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“Slewfoot. Una storia di stregoneria” di Brom

“Slewfoot” è stato un romanzo che mi ha attirata sin da subito, una di quelle attrazioni a pelle che non ti spieghi ed infatti ho fatto di tutto per trovarlo all’usato ad un prezzo abbordabile. Appena tra le mie mani l’ho iniziato divorandone le pagine in brevissimo tempo, tant’è la scorrevolezza della narrazione!

L’atmosfera è cupa e anche qui, come in altri libri letti in questo periodo, la figura chiave è femminile, ribelle e, nello svolgimento della narrazione, tocca corde orrorifiche: vero è che si parla di demoni, di spiriti e di rituali, tuttavia la vera bestialità che emerge da questo bellissimo romanzo è quella della razza umana e della sua imperitura ignoranza.

Siamo nel 1666 (e già la sequenza di 6 è tutta un programma), anno in cui Abitha, una neocolona del Connecticut, perde il marito, un uomo impostole ma che la ama profondamente, e si trova ad essere una donna sola in un villaggio ove vige il puritanesimo più rigido; tuttavia ella difende con ogni mezzo la propria indipendenza, nonostante il duro lavoro nei campi per la propria sopravvivenza, trovando un alleato in un signore della foresta, una misteriosa figura priva di memoria di sè e che ella chiama “Slewfoot”. Il rapporto tra i due cresce pagina dopo pagina e ne nasce una fiducia ed un rispetto reciproci inaspettati, e mentre Abitha si trova a dover fronteggiare la cattiveria che la circonda cercando di distruggerla per ridurla in condizione di schiava del cognato, alla stessa stregua Slewfoot affronta il proprio passato dimenticato, portando ambedue a trovare la propria verità.

La narrazione è splendida, perfetta per narrare una storia di ribellione, di femminismo, di rabbia, di indipendenza e resilienza, in essa vi si ritrova una simbologia ancestrale in cui la natura fa da padrona dinanzi al veleno umano, passando dalla violenza verso la donna alla caccia alle streghe.

Stupendo!

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“L’estate che sciolse ogni cosa” di Tiffany McDaniel

“E’ detta la Scala della Caduta, ed è così che viene spinto giù dal paradiso chi non merita di restarvi, come me. E’ un volo spaventoso, un ruzzolone di sette milioni di gradini, una punizione che non può essere dimenticata. Precipitando, si sbatte contro ogni singolo gradino, sette milioni di spigoli fatti per fare male, e farti riflettere sugli errori della tua sfida. Il dolore è abbastanza vivo da strappare uno spazio alla poesia, dove ogni livido è un verso e le rime sono gemiti che fanno eco una all’altra. E’ una cosa terribile per un angelo, perché le ali non sopravvivono alla caduta. Il volo di un tempo diventa magia da uccelli che non si sperimenterà mai più. Com’è poco duratura la piuma per l’angelo che conosce lo scontento. In fondo, non fu forse questa, la mia caduta? L’insoddisfazione di non potermi muovere da un solo posto, di non poter mai cambiare vestito. Ma io ero stanco di essere il figlio obbediente che si umilia coltivando gli ordini del padre. Volevo la mia vita. Volevo una buona vita.

Dio non è uno stolto. Ha fatto in modo che la caduta sia una tortura penosa. A ogni gradino ti si presenta una mano che sembra offrirti una possibilità. Tu ti volgi indietro e la afferri, persuaso che così facendo non verrai più cacciato. Ma nessuna tua supplica, nessuna tua resa in realtà è sufficiente a revocare la punizione. E’ questo l’inalienabile tormento della caduta. Benché si tratti di un evento divino, lo strazio è alquanto ordinario. Il supplizio di provare speranza solo per scoprire che non esiste speranza. Sperare significa cedere alla seduzione della leggenda secondo cui ci viene data una seconda possibilità nella vita.

Quando giunsi all’ultimo gradino, il sette milionesimo, mi fu offerta una mano diversa dalle altre. Erano dita che avevano modellato l’argilla, come intorpidite dal lungo lavoro della creazione. Quella mano mi portò alle labbra la parola Dio.

Le altre sapevano sin dal primo momento che alla fine mi avrebbero lasciato andare e in quel loro gesto c’era solo crudeltà. Ma la sette milionesima mano si trovava davanti a una scelta. Mi avrebbe lasciato o mi avrebbe tirato su? Mi avrebbe restituito le mie piume? Mi avrebbe perdonato? Mi avrebbe chiamato ancora una volta figliolo?

La prima natura di quella mano è il calore. La seconda, di dare dignità alla mia speranza stringendomi con più forza di tutte le altre. Ma soprattutto, era puro amore. Accostando tutti i cuori di questo mondo non si giungerebbe nemmeno a immaginare cosa possa voler dire essere amato a quel modo. Fu così che capii che la sette milionesima mano era quella di Dio.

Mentre penzolavo dal cielo appeso alla Sua mano, sapevo che Egli non desiderava lasciarmi andare. Ma sapevo che se non lo avesse fatto, quella sarebbe stata la Sua rovina. Così, davanti a una simile scelta, fui io a mollare la presa. Per il Suo bene. Dovevo cadere. Dovevo essere il Diavolo, perché Lui potesse essere Dio”.

Tratto dal capitolo VII.


Ho iniziato questa lettura aspettandomi nulla più di un romanzetto leggero, quasi un libercolo da spiaggia, e invece mi sono trovata dinanzi una narrazione che mi ha spiazzata, ricca di temi trattati e che mi ha portata a divorare pagine su pagine in pochissimi giorni.

Siamo dinanzi alla dicotomia tra il Bene e il Male, i due opposti della nostra esistenza, della nostra morale e delle nostre azioni, e ciò si pone alla base di un racconto leggero ambientato in una cittadina americana, nel 1984, anno in cui questa vede l’arrivo di Sal, un ragazzo dalla pelle nera e gli occhi verdi e che afferma di essere il diavolo. L’intero romanzo, di fatto, è una continua discesa agli inferi grazie al male dilagante in un’atmosfera erosa da un calore anomalo che divora letteralmente la cittadina di Breathed, in un continuo e costante sciogliersi di ogni cosa, dall’equilibrio degli abitanti alla capacità di discernimento degli stessi, in una sempre maggior confusione tra il bene e il male.

Chi è Sal? E’ veramente il Diavolo? E’ Lucifero? Non voglio spoilerare nulla perchè questo libro è un capolavoro assoluto, è poesia pura, è una pugnalata al cuore, con un finale che comunque lascia molti interrogativi e spazio interpretativo, tuttavia ciò che realmente conta è quanto accade nel viaggio della lettura e anch’io, che sono contraria ai finali poco definiti, questa volta sono disposta a soprassedere e a promuovere a pieni voti questa chicca. Leggetelo, non ve ne pentirete.

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“Darkly” di Marisha Pessl

Avevo notato questo volume, bellissimo a livello estetico, ad inizio autunno all’ingresso di una libreria, me n’ero innamorata follemente ma alla fine non lo avevo acquistato, quasi sentissi un sesto senso a frenarmi. E avevo ragione. Ma procediamo con ordine.

Siamo davanti ad un fantasy in cui la protagonista Arcadia (Dia) Gannon, apparentemente una comune adolescente, che si districa quotidianamente tra lo studio e la gestione del negozio di famiglia, alquanto complessa vista l’incapacità materna di occuparsene, grazie alla passione per i giochi da tavolo, soprattutto per quelli della Darkly, ottiene uno stage organizzato proprio dal suddetto brand insieme ad altri ragazzi provenienti da tutto il mondo. La Darkly è accompagnata dalla fama della sua fondatrice, tale Louisiana Veda, la cui misteriosa morte ha ammantato di fama tutte le sue creazioni, ovviamente trasformate in oggetti di culto che vengono battuti all’asta per cifre immense, come ben si può immaginare viste le leggi del mercato.

Dia è una ragazza inquieta, timida e studiosa, chiamata “nonnetta” dai compagni visto il suo aspetto ordinario che non segue le mode del momento, ma estremamente intelligente, dote che le verrà in aiuto nel corso dello stage al quale viene inaspettatamente ammessa; infatti ella ha una passione per i mondi alternativi, costruiti secondo logica, in cui si seguono regole chiare e logiche, dove non c’è spazio per il caos ma solo per il ragionamento, inoltre è una ragazza dalle ottime capacità di osservazione e in grado di cogliere le connessioni che passano inosservate a molti e che quindi la portano a risolvere i rompicapo che si trova davanti nel corso dello stage, spesso sfidando rischi e pericoli, ma riuscendo a portare fino in fondo le sfide che le si pongono dinanzi.

“Darkly” è piaciuto a molti ed è stato osannato con generosità, ma veniamo alle mie considerazioni: la scrittura raggiunge pienamente la sufficienza ma nulla di più, comunque non ho riscontrato degli strafalcioni e di questi tempi già mi consola, mentre per quanto concerne la trama ammetto di essermi trovata in grosse difficoltà all’inizio in quanto non riuscivo a comprendere dove la narrazione volesse andare a parare, per poi districarsi nel corso del prosieguo, rendersi quasi interessante verso i tre quarti del libro e crollare miseramente nel finale, confuso ed estremamente carente in quanto molti punti vengono lasciati irrisolti, inammissibile per un romanzo autoconclusivo. L’atmosfera è gradevole, il world building è strutturato bene e i personaggi sono ben delineati ma una trama così ricca di particolari e complessa alla fine è quasi implosa su se stessa, come se la stessa autrice si fosse ingarbugliata nel non riuscire a dipanare la matassa entro un numero limitato di pagine. Forse, e per una volta affermo il contrario di quanto io scriva di solito, in questo caso qualche capitolo in più sarebbe risultato utile a sviluppare al meglio una storia che in sè ha sicuramente del potenziale.

Promosso con fatica e con riserva.

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“La campana di vetro” di Sylvia Plath

Ho terminato da pochissimi giorni la lettura di questo libro, tutto sommato un po’ vecchiotto ma che ultimamente sta spopolando nei gruppi di lettura, ammantato da un’hype esagerata dettata dal bookstagram.

Si tratta di un libro autobiografico, l’ultimo di Sylvia Plath prima della sua morte, in cui l’autrice narra di una brillante studentessa della provincia americana la quale, dopo aver vinto un soggiorno offerto da una rivista di moda, si trova nella New York borghese e spietata degli anni Cinquanta, in quell’America maccartista e spietata in cui la corsa al successo è d’obbligo. Il risultato sarà la scelta tra il trovarsi sotto, appunto, una campana di vetro rassicurante ma che la priverà sempre più delle proprie forze oppure lasciarsi ammaliare dal fascino della morte, fino alla malattia mentale, che poi è stata quella che ha portato alla fine l’autrice.

La prosa è scorrevole e le poche pagine che compongono il volume volano in pochissimi giorni, è un libro tutto sommato gradevole eppure spietato nel suo narrare di una solitudine che uccide, una solitudine raggelante che scava a fondo nel dolore e che verga le pagine come la richiesta di aiuto di una donna che ha voluto lasciare questa vita avendo la delicatezza di pensare prima ai propri figli. Ella aveva solo trent’anni quando, con lucidità, preparò la colazione ai propri bambini, aprì le finestre della loro stanza e sigillò la porta della stessa prima di suicidarsi con il gas del forno, in un impeto distruttivo ma ricco di amore materno.

Il libro venne pubblicato, sotto pseudonimo, poco meno di un mese prima della sua morte, lasciando dietro di sè una inascoltata richiesta di aiuto e uno scritto che vale la pena leggere.

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“I cieli di Philadelphia” di Liz Moore

Premetto di aver conosciuto questa autrice grazie a “Il dio dei boschi”, libro che ho detestato dalla prima all’ultima pagina, eppure questo titolo mi chiamava, mi attirava anche la copertina, il richiamo alla città di Philadelphia, insomma è stato un amore quasi scontato sin dall’inizio.

Sin dalle prime pagine conosciamo Michaela Fitzpatrick, un’agente di polizia che si prende cura, tra mille difficoltà legate all’attività lavorativa, del figlio Thomas, un bimbo dolcissimo ed estremamente intelligente; Mickey, come viene chiamata da tutti, pattuglia le strade di Kensington, il proprio quartiere natale che non eccelle per sicurezza, ma che le dà la possibilità di controllare e di proteggere la sorella Kacey, la quale vive per strada prostituendosi per potersi pagare la dose quotidiana dalla quale dipende.

Ciò finchè d’un tratto Kacey scompare dal quartiere, senza lasciare alcuna traccia dietro di sè e ciò accade in concomitanza con una scia di delitti a danno delle prostitute di Kensington, portando quindi Mickey alla massima allerta e alla ricerca della sorella, aiutata da Truman, suo ex partner di pattuglia, con la massima ostinazione e senza mai perdere la speranza di ritrovarla viva. Mickey è una donna coraggiosa seppur vulnerabile, con un profondo senso della giustizia ed un cuore enorme e generoso, che viene rappresentata magistralmente in un romanzo in cui i piani temporali si intrecciano con ordine e precisione delineando le sue scelte sbagliate ma anche la sua profonda umanità.

Mi è piaciuto proprio tanto e non solo per la trama che lo accompagna, ma per l’atmosfera grigia, scarna e feroce descritta in maniera ineccepibile, che permette al lettore di visionarla in ogni suo aspetto, in ogni angolo di strada, in tutta la sua crudezza e il suo realismo. Un dieci più meritatissimo.

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“La vegetariana” di Han Kang

Premio Nobel per la letteratura 2024

Dopo aver letto “Atti umani”, terribile e bellissimo, ero impaziente di leggere anche questo romanzo, soprattutto in quanto me ne hanno parlato come di un’opera disturbante e difficile, molto più di “Atti umani”. Inizio col dire che il primo a me è piaciuto molto di più, che ho trovato estremamente più crudo nella narrazione della morte e, se vogliamo utilizzare tale termine, che a me non piace affatto, veramente disturbante, oltre che difficile in alcuni tratti meramente storici.

“La vegetariana” per me è stato un libro carente, almeno nel senso del contesto narrativo, aspetto che si evidenzia nel momento in cui la protagonista si trova ad essere vittima di violenze fisiche e psicologiche a seguito della propria decisione di cambiare alimentazione a favore di quella esclusivamente vegetale; alla stessa stregua dell’abitudine, tra famigliari, di chiamarsi con il titolo di parentela o affinità anzichè con il nome proprio, evidenziando come nella narrazione il substrato culturale venga dato per scontato, mettendo delle volte in difficoltà il lettore non appartenente alla società asiatica.

In merito al contenuto del romanzo ci troviamo dinanzi alla figura, alquanto disturbata, di Yeong-hye, una donna ordinaria e silenziosa, assolutamente banale ma che, improvvisamente, decide di non mangiare più alcun tipo di carne e, a dirla tutta, nemmeno di pesce nè di qualsiasi altro alimento che le dia un adeguato sostentamento, tant’è che in breve ella si trova a divenire l’ombra di se stessa, giustificando ciò esclusivamente con la risposta “Ho fatto un sogno”. Questo cambio di abitudini alimentari diviene quasi una metamorfosi simbolica che la porta ad adottare degli atteggiamenti e delle posture che possano farla assomigliare ad una pianta, non da ultimo lo stare in posizione verticale in quanto le mani, appoggiate al terreno, vengono da lei assimilate alle radici di un albero. Questo aspetto del libro porta il lettore attento a rinvenire nella narrazione la profonda connessione tra l’uomo e la natura, tematica ricorrente nella cultura coreana come in altre culture, non da ultimo il concetto buddista del distacco dal corpo fisico.

Tutto il romanzo è però anche permeato da una crudezza scarna e fredda, dalla narrazione di pratiche sessuali al limite dell’abuso, della violenza fisica e verbale, della prevaricazione, il tutto con una narrazione essenziale, vuota, gelida, che oltretutto lascia il lettore dinanzi ad un finale volutamente aperto, lasciandolo libero di decidere se sia meglio accettare una società alienante e maschilista (in realtà patriarcale, ma è un termine che detesto nel profondo in quanto abusato) come quella prospettata dalla narrazione oppure lasciare un mondo così opprimente. Io preferisco sempre i finali espliciti e decisi, com’è nel mio carattere che chiede sempre chiarezza, ma tant’è… questa è stata la volontà dell’autrice.

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“Cuore l’innamorato” di Lily King

sì, stavolta l’ho letto sul telefonino…

Qui voglio affrontare un libro che sta facendo impazzire tutti, attirandomi le antipatie dei più perchè questa lettura l’ho odiata dall’inizio alla fine: premetto di aver riscontrato una scrittura pessima, per me elemento fondamentale di un romanzo, che non si è salvata nemmeno grazie ad una trama memorabile, vista la banalità cosmica del tutto.

Andiamo con ordine: siamo in un campus universitario ed è qui che la protagonista, Casey, incontra un gruppo di ragazzi profondamente impegnati in letture profonde, discussioni filosofiche e dissertazioni storiche, il tutto in un contesto particolare essendosi insediati nella casa di un docente assente a causa di un anno sabbatico. Casey si avvicina ad uno di essi, apparentemente affascinante ma assolutamente superficiale nei suoi confronti, rendendosi presto conto di essere attratta dall’amico, quello più timido ed introverso, quello che non ritiene di essere abbastanza da meritarla, quello del quale si innamora profondamente ma che ben presto la lascia da sola in un momento delicatissimo.

Dopo un salto temporale di un ventennio ci sarà una ricongiunzione dei tre amici, oramai adulti, in seguito ad un evento che li segnerà nel profondo e sarà in questa occasione che emergeranno i conti sospesi tra di loro, i quali cercheranno di richiudere i cerchi aperti, con dolore, con il perdono, con la devastazione, anche con la consapevolezza che tra di essi forse l’unica ad aver realizzato qualcosa è stata Casey, la più timida del gruppo.

Di fatto il fulcro di questo libro, secondo il mio parere, è se abbia senso non solo ritornare al passato mettendo in discussione le altre scelte fatte, ma soprattutto se valga la pena fare delle scelte comode, magari al fine di preservare un’amicizia, anzichè vivere la vita che si desidera scegliendo la felicità. Temi forse nobili ma che diventano banali in assenza di una scrittura lirica ed appropriata, aspetto che qui è assolutamente utopistico vista una stesura caotica e di scarsa qualità che mi ha fatto terminare la lettura per mera testardaggine e non per passione.

Un libro circondato da una hype elevatissima portata avanti dai social, ma per chi ama la letteratura probabilmente non merita granchè.

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“Il Conte di Montecristo” di Alexandre Dumas

Questo è “IL” libro per eccellenza, quello che non ho mai voluto affrontare prima, spaventata dai classici, ma che alla fine, a forza di leggere le opinioni di apprezzamento da parte di lettori giovani e, praticamente costretta dal senso del dovere nei confronti di un gruppo di lettura, se non addirittura da una buona dose di autostima e di dignità personale, l’ho iniziato, dapprima cercando quale edizione presentasse la traduzione migliore tra cartacei sbagliati e formati digitali, fino ad approdare a questo volume che potete ammirare nella foto in tutta la sua maestosità 🙂 !

Perchè ne parlo nonostante la sua fama lo preceda? Perchè alla fine non tutti l’hanno letto, come del resