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“Giro di vite” di Henry James

Questo è un libro che ho affrontato nel corso della spooky season grazie ad un gruppo di lettura, che mi ha permesso di conoscere questo stranissimo romanzo gotico, pur se datato ma che mi era completamente oscuro. Ammetto che l’impatto non è stato dei più lineari a causa della scrittura abbastanza arcaica, lenta, ma che caratterizza la forza di questo lavoro che letteralmente stritola il lettore, appunto come preannunciato dal titolo, in un enigma sempre più stretto ed angosciante, narrato dalla voce di una governante impegnata nella cura di due bambini, Miles e Flora, assolutamente bellissimi, perfetti, educatissimi, insomma un po’ too much per lasciar presagire qualcosa di buono; sono proprio i bambini ad informarla di vedere i fantasmi, il che apparentemente potrebbe sembrare una normale fantasia infantile, se non fosse che anche la governante inizia a comprendere che qualcosa stia accadendo realmente.

La narrazione è superba nonostante lo stile datato e, credetemi, molto pesante, tuttavia Henry James riesce ad usare una scrittura paziente, ossessiva, frutto di una continua revisione meticolosa che porta alla precisione assoluta nelle stesura degli eventi, che non lascia spazio ad alcuna divagazione, mentre il lettore si trova ad avere il fiato costantemente sospeso fino all’ultima riga. Siamo immersi nell’ossessione completa, nel dubbio, nel non scritto, nella certezza che l’autore stia stringendo con forza la filettatura di una vite, anzi di due viti stante la presenza di due bambini, ognuno inquietante a suo modo.

Siamo nella realtà o nell’allucinazione? Siamo nella doppiezza completa? E’ percezione o realtà?

Ho faticato a leggerlo tutto, ma ne è valsa la pena, un gran libro!

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“Blackout” di Gianluca Morozzi

Mi sono decisa ad affrontare, mesi dopo averlo letto, qualche riga di valutazione relativa a questo libro, in quanto lettura fortemente voluta e dalla quale ne sono uscita con un sonoro “boh”.

Un libro che piace, che mi ha tenuta incatenata con delle grandi aspettative iniziali, purtroppo non mantenute, ma dalla costruzione semplice e lineare: siamo a ferragosto, il palazzo è praticamente vuoto a causa delle temperature torride, ovviamente i cellulari non raggiungono alcun segnale nel vano elevatore, una combinazione perfetta per un blackout che blocca l’ascensore in un punto non ben definito dell’edificio. I minuti passano diventando ore, nessuno sa che l’ascensore è bloccato, l’allarme è privo di alimentazione e non funziona, il tutto in una descrizione claustrofobica e, suppongo nelle intenzioni dell’autore, inquietante.

Anche i tre fruitori dell’ascensore sono particolari, uno dei quali si sa essere un serial killer, ma è proprio qui che secondo me casca l’asino perchè l’incipit ci porta ad immaginare una evoluzione nell’attività di quest’ultimo, vista la minuziosa descrizione splatter che l’autore pone all’inizio del romanzo, volta forse ad attrarre il lettore, deludendolo poi in maniera disonesta: caro Morozzi, non puoi farmi stare con il fiato sospeso facendomi divorare pagine su pagine nell’attesa spasmodica di sapere cosa accadrà e poi lasciarmi ad annoiarmi con questi tre pirloni nell’ascensore!

Delusione massima per un romanzetto dozzinale.

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“Come il vento tra i mandorli” di Michelle Cohen Corasanti

“Mi arrampicai sul mandorlo: Abbas e io l’avevamo chiamato Shahida, “testimone”, perchè passavamo moltissimo tempo tra i suoi rami a guardare gli arabi e gli ebrei”.

“Avevamo battezzato l’ulivo a sinistra Amal, “speranza” e quello a destra era Sa’dah, “felicità””.

Ultimamente mi sto facendo trascinare da proposte che tutto sono fuorchè leggere: questo romanzo, dal nome poetico ed incantevole, presenta un inizio in cui si tende ad incespicare sui nomi, lontani dalla nostra cultura e apparentemente simili l’un l’altro, ovviamente rendendo poco scorrevoli le prime pagine; tuttavia, una volta presa confidenza con essi ci si ritrova dinanzi ad un’opera bellissima, scritta in maniera superba e cruda, cattiva, poetica, realista.

