accompagnati per mano da Dantès nelle sue trame incredibili, nel suo viaggio di vendetta senza mai respirare alcun veleno nè sentimenti d’odio. E’ un capolavoro assoluto!

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“Configurazione Tundra” di Elena Giorgiana Mirabelli

Ho iniziato questa lettura dopo avere letto dei pareri positivi da parte di altri lettori e lettrici, tuttavia penso sia stato il libro più brutto ed inconcludente della mia vita. Forse sarò stata io a non capirlo, ma resta il fatto che mai mi era capitato di non apprezzarne nemmeno una pagina.

Tuttavia voglio descriverlo più concretamente, partendo da quanto di bello dovrebbe avere, secondo l’opinione comune: si tratta dell’opera prima dell’autrice, un romanzo distopico acclamato per la sua atmosfera onirica in grado di esplorare temi di architettura urbana con una narrazione poetica e frammentata, addirittura consigliandone una rilettura per poterne cogliere le sfumature socio psicologiche (ma anche no grazie, una volta mi è bastata ed avanzata).

Certo è che si nota molto bene l’impronta filosofica dell’autrice, su questo non c’è dubbio, ma non ho colto tutto il fascino decantato dall’opinione comune. Ma veniamo alla trama: l’architetto Marta Fiani, per il tramite del progetto di una città-bioma, persegue l’obiettivo di mutare il comportamento umano fino al raggiungimento della felicità proprio grazie all’influenza data dalla struttura urbanistica all’atteggiamento sociale, con lo scopo di determinare il risultato di una città lineare che si muove su una retta infinita. In tale struttura, nonostante l’eleganza data dalla retta infinita, sorgono alcuni limiti, tra cui la monotonia stante l’assenza di un centro, che la rende una continua replica di se stessa, oltre alla continua ricerca di un’identità da parte degli ipotetici abitanti, che in tal modo verrebbero privati della memoria, elemento base per la costruzione del sè.

Tuttavia Lea, la figlia dell’architetto, lascia dietro il proprio passaggio alcuni oggetti e quindi dei ricordi, tracce che vengono rinvenute da Diana, la quale si trova ad occupare il loro appartamento e di conseguenza cerca di ricostruire una possibile realtà mnemonica a partire da quanto la precedente occupante ha lasciato dietro di sè, non essendosi spogliata dei proprio averi come auspicato dalla filosofia alla base di tale stile di vita.

L’intera narrazione, comunque molto breve (poco più di cento pagine), vortica intorno a questa narrazione, secondo le opinioni predominanti assolutamente geniale, secondo me di una incomprensione e di una inutilità assoluti; non ho rinvenuto alcuna recensione negativa e se sono stata in grado di comprendere la trama è stato solo perchè l’avevo letta prima di iniziare la lettura.

Insomma, fate voi, per me è stato come assistere all’adorazione generale di fronte ad un quadro astratto e post moderno mentre io continuo ad amare la pittura raffaellita.

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“K-PAX” di Gene Brewer

Non avrei mai pensato di leggere questo romanzo, nè tanto meno di apprezzarlo così tanto, considerato il fatto che la fantascienza non rientra assolutamente tra le mie letture preferite, eppure, mossa dalla curiosità, l’ho iniziato, timidamente dallo schermo del cellulare, così a tempo perso, per poi riprendere sul tablet in maniera tale da velocizzare una narrazione che mi stava prendendo molto (sì, ho il Kindle pieno, ma oramai conoscete i miei ritmi di lettura).

In realtà si tratta di una riedizione uscita venticinque anni dopo la pubblicazione nel nostro paese di un romanzo conosciuto anche grazie alla sua trasposizione cinematografica, un libro alquanto originale che coniuga la fantascienza e la psicologia in un unicum equilibrato e gradevolissimo nonchè attualissimo nella stesura nonostante il tempo trascorso dalla prima pubblicazione.

Il protagonista è prot, scritto in minuscolo, sedicente abitante del pianeta K-PAX (tutto in maiuscolo), il quale entra nell’istituto psichiatrico di Manhattan creando non poco scalpore vista la personalità che lo contraddistingue e la sua indole adatta ad aiutare chiunque, anche coloro i quali sembrano resistere alle cure mediche, motivo per il quale egli diviene letteralmente il chiodo fisso dello psichiatra che lo segue e che impersona la voce narrante del romanzo. L’intera narrazione si concentra su una continua interlocuzione tra i due, su una serie di dialoghi incentrati spesso su questioni esistenziali e su un passato, quello di prot, che appare incredibile e sconosciuto ad una mentalità considerata nella norma. Il mondo alieno rappresentato da prot di fatto è un mondo ideale, utopistico, dove la serenità e l’onestà rappresentano dei valori normali ed inviolabili, dove la collaborazione tra gli abitanti è scontata, dove il bene vince a prescindere su un male inesistente, un mondo in cui ci si nutre di alimenti vegetali e sul quale la frutta sembra essere un bene ricercato, stante l’apprezzamento che prot dimostra per essa, al limite della golosità.

