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“E poi ci sono io” di Kathleen Glasgow

Sto leggendo tanti libri belli in questo periodo dell’anno e questo è uno di quelli che ho divorato: siamo davanti alla storia di Charlotte, Charlie per tutti, una diciassettenne che non trova nulla in una famiglia pressochè inesistente, abbandonata dal padre e in cui vi è solo una madre assente, il che porta Charlie ad annullarsi, esattamente come appare nella grafica dal titolo barrato, tramite episodi di autolesionismo.

Charlie ha vissuto per strada, è stata picchiata dalla madre, abbandonata dal padre e ora si taglia, il che la porta in una clinica psichiatrica, quella in cui vive all’apertura del romanzo, in compagnia di altre ragazze con problemi simili al suo, le stesse ragazze che la chiamano “Sorella Muta” in seguito ad un mutismo selettivo messo in atto da Charlie per una sorta di autodifesa. Arriva il giorno in cui la ragazza ha la possibilità di uscire dalla clinica, di rientrare in un mondo reale, quello stesso mondo che l’ha distrutta e che ora le presenta il conto: Charlie è spaventata, ha i propri demoni da affrontare e capire come sopravvivere, senza una casa, senza un lavoro e con mille tentazioni davanti a sè, le stesse che già in passato l’hanno distrutta. Eppure, tra alti e bassi, piano piano riuscirà a risalire la china, con un piccolo lavoro malpagato, una topaia in cui vivere ma tutta sua, un rapporto sbagliato con una persona più incasinata di lei che rischia di farla ritornare nel caos e che puntualmente la riporta nella tristezza degli errori passati, al rapporto con Ellis, la più cara amica persa nel baratro… però Charlie sa che potrebbe diventare migliore di ciò che è e questo punto fermo le permette di salvarsi.

E’ un libro ruvido, tormentato eppure pieno di speranza, intenso ma intriso di vita: lo si legge in un soffio…

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“Edith Holler” di Edward Carey

Da tempo avevo questo volume in libreria e ho deciso di affrontarlo nel periodo natalizio vista l’atmosfera fiabesca che lo caratterizza e che quindi lo rende adatto al periodo. Si tratta di una favola moderna per adulti raccolta in un volume corposo che però ho adorato e divorato in pochissimi giorni: basti notare che il primo giorno di lettura ho raggiunto il primo terzo del libro!

La protagonista è Edith, una ragazzina dodicenne che vive reclusa nel teatro di Norwich a causa della maledizione che l’ha colpita nel momento della propria nascita e secondo la quale, nel caso in cui lei uscisse dall’edificio, lo stesso crollerebbe e Edith sarebbe colpita a morte; tuttavia ella è letteralmente una figlia del teatro e ci vive benissimo, senza alcun desiderio di conoscere il mondo esterno, al punto di scrivere una pièce per uno spettacolo con la serietà di una vera drammaturga.

Purtroppo però lo spettacolo ideato da Edith trae spunto dalla sua accurata ricerca relativa alle troppe sparizioni, nel corso degli anni, dei bambini del paese di Norwich, argomento scomodo che scatena le ire di Margaret Unthank, una ricca ereditiera proprietaria della produzione della “Pasta di Tarlo”, la quale riuscirà ad inserirsi nella famiglia di Edith portando lo scompiglio e mettendo in pericolo la vita di chiunque viva e lavori all’interno del teatro.

Abbiamo la rappresentazione del teatro come inganno e come rivelazione, ciò che viene rappresentato sul palcoscenico e quanto si nasconde dietro le quinte, è una favola oscura inserita in un libro corposo e ricco di illustrazioni vergate dallo stesso autore, onestamente piuttosto inquietanti ma sicuramente originali, è una narrazione ricca di modernità, di aspetti oscuri, di credenze scaramantiche, di magia nera, di illusioni, è un capolavoro assoluto! Io amo il teatro, lo scricchiolio delle assi del palcoscenico, il profumo polveroso delle poltrone e tutto questo lo si respira nel corso della lettura… Un libro meraviglioso da tenere in libreria e accarezzare ogni tanto perchè solo a tenerlo tra le mani è un’emozione.