La postfazione spiega come l’autrice, ebrea, abbia avuto la possibilità di vivere all’interno dei confini stabiliti dall’armistizio del 1949 e quindi di osservare in prima persona la vita dei palestinesi in quella che sarebbe divenuta terra di Israele ed è in questo triangolo di terra che si svolgono le vicende di Ichmad Hamid, la voce narrante del romanzo, membro di una famiglia in cui le scelte sono molto diverse, ma che si salva grazie ad professor Menachem Sharon, il quale vede in lui il genio scientifico e che si adopera per prenderlo sotto la sua ala protettrice, portandolo in seguito a ricoprire la carica di professore negli Stati Uniti.

Il fratello Abbas, dopo aver subito un incidente invalidante sul lavoro, sceglie invece la strada più pericolosa, quella di membro attivo di Hamas, aprendo quindi una nuova ferita in una famiglia già defraudata a causa dell’assenza di Baba, il padre condannato ingiustamente per terrorismo, e dalla perdita di due figlie.

Non proseguo per non spoilerare nulla, tuttavia merita un accenno la profonda apertura mentale della voce narrante, sicuramente ampliata dalla ricchezza culturale, che lavora con un ebreo, ha amici ebrei e sposerà una donna ebrea, il tutto nonostante il clima di odio che permea l’ambiente in cui è nato ed è cresciuto. E’ stata una lettura meravigliosa in cui la domanda che si pone al lettore ha il suo perchè, ovvero se sia meglio lottare con la violenza o con la cultura, contribuendo così al bene comune e al progresso di tutta l’umanità. Per me la risposta è scontata.

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“Middlesex” di Jeffrey Eugenides

“Sono nato due volte: bambina, la prima, in un giorno di gennaio del 1960, in una Detroit straordinariamente priva di smog, e maschio adolescente, la seconda, nell’agosto del 1974, al pronto soccorso di Petoskey, nel Michigan”.

Sono di nuovo alle prese con un Premio Pulitzer, questa volta del 2003, un libro che non conoscevo affatto e che quando mi è stato proposto ritenevo fosse più recente oltre, onestamente, ad averlo sottovalutato sia come mole e come contenuti che come scorrevolezza. All’inizio presenta dei tratti faticosi in quanto va a scavare alle origini del tema centrale della narrazione, delle volte in maniera approfondita e pesante ma strumentale alla comprensione del poi.

La narrazione avviene in prima persona dalla voce di Callie, diminutivo di Calliope, la quale racconta la sua storia di quattordicenne consapevole della propria diversità in quanto ermafrodita, confusa dalla presenza di un “croco” all’interno del proprio corpo ma decisa a negare la realtà alla propria famiglia. E’ proprio per comprendere come si sia potuta verificare questo scostamento dalla normalità che l’autore, con la voce di Callie, narra della storia della famiglia che ha dato origine a ciò, a seguito di più matrimoni tra consanguinei e quindi con la convinzione che la causa sia nascosta nel DNA, una “colpa” che si è manifestata nel suo corpo.

Conosciamo così i nonni, Lefty e Desdemona, soprattutto quest’ultima è una figura molto bella all’interno del romanzo, arricchita dalle tradizioni che non intende abbandonare e dalle relative superstizioni, i quali lasciano una Smirne in fiamme nel 1922 per raggiungere le coste americane, la terra promessa ai loro occhi; alla stessa stregua conosciamo Tessie e Milton, i genitori di Callie che lasceranno Detroit, in piena espansione industriale, per raggiungere proprio la località denominata “Middlesex”, creando quindi un gioco di parole con la situazione vissuta da Callie.

E’ proprio a Middlesex che Callie cresce, intrecciando altre vite nel corso della sua crescita, scoprendo ciò che è e ciò che vuole essere, chiedendosi se a rendere ciò che siamo sia la biologia o il bagaglio culturale che assorbiamo nel corso della nostra vita. Sin dall’inizio del romanzo siamo a conoscenza della sua situazione, ma l’autore tratta con molta delicatezza l’argomento, tanto da farci accarezzare i sentimenti di Callie in maniera travolgente, da farci sentire tutta la sua confusione e il suo dolore, fino alla rinascita finale, con una scrittura assolutamente sublime che ci fa resistere anche dinanzi i passaggi più ostici. Un capolavoro!

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“The Spellshop” di Sarah Beth Durst

“Non è che non le piacessero le persone. E’ che le piacevano di più o libri. I libri non recriminavano, non giudicavano, non deridevano e non respingevano. I libri ti invitavano ad entrare, sprimacciavano i cuscini sul divano, ti offrivano tè e pane tostato, ti aprivano il loro cuore senza aspettarsi che tu facessi altro che assorbire ciò che avevano da darti”.

In prima battuta questo libro mi ha catturata grazie alla copertina, magnifica, e agli spray edges lungo il taglio delle pagine, perfettamente in tinta con il resto della grafica , un tripudio di disegni viranti al verde e al giallo, spettacolo puro! Poi, letta la trama sul quarto di copertina, ho deciso che sarebbe stato il libro perfetto per me, con quell’atmosfera cottage core immersa nella natura e nella magia, un cozy fantasy scritto bene nonostante l’atmosfera leggera intrisa di quella semplicità che ogni tanto ci sta.

La storia è molto semplice, lineare, eppure la narrazione non presenta mai alcun vuoto che possa annoiare il lettore, anzi è talmente accattivante che induce nel proseguire la lettura, capitolo dopo capitolo, per seguire le vicende di Kiela, una bibliotecaria costretta a fuggire a seguito di alcuni disordini che hanno provocato l’incendio della biblioteca, e che si affida ai ricordi della propria infanzia trovando scampo nel proprio paese natale, Caltrey, insieme ad alcune casse di libri salvati dalla furia distruttrice del fuoco e alla compagnia di Caz, una pianta ragno senziente. Qui trova un’accoglienza che inizialmente la intimorisce, per poi rapirle il cuore, circondata da un affetto inaspettato, il che ben presto riesce a smuovere la sua naturale diffidenza portandola ad aiutare la gente di Caltrey a risolvere alcune criticità verificatesi dopo aver subito l’abbandono da parte delle forze magiche, non senza, nel contempo, allietare i compaesani grazie ad una intensa produzione di marmellate che andranno ad arricchire gli scaffali del proprio negozio.

L’ambientazione è meravigliosa, vivida ed immersiva, i personaggi sono ben caratterizzati, l’atmosfera è magica e coinvolgente, direi un cinque stelle pieno nonostante una critica io l’abbia avanzata, ovvero la forzatura politically correct nell’aver inserito la consueta storiella queer all’interno della trama, assolutamente fastidiosa proprio perchè ultimamente sembra essere un obbligo per poter vendere meglio, mentre a mio avviso qualunque rapporto affettivo dev’essere libero da categorizzazioni e non da inserire forzatamente in qualsiasi trama, specie se non necessario al contesto.

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“Tanta ancora Vita” di Viola Ardone

“Questo fanno i bambini alle persone. Le sincronizzano sul tempo dell’amore”.

Di Viola Ardone ancora non avevo letto nulla, motivo per il quale appena ho incontrato questo romanzo ho voluto iniziarlo subito, soprattutto a fronte del prologo che sin da subito accompagna il lettore nel cuore della trama; siamo nel febbraio 2022 quando un bimbo di una decina d’anni intraprende, da solo, un lungo viaggio che da Mariupol, in Ucraina, lo porterà in Italia alla ricerca della nonna Irina, impiegata quale domestica presso una famiglia di Napoli.

Già il viaggio del piccoletto è un’avventura che incolla il lettore alle pagine, tra i pochi soldi che Kostya, questo il suo nome, nasconde nei calzini, un passaporto, un biglietto ferroviario che gli concede ben poca strada ed un recapito appuntato sul retro di una foto, la quale secondo Roman, suo padre, raffigurerebbe la madre defunta.

Roman è al fronte, arruolatosi volontario per la difesa del proprio paese, mentre manda il figliolo allo sbaraglio, un bimbo tanto piccolo ma capace di destreggiarsi nei guai essendo nato tra le bombe ed abituato alla sopravvivenza, a correre più veloce dei pericoli, tant’è che alla fine egli riesce a raggiungere Napoli, la nonna Irina e Vita, una donna schiacciata dal dolore e vittima della depressione, tanto sconfitta dall’esistenza quanto Irina è energica, anche comica nel suo essere e nel lessico appreso dalle opere di Dante Alighieri (e già solo per questo vale la lettura).

Le due donne, insieme a Kostya, si uniranno per affrontare un viaggio alla ricerca di Roman, un viaggio nel dolore, nella vita e nella speranza, un viaggio che cambierà completamente le proprie esistenze e che permetterà a ciascuno di essi di affrontare i propri mostri e di raggiungere un nuovo livello di accettazione e di serenità.

Il romanzo è stato spesso tacciato di superficialità e forse di non aver trattato con cura tutti gli argomenti toccati, mentre per me è stata una lettura assolutamente gradevole in quanto innanzitutto, a mio avviso, il tema principale è la depressione della protagonista, la quale è stata esaminata abbondantemente per essere un romanzo, diversamente sarebbe stato un saggio; inoltre l’autrice ha toccato due temi spinosi nell’ambientazione, ovvero il conflitto in Ucraina e il periodo Covid, senza lasciarsi trasportare, intelligentemente, in alcuna valutazione personale o presa di posizione. Vista inoltre la scrittura assolutamente perfetta della Ardone, per me è un parere pienamente positivo!

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“56 giorni” di Catherine Ryan Howard

Ho incontrato questo libro strutturato in maniera molto originale (ma quanti se ne scoprono grazie ai gruppi di lettura?), che ho iniziato con alcuni dubbi e che alla fine ho divorato, come sempre accade quando un romanzo mi prende e mi tiene incollata alle pagine.

56 giorni prima (di cosa? Ecco, la curiosità…) Ciara e Oliver si incontrano in un supermercato di Dublino, nel corso di una comunissima pausa pranzo, lei una ragazzina apparentemente banale e lui un bel ragazzo che inaspettatamente si interessa a Ciara chiedendole di potersi rivedere. Nel corso della stessa settimana inizia lo sciagurato periodo di restrizioni sociali che tutti abbiamo provato nel 2020 per ragioni “sanitarie” (politiche ed economiche, ma non voglio polemizzare), che suggerisce loro di iniziare una convivenza a casa di Oliver, più confortevole rispetto all’abitazione di Ciara, piccola e modesta, nonostante la scarsa conoscenza tra i due. In questo modo, lontani dalla famiglia e dagli amici, non vi è alcun controllo, soprattutto per Oliver, il quale deve nascondere la propria identità.

Su un diverso piano temporale, nella palazzina in cui vive Oliver, forse nel suo stesso appartamento, viene rinvenuto un corpo in condizioni critiche, nel mentre “nel passato” Oliver e Ciara iniziano a conoscersi e ad amarsi, nonostante la differenza tra la timidezza di lei e l’aspetto da rampante architetto sicuro di sè di lui. Eppure 56 giorni dopo tutto cambia.

Libro immersivo, thriller anomalo, con una sottile vena romance, ma appena accennata stante lo strano rapporto “asciutto” tra i due, strutturalmente originale, ben costruito nonostante la scrittura scarna (ma oramai si è capito che gli irlandesi non sono dei campioni di poesia), per me molto bello. E’ un sì pieno.

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“Il veleno dell’oleandro” di Simonetta Agnello Hornby

Mi sono casualmente imbattuta in questo libro, scambiato ad un mercatino, un volume sottile, di poche pagine che mi faceva sperare in una lettura veloce e leggera, ma dire che l’ho sottovalutata è un eufemismo.

Il bellissimo quanto ambiguo Bede è il factotum della tenuta di famiglia, a Pedrara, nei pressi di Siracusa, nonchè testimone da sempre delle vicende familiari, profondamente legato ad Anna, ammalata e vittima di una demenza che le ruba i ricordi e intorno al cui capezzale si ritrovano i figli Mara, Giulia e Luigi. Purtroppo l’arrivo dei famigliari scatena antichi rancori e l’occasione per parlare di affari, soprattutto stante il continuo calo delle rendite e la crescente intraprendenza di Bede nella gestione dei beni comuni.