Di fatto prot è un puro ed impersona una calma ed una gentilezza che sembrano totalmente avulsi dalla società attuale, e che, se uniti a tutto il resto della situazione, induce il suo psichiatra ad insistere nel trovarvi una causa tangibile che possa ricondurre prot ad essere un individuo del pianeta Terra, debitamente disturbato ovviamente, e non un essere proveniente da un mondo diverso.

Il finale lascia il lettore con molti dubbi, tuttavia non insoddisfatto in quanto è stato accompagnato in un viaggio meraviglioso nel corso di tutta la lettura… un gran viaggio mi sento di dire, veramente meraviglioso!

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“Lucertola” di Banana Yoshimoto

Con “Lucertola” ho affrontato un’autrice che non conoscevo e che mi ha lasciata perplessa, tuttavia sono consapevole che a molti può piacere, quindi perchè non scrivere due righe in merito a questa raccolta di racconti?

Sono raccolte sei storie di cuori, di memorie, tutte incentrate a Tokyo: tre sono declinate al maschile e tre al femminile, quindi esaminando i diversi punti di vista, cosa non da poco per una singola opera, con l’unico punto in comune di rappresentare degli esseri di fatto senza carattere, senza volto, immersi in una società, ricordiamo essere in una megalopoli, conformista e conformante, dove spesso ci si vuole male o ci si nasconde, rifuggendo i rapporti umani e ignorando il prossimo.

Il titolo del libro è tratto dalla protagonista del primo racconto, nome in cui possiamo scorgere anche una capacità di “cambiare pelle” e trovarsi ad affrontare dei cambiamenti nella propria vita, proprio come accade ai protagonisti di ogni racconto in esso contenuto, i quali, nonostante le poche certezze acquisite, comunque tentano di guardare con fiducia al futuro.

Lo stile descrittivo è delicato e intenso, gradevole ma molto asciutto, ineccepibile nonostante non collimi con i miei gusti; probabilmente proverò a leggere qualcos’altro di questa autrice, insomma voglio darle una possibilità in quanto, a dispetto dello scarso gradimento nei confronti di questo volumetto, potrei trovare qualche altra opera interessante.

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“Il tempo di tornare a casa” di Matteo Bussola

“Vivere, in fondo, non è che una serie di storie che si chiudono e si aprono, in un continuo stringere la presa e lasciar andare. Una catena infinita di incontri e di addii”.

Sapevo che con una lettura di Matteo Bussola avrei fatto centro grazie alla sua scrittura leggera come una piuma, quasi femminile, che questa volta racchiude una serie di storie, indipendenti l’una dall’altra eppure intrinsecamente legate.

Molte sono le persone che in poche ore si trovano ad attraversare una stazione ferroviaria ed è proprio dietro i loro volti che si nascondono le storie più disparate, le attese, i desideri, i dolori, le paure e le speranze di ognuno. Lungo le pagine di questo breve romanzo, i cui capitoli volano tra le mani senza nemmeno che il lettore se ne renda conto, incontriamo uno scrittore con un berretto giallo ed uno zainetto da ragazzini, buffo e che si ripresenta in ogni storia, a costituire una sorta di leit motiv che lega l’intera struttura della narrazione, il quale perde il treno e non vede l’ora di salire su quello successivo, con la consapevolezza del calore della famiglia che lo attende perchè “l’amore ha sempre, sempre a che fare con qualcuno in grado di riportarti a casa“.

Incontriamo anche una donna che non vuole ritornare in una casa dove è trasparente per tutti, un marito che vede accanto alla propria donna la figura metaforica di un grande coniglio, un uomo che ha perso il figlio, due ragazzi che si stanno lasciando, di fatto il tutto ruota intorno al concetto della perdita e dell’abbandono, ma anche al bisogno che ognuno di noi ha del prossimo, di fatto narrando quelle piccole cose della vita comune, quei sentimenti che possono farci male come farci sentire proiettati verso il culmine della felicità e dell’appagamento.