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“Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro

Oggi vi propongo un libro che ho divorato tutto d’un fiato, facendo notte, ma non sognatevi nemmeno che si tratti di un libercolo facile facile e di evasione. No, è un libro difficile, con un inizio faticoso e che mette a dura prova il lettore che vorrebbe ambientarsi subito nelle atmosfere descritte e che invece vengono svelate e fatte comprendere con molta calma, in perfetta sintonia con l’assoluta tranquillità descrittiva degli autori giapponesi. Ci troviamo in un college dove i ragazzi crescono senza genitori, pur non essendo degli orfani, seguiti da tutori e completamente privi di amici, parenti o altri contatti, ma con l’unica consapevolezza di avere, nel proprio futuro, la possibilità di divenire assistenti o donatori, ma donatori di cosa? Non chiedetevelo e proseguite nella lettura perchè lo capirete più avanti (e forse preferirete non averlo mai compreso)…

Quello che colpisce è come alla fine, pur nell’aspetto distopico del tutto, questo è un romanzo che narra una potente storia d’amore e in cui i protagonisti sono tre ragazzi del college: Kathy, Ruth e Tommy, tre figure che non hanno nulla in comune con altri ragazzi della propria generazione ma che alla fine provano gli stessi sentimenti. Dopo essere cresciuti all’interno del college, una volta raggiunti i sedici anni di età vengono trasferiti all’interno dei “cottages”, con l’impegno di mantenere la propria abitazione in autonomia, senza alcuna presenza da parte dei tutori.

Sarà in questa nuova realtà autonoma che essi diverranno degli adulti con dei sentimenti e che scopriranno quale sarà la propria sorte, lontana da qualsiasi ragionevole aspettativa futura, dando vita ad una seconda parte del romanzo che, nel suo scorrere calmo, in realtà porta con sè una forza inaspettata, spiazzante e che trafigge come una lama affilata.

E’ un libro di una delicatezza immensa eppure ti uccide una pagina dopo l’altra, poi quando te ne rendi conto oramai è tardi. Per me è stato immenso.

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“Carrie” di Stephen King

Lo so, è un libro che tutti conoscono, ma che non tutti hanno letto e che molti danno per scontato si tratti di una storia horror. E lo pensavo pure io quando l’ho iniziato, ovviamente sbagliando completamente.

Si tratta di una storia di bullismo, argomento caro a King, in cui più che parlare di horror abbiamo un moderato inserimento del paranormale all’interno della narrazione; Carrie è una ragazza abbastanza goffa presa continuamente di mira dai compagni, sia per l’aspetto esteriore che per il carattere schivo, aspetti inevitabili vista la situazione familiare in cui la stessa si trova a vivere. Carrie infatti cresce con una madre altamente disfunzionale, religiosa e devota fino alla patologia, il che porta la figlia a crescere lontana anni luce dalla realtà, dalla socialità e dal conformismo giovanile, ma lei sopporta, sopporta sempre tutto, a partire dalla scena di apertura in cui, dinanzi al primo ciclo mestruale della propria vita, spaventata ed ignara di tutto nonostante l’età già avanzata per un menarca, viene insultata dalle compagne di classe nello spogliatoio, le quali con crudeltà le lanciano addosso degli assorbenti gridandole addosso insulti irripetibili. Da questo episodio, nonostante le difese della docente di educazione fisica e del preside dell’istituto, la vita di tutti inizia a cambiare, sia quella di Carrie che quella della città in cui vive.

Ad un tratto tutto emerge, dal fanatismo materno alle ore chiusa in uno sgabuzzino, dagli incubi a scuola a quelli vissuti in casa, dando origine ad una serie di fenomeni paranormali che esprimono tutto il dolore e il superamento del limite di sopportazione di Carrie, motivo per cui posso dire trattarsi di un romanzo educativo, molto breve (l’ho letto in un giorno) e scorrevole, ma che andrebbe letto nelle scuole per far comprendere quanto male si possa fare ad una persona solo perchè diversa dalla massa. Non racconto nulla di più della trama, ovviamente, ma si tratta della cronaca di una tragedia annunciata, forse non quella che il lettore si aspetta, ma sicuramente narrata con un ritmo ipnotico e dal significato altamente educativo.

Ne hanno tratto un film, che non ho visto e che dubito guarderò in quanto sono molto impressionabile, ma so che vi sono delle differenze non da poco rispetto al libro, quindi leggetelo, merita.

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“L’attraversaspecchi” di Christelle Dabos

Non avrei mai pensato di scrivere qualcosa in merito ad una saga, specie relativamente a questa, da molti osannata ma da me tiepidamente accolta (dopo Harry Potter non ce n’è per nessuno…), tuttavia avendo acquistato l’ultima uscita dell’autrice, in maniera piuttosto ottimistica e grazie ad un set all’usato, mi è sembrato doveroso iniziare da qui.

La saga si articola in quattro volumi, a mio avviso di diversa qualità contenutistica: Fidanzati dell’inverno, Gli scomparsi di Chiardiluna, La Memoria di Babel ed Echi in tempesta, editi tutti nell’arco di sei anni tra il 2013 e il 2019.

Ci troviamo in un universo composto da ventuno arche, esattamente quanti sono i pianeti in orbita intorno a quello che fu il pianeta Terra, ed è proprio sull’arca “Anima” che vive Ofelia, una ragazza goffa, solitaria ed estremamente miope, che però possiede il dono di attraversare gli specchi nonchè quello di leggere il passato degli oggetti; Ofelia lavora quale curatrice in un museo, attività adatta al suo carattere e che viene brutalmente interrotta dalla decisione, presa dalle Decane della città, di darla in sposa a Thorn, nobile appartenente alla famiglia dei Draghi, con la conseguenza di dover lasciare la propria arca e di trasferirsi su “Polo”, freddissima ed inospitale oltre che popolata da bestie enormi e costante teatro di lotte tra famiglie.

La domanda che Ofelia si pone è del perchè la scelta sia ricaduta su di lei, risposta che ben presto trova la chiave in un enigma dal quale potrebbe dipendere il destino della sua arca e della sua gente: da questo punto in poi saranno molti gli eventi a caratterizzare i quattro volumi, che ovviamente non riporto per non incorrere in spoiler, basti però ricordare la caratterizzazione di Ofelia, che la rende simpatica al lettore. Si tratta infatti di un esempio di imperfezione, di timidezza, di remissività che però ben presto trova una voce potente all’interno del romanzo in quanto si tratta del personaggio che più cresce all’interno della narrazione e che riesce a scalfire anche la freddezza caratteriale di Thorn, rendendolo finalmente umano.

La scrittura è scorrevole, tutto sommato anche di qualità discreta, insomma non si tratta del classico romanzo fantasy per ragazzini che sembra scritto da uno studente delle scuole elementari, come spesso accade, ma il problema è sempre lo stesso: troppo lungo! Ciò va a discapito della qualità e stanca il lettore, il quale, se anche supera il primo libro e si entusiasma con il secondo, arriva al terzo un po’ stiracchiato e al quarto si è rotto le scatole! E si parlava di un seguito che, stante l’uscita di un altro romanzo della medesima autrice, spero proprio non trovi posto sugli scaffali delle librerie.

Lo consiglio? Tutto sommato sì, sono io che sui fantasy sono molto pretenziosa, ma capite che il genere fantastico per me è nato con “La storia infinita” e terminato con “Harry Potter”, motivo per il quale, per quanto ci provi, nulla e nessuno sarà mai alla loro altezza.

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“Génie la matta” di Inès Cagnati

Oggi voglio parlarvi di questo romanzo, molto breve ma intenso, doloroso, triste, bellissimo, un libro che narra la storia dell’amore immenso che Marie, nata da uno stupro, prova nei confronti di Eugénie, chiamata Génie la Matta, una povera madre ripudiata dalla famiglia e respinta dalla comunità dopo lo stupro, nemmeno fosse stata colpa sua, e che a causa di ciò si è murata dietro il silenzio, generando per l’appunto il nomignolo affibiatole.

E’ una madre distante, che alla figlia sa dire solo “Non starmi tra i piedi” mentre la bimba, in pura adorazione, cerca di seguirla ovunque, temendo l’abbandono e amandola nonostante tutto; Génie lavora nei campi, letteralmente come un somaro, sfruttata da tutti in cambio di poco cibo che porta a casa per sfamare la bambina e lamentando costantemente di non aver avuto nulla dalla vita, mentre Marie, con un amore infinito continua a sussurrarle dolcemente: “Hai avuto me”.

La fine è inaspettata, dolorosa, ma il libro è bello, molto bello, intriso di una dolcezza estrema nonostante la tristezza, ricco di un amore incondizionato, quello che Marie prova nei confronti di Génie, la quale comunque alla fine fa tutto per la figlia, cercando non solo di nutrirla adeguatamente ma di darle un’istruzione, cercando in ogni modo di donarle una vita migliore della propria.

Leggetelo, ne vale la pena.

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“La porta delle stelle” di Ingvild Rishøi

Per una volta mi trovo a parlarvi del libro giusto nel periodo giusto, io che con molta tempestività solitamente tratto di libri natalizi a ferragosto e di romanzetti da spiaggia a capodanno: questa invece è proprio una favola natalizia, un po’ malinconica e sicuramente a tema, che oltretutto si legge in un pomeriggio.

La protagonista è Ronja, una ragazzina che vive alla periferia di Oslo insieme al padre e alla sorella minore, in una situazione di povertà a causa dell’incapacità del padre di gestire la propria vita e, conseguentemente, anche di tutelare le bambine; egli spesso rincasa ubriaco, non riesce a pagare le bollette nè a tenersi un lavoro. Ronja però è tosta, non si lascia scoraggiare tant’è che riesce a procurare al padre un lavoro presso la rivendita di alberi di Natale, il che porta Ronja a sognare di poterne avere uno in casa propria un giorno, nonostante il costo elevato che le preclude l’acquisto. Il padre però, come ben si possa immaginare, ben presto perde anche questo lavoro e qui entra in gioco a tutto tondo la figlia maggiore, con la sua caparbietà, la buona volontà, l’ingegno e una buona dose di faccia tosta, coinvolgendo anche la sorella Melissa.

Alla fine è una favola moderna che insegna a sperare, che qualcuno ha paragonato a “La piccola fiammiferaia” di Andersen, storia tristissima e strappalacrime che nel corso della mia infanzia mi ha fatto venire il magone, ma io non concordo in merito al paragone: qui la speranza c’è e anche in maniera abbastanza ironica grazie ad una ragazzina di carattere che riesce a sostenere le difficoltà di un brutto momento per ritornare a galla con l’intento di rimanerci.

E’ stata una lettura carina e molto scorrevole, non certamente “sconvolgente e dolorosa” (ho letto addirittura “necessaria”, ma necessaria a che?) come qualcuno l’ha descritta, una distrazione pomeridiana che ho fatto solo per aver trovato il libro all’usato (e prontamente rivenduto) in quanto, perdonate la polemica, ma 17 euro per un libricino di poche pagine (160 pagine semivuote di piccolo formato, praticamente un opuscolo) mi sembrano davvero un ladrocinio!

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“L’estate in cui mia madre ebbe gli occhi verdi” di Tatiana Tibuleac

Dopo molte scelte indotte dai gruppi di lettura cui partecipo oggi mi trovo finalmente davanti ad un romanzo iniziato per curiosità personale, un po’ a seguito della copertina meravigliosa e un po’ per il titolo, bellissimo!

Il nucleo portante della narrazione è il rapporto madre-figlio, una situazione conflittuale a livelli particolarmente intensi che ci viene narrata dalla voce di quest’ultimo, oramai adulto, divenuto un affermato pittore disabile (punto che non viene trattato dall’autrice, con mio grande sollievo in quanto evita di cadere nel consueto clichè) e che, alla soglia dei quarant’anni, viene invitato dallo psicoterapeuta a rielaborare la propria storia familiare.

Tutta la narrazione si concentra nell’arco di tre mesi, di un’estate lontana nella quale la madre, da lui odiata a livello viscerale, a seguito della malattia che la colpisce si trasforma completamente lasciando emergere il proprio lato materno, quello nascosto al figlio sino a quel momento. Basti leggere “quella mattina in cui la odiavo più che mai, mia madre aveva compiuto trentanove anni. Era piccola e grassa, stupida e brutta. La guardavo dalla finestra mentre se ne stava al cancello della scuola come una mendicante. L’avrei uccisa senza pensarci due volte”. Ovviamente in tutto questo la responsabilità della madre del protagonista è elevata, l’odio non viene elargito gratuitamente ma è figlio del dolore, eppure in quell’estate, in quei soli tre mesi, tutto cambia: la madre diviene una mamma, la mamma di Aleksy, questo il nome del figlio, una mamma che trascorre i suoi ultimi mesi della vita in un paesino della costa francese, dove riesce a trascinarvi il figlio recalcitrante con una promessa di libertà.

Dall’Europa dell’est i due viaggiano fino alla Francia e per una volta Aleksy sceglie la madre, pur se grazie ad una vicinanza forzata, che ci fa comprendere come l’atteggiamento duro ed arido della donna sia la diretta conseguenza della morte di Mika, la figlia minore, oltre all’abbandono da parte del compagno, generando quindi una ben comprensibile situazione di disamore, sopportata integralmente dal figlio primogenito.

Ma c’è un piccolo particolare, l’unico che Aleksy apprezza, e sono gli occhi verdi della madre, bellissimi, talmente belli che, a detta sua, sembrava uno sbaglio sprecarli sul volto della donna, eppure sono proprio questi occhi a portare avanti il tema principale del romanzo, punto focale che emerge periodicamente e che cuciono tutto il riavvicinamento tra i due.

Tale riavvicinamento avviene perchè la donna ad un certo punto, nella sofferenza della malattia, diviene una mamma o almeno ritorna ad esserlo, e sarà la mamma di Aleksy a pronunciare queste parole: “Impara anche tu ad amare una donna, Aleksy, non essere come tuo padre – asciutto e bavoso e cattivo -, sii un brav’uomo, capito? Ama e regala stelle, non colletti di visone”.

Un libro poetico, un po’ faticoso nelle primissime pagine, ma che ben presto rapisce il lettore e lo trascina tutto d’un fiato pagina dopo pagina, dolore dopo dolore, nella meraviglia di ciò che si dischiude tra i due, tutto questo mentre la madre di Aleksey “avrà per sempre gli occhi verdi”.

Una narrazione da dieci e lode!

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“Horrorstör” di Grady Hendrix

Ecco un libro che non avrei mai pensato di consigliarvi, ma nemmeno di leggere! Innanzitutto Grady Hendrix è un mio scoglio personale, poi l’ambientazione di questo romanzo è completamente assurda: siamo da Orsk, un megastore clone fittizio di Ikea ma sito a Cleveland, tant’è che lo stesso libro è presentato come un catalogo della famosa catena di arredamento, completo di disegni, progetti e codici di acquisto, ma dopo un inizio di una tranquillità quasi banale ci si trova catapultati in un fantahorror teso e penetrante.

Infatti nello store ogni mattina i dipendenti trovano qualcosa che non va, tra articoli rovinati e sporcizia inspiegabile, motivo per il quale ad un certo punto una piccola delegazione di dipendenti decide di trascorrere una notte all’interno del negozio, trovandosi quindi nell’assurdo, in un incubo senza fine e che scoprirete solo leggendo il libro perchè non intendo rovinarvi l’essenza della narrazione, quella stessa essenza che si ritroverà anche nel finale, leggermente aperto a nuovi eventi.

E’ un libro sagace, accattivante, scorrevolissimo anche per chi, come me, non è appassionato del genere, è puro umorismo nero, inquietante ma assolutamente intrattenente! Io che amo l’arredamento ovviamente adoro Ikea, tuttavia vi assicuro che l’ultima volta che ci sono stata l’ho immaginata con occhi diversi…

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“Lolly Willowes (o l’Amoroso Cacciatore)” di Sylvia Townsend Warner

Questa è stata un’altra lettura propostami da un gruppo di lettura nel corso della spooky season, se non altro per l’atmosfera gotica che aleggia all’interno del romanzo in questione, che ovviamente non conoscevo e che ho portato avanti sino alla fine per curiosità.

Infatti è stata la tenacia a farmi proseguire visto che l’inizio mi è risultato pesante, lento e farraginoso, per poi portarmi finalmente a comprendere dove l’autrice volesse andare a parare, ovvero portare il lettore dinanzi ad un modernissimo manifesto femminista nonostante l’ambientazione di fine ottocento.

Lolly, anzi “zia Lolly”, in realtà si chiama Laura e vive all’interno di una convenzionalissima società borghese britannica dell’epoca, è rigorosamente zitella e lo è assolutamente per scelta, vive una vita noiosa, piatta, placida e scontatissima, praticamente come la narrazione di una buona metà del libro. Poi avviene la svolta, anche per il lettore che vede la trama scorrere finalmente con maggiore vivacità, al pari passo della ribellione di Lolly la quale, dopo la morte del padre, è divenuta una sorta di proprietà dei fratelli, i quali decidono le sorti della sua vita, destinandola a seguire il fratello maggiore Henry a Londra, costringendola quindi a lasciare così la residenza di campagna nella quale ha vissuto. Naturalmente è già stato deciso che Lolly rivestirà la figura di zia a tempo pieno nonchè quella di domestica, situazione che inizialmente lei accetterà senza lamentele nè ribellioni, tuttavia ben presto si farà strada in lei un turbamento, una sorta di richiamo che viene dalla terra (“saliva dal terreno con l’odore delle foglie morte, la seguiva per le strade all’imbrunire…”) e che la cambia all’improvviso, senza alcuna ribellione evidente ma unicamente pretendendo dal fratello la parte dell’eredità spettantele e creando ovviamente un gran trambusto, considerata la volontà fraterna di impadronirsi di ciò ad insaputa di Lolly, nonchè uscendo semplicemente da casa, con i suoi pochi averi, per stabilirsi in un piccolo paese sparso nei boschi, Great Mop.

Qui Lolly sceglie se stessa e svela la propria natura ed è proprio a questo punto che entra in gioco anche la figura dell’Amoroso Cacciatore del sottotitolo… e qui mi fermo per non incorrere in spoiler.

E’ una donna oppressa dalle aspettative altrui, dalle imposizioni sociali e dalla mancanza di autodeterminazione e, nella anacronistica modernità del romanzo, si crea uno sprone rivolto a tutte le donne affinchè esse ascoltino la propria voce interiore ignorando le aspettative sociali e possano così autodeterminarsi secondo la propria indole ed il proprio desiderio.

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