La struttura del racconto è complessa, aggravata anche dai molti termini dialettali che non a tutti risultano agevolmente comprensibili, specie se, come me, siete del nord, i fili della narrazione sono complessi e talora, a mio avviso, sfuggono anche all’autrice, rendendo confusa la comprensione della trama, pur trattandosi di una scrittura sublime. Anche i personaggi sono tratteggiati poco, addirittura male caratterizzati a parte forse la figura di Bede, ambiguo ed affascinante, che presenta un anomalo attaccamento ad Anna, nonostante le differenze tra i due e la malattia che consuma la donna, rendendone difficile la gestione. Gli argomenti toccati sono forse troppi in così poche pagine e in una trama concentrata su una sola famiglia, il tutto aggravato da una scelta stilistica ridondante, eccessivamente cerimoniosa, assolutamente perfetta e di grande capacità narrativa, ma tutto è “troppo”.

Personalmente ho trovato l’atmosfera ammaliante, seducente, con quella lentezza sensoriale affascinante tipica del sud, talora lasciva ed ambigua, ma mi sento di bocciarlo comunque proprio per il caos narrativo che ho percepito, faticando a destreggiarmi nei complicati legami tra troppi personaggi mal delineati, apprezzando forse solo il finale, almeno quello abbastanza comprensibile a dispetto di tutto il resto.

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“Più forte della seta” di Shi Naseer

Siamo nella Cina rurale del 1994 quando una Chen Di dodicenne, che protegge con amore il fratello minore, assiste ad un evento che farà crollare tutte le sue certezze sulla società e sul mondo in cui vive, in cui l’unica luce sarà il maestro Jia, il quale si prodigherà per accoglierla e farla studiare; ritroveremo, nel 2002, a Shanghai, una Chen Di trasformatasi in una giovane determinata che pratica l’aikido e che è pronta ad iniziare la vita che si è scelta, in una grande città, divisa tra le attenzioni indesiderate di un adolescente pieno di sè e di un insegnante di arti marziali, pacifista convinto. Il suo unico scopo è la vendetta, conseguenza di quanto subito anni prima, tuttavia le sue convinzioni, anche le più radicate, risultano essere in continua discussione in quanto nulla può mai essere “completamente bianco o nero”.

La narrazione si snoda lungo un intero decennio con un racconto commovente incentrato sulla formazione di una bimba ferita che si trasforma in una donna decisa e di carattere, con tutte le sue fragilità, nel contesto della politica cinese del figlio unico, tra ingiustizie, dolori e alcune rivelazioni inaspettate nel corso della lettura; un libro pieno di interrogativi che oscilla tra la sete di vendetta e la necessità di mettere un punto su tutto il dolore una volta per tutte.

E’ stata una lettura bellissima, poetica nonostante le atrocità descritte e che spiega in maniera dettagliata quale fosse la politica del figlio unico, consentendo all’occidente di imparare e di comprendere bene in cosa consistesse tale atrocità: da leggere tutto d’un fiato.

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“Volevo solo averti accanto” di Ronald H.Balson

Elliot Rosenzweig è uno degli uomini di punta di Chicago: stimato e facoltoso, eppure la sera della prima all’Opera un sopravvissuto polacco di nome Ben Solomon lo accusa pubblicamente di essere un criminale nazista e di chiamarsi in realtà Otto Piatek, noto con lo pseudonimo de “Il macellaio di Zamosc”.

Ben viene arrestato, nessuno risulta disposto a credere all’accusa rivolta a Rosenzweig, noto quale filantropo sopravvissuto ad Auschwitz, mentre al contrario Ben Solomon appare quale un anziano signore mentalmente instabile; l’avvocato Catherine Lockart per qualche motivo, forse istintivamente, crede alle accuse di Ben al punto di giocarsi la carriera per raggiungere la verità e per riconoscere al suo assistito la giustizia che merita, disposta a tutto per sostenerlo e coadiuvata da Liam, amico ed investigatore.

Inizia da lontano il racconto di Ben, fino quasi all’esasperazione della legale che vorrebbe stringere i tempi per arrivare al nocciolo della questione, per poter imbastire un’accusa fondata nei confronti di Rosenzweig, ma Ben intende percorrere l’intera vita, giorno dopo giorno, lentamente, con i propri tempi, snocciolando la poesia di un’esistenza difficile e coraggiosa, quella di un uomo di grande integrità morale disposto a tutto per proteggere la propria famiglia e i propri affetti.

Scorrono così le pagine in una ricostruzione storica sicuramente romanzata ma convincente, si sorride, si piange, si fraternizza con Ben, ci si commuove con la sua dolcezza, sicuramente non ci si annoia.

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