E’ un libro semplice ma bellissimo nella delicatezza con la quale vengono tratteggiati i sentimenti umani, un libro da leggere quando non ci si vuole impegnare in romanzi tosti (l’ho iniziato dopo aver terminato “Il Conte di Montecristo”, per capirci) ma senza per questo rinunciare ad una bella scrittura e ad una trama con un senso profondo.

Merita davvero una possibilità.

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“E poi ci sono io” di Kathleen Glasgow

Sto leggendo tanti libri belli in questo periodo dell’anno e questo è uno di quelli che ho divorato: siamo davanti alla storia di Charlotte, Charlie per tutti, una diciassettenne che non trova nulla in una famiglia pressochè inesistente, abbandonata dal padre e in cui vi è solo una madre assente, il che porta Charlie ad annullarsi, esattamente come appare nella grafica dal titolo barrato, tramite episodi di autolesionismo.

Charlie ha vissuto per strada, è stata picchiata dalla madre, abbandonata dal padre e ora si taglia, il che la porta in una clinica psichiatrica, quella in cui vive all’apertura del romanzo, in compagnia di altre ragazze con problemi simili al suo, le stesse ragazze che la chiamano “Sorella Muta” in seguito ad un mutismo selettivo messo in atto da Charlie per una sorta di autodifesa. Arriva il giorno in cui la ragazza ha la possibilità di uscire dalla clinica, di rientrare in un mondo reale, quello stesso mondo che l’ha distrutta e che ora le presenta il conto: Charlie è spaventata, ha i propri demoni da affrontare e capire come sopravvivere, senza una casa, senza un lavoro e con mille tentazioni davanti a sè, le stesse che già in passato l’hanno distrutta. Eppure, tra alti e bassi, piano piano riuscirà a risalire la china, con un piccolo lavoro malpagato, una topaia in cui vivere ma tutta sua, un rapporto sbagliato con una persona più incasinata di lei che rischia di farla ritornare nel caos e che puntualmente la riporta nella tristezza degli errori passati, al rapporto con Ellis, la più cara amica persa nel baratro… però Charlie sa che potrebbe diventare migliore di ciò che è e questo punto fermo le permette di salvarsi.

E’ un libro ruvido, tormentato eppure pieno di speranza, intenso ma intriso di vita: lo si legge in un soffio…

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“Edith Holler” di Edward Carey

Da tempo avevo questo volume in libreria e ho deciso di affrontarlo nel periodo natalizio vista l’atmosfera fiabesca che lo caratterizza e che quindi lo rende adatto al periodo. Si tratta di una favola moderna per adulti raccolta in un volume corposo che però ho adorato e divorato in pochissimi giorni: basti notare che il primo giorno di lettura ho raggiunto il primo terzo del libro!

La protagonista è Edith, una ragazzina dodicenne che vive reclusa nel teatro di Norwich a causa della maledizione che l’ha colpita nel momento della propria nascita e secondo la quale, nel caso in cui lei uscisse dall’edificio, lo stesso crollerebbe e Edith sarebbe colpita a morte; tuttavia ella è letteralmente una figlia del teatro e ci vive benissimo, senza alcun desiderio di conoscere il mondo esterno, al punto di scrivere una pièce per uno spettacolo con la serietà di una vera drammaturga.

Purtroppo però lo spettacolo ideato da Edith trae spunto dalla sua accurata ricerca relativa alle troppe sparizioni, nel corso degli anni, dei bambini del paese di Norwich, argomento scomodo che scatena le ire di Margaret Unthank, una ricca ereditiera proprietaria della produzione della “Pasta di Tarlo”, la quale riuscirà ad inserirsi nella famiglia di Edith portando lo scompiglio e mettendo in pericolo la vita di chiunque viva e lavori all’interno del teatro.

Abbiamo la rappresentazione del teatro come inganno e come rivelazione, ciò che viene rappresentato sul palcoscenico e quanto si nasconde dietro le quinte, è una favola oscura inserita in un libro corposo e ricco di illustrazioni vergate dallo stesso autore, onestamente piuttosto inquietanti ma sicuramente originali, è una narrazione ricca di modernità, di aspetti oscuri, di credenze scaramantiche, di magia nera, di illusioni, è un capolavoro assoluto! Io amo il teatro, lo scricchiolio delle assi del palcoscenico, il profumo polveroso delle poltrone e tutto questo lo si respira nel corso della lettura… Un libro meraviglioso da tenere in libreria e accarezzare ogni tanto perchè solo a tenerlo tra le mani è un’emozione.

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“Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro

Oggi vi propongo un libro che ho divorato tutto d’un fiato, facendo notte, ma non sognatevi nemmeno che si tratti di un libercolo facile facile e di evasione. No, è un libro difficile, con un inizio faticoso e che mette a dura prova il lettore che vorrebbe ambientarsi subito nelle atmosfere descritte e che invece vengono svelate e fatte comprendere con molta calma, in perfetta sintonia con l’assoluta tranquillità descrittiva degli autori giapponesi. Ci troviamo in un college dove i ragazzi crescono senza genitori, pur non essendo degli orfani, seguiti da tutori e completamente privi di amici, parenti o altri contatti, ma con l’unica consapevolezza di avere, nel proprio futuro, la possibilità di divenire assistenti o donatori, ma donatori di cosa? Non chiedetevelo e proseguite nella lettura perchè lo capirete più avanti (e forse preferirete non averlo mai compreso)…

Quello che colpisce è come alla fine, pur nell’aspetto distopico del tutto, questo è un romanzo che narra una potente storia d’amore e in cui i protagonisti sono tre ragazzi del college: Kathy, Ruth e Tommy, tre figure che non hanno nulla in comune con altri ragazzi della propria generazione ma che alla fine provano gli stessi sentimenti. Dopo essere cresciuti all’interno del college, una volta raggiunti i sedici anni di età vengono trasferiti all’interno dei “cottages”, con l’impegno di mantenere la propria abitazione in autonomia, senza alcuna presenza da parte dei tutori.

Sarà in questa nuova realtà autonoma che essi diverranno degli adulti con dei sentimenti e che scopriranno quale sarà la propria sorte, lontana da qualsiasi ragionevole aspettativa futura, dando vita ad una seconda parte del romanzo che, nel suo scorrere calmo, in realtà porta con sè una forza inaspettata, spiazzante e che trafigge come una lama affilata.

E’ un libro di una delicatezza immensa eppure ti uccide una pagina dopo l’altra, poi quando te ne rendi conto oramai è tardi. Per me è stato immenso.

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“Carrie” di Stephen King

Lo so, è un libro che tutti conoscono, ma che non tutti hanno letto e che molti danno per scontato si tratti di una storia horror. E lo pensavo pure io quando l’ho iniziato, ovviamente sbagliando completamente.

Si tratta di una storia di bullismo, argomento caro a King, in cui più che parlare di horror abbiamo un moderato inserimento del paranormale all’interno della narrazione; Carrie è una ragazza abbastanza goffa presa continuamente di mira dai compagni, sia per l’aspetto esteriore che per il carattere schivo, aspetti inevitabili vista la situazione familiare in cui la stessa si trova a vivere. Carrie infatti cresce con una madre altamente disfunzionale, religiosa e devota fino alla patologia, il che porta la figlia a crescere lontana anni luce dalla realtà, dalla socialità e dal conformismo giovanile, ma lei sopporta, sopporta sempre tutto, a partire dalla scena di apertura in cui, dinanzi al primo ciclo mestruale della propria vita, spaventata ed ignara di tutto nonostante l’età già avanzata per un menarca, viene insultata dalle compagne di classe nello spogliatoio, le quali con crudeltà le lanciano addosso degli assorbenti gridandole addosso insulti irripetibili. Da questo episodio, nonostante le difese della docente di educazione fisica e del preside dell’istituto, la vita di tutti inizia a cambiare, sia quella di Carrie che quella della città in cui vive.

Ad un tratto tutto emerge, dal fanatismo materno alle ore chiusa in uno sgabuzzino, dagli incubi a scuola a quelli vissuti in casa, dando origine ad una serie di fenomeni paranormali che esprimono tutto il dolore e il superamento del limite di sopportazione di Carrie, motivo per cui posso dire trattarsi di un romanzo educativo, molto breve (l’ho letto in un giorno) e scorrevole, ma che andrebbe letto nelle scuole per far comprendere quanto male si possa fare ad una persona solo perchè diversa dalla massa. Non racconto nulla di più della trama, ovviamente, ma si tratta della cronaca di una tragedia annunciata, forse non quella che il lettore si aspetta, ma sicuramente narrata con un ritmo ipnotico e dal significato altamente educativo.

Ne hanno tratto un film, che non ho visto e che dubito guarderò in quanto sono molto impressionabile, ma so che vi sono delle differenze non da poco rispetto al libro, quindi leggetelo, merita.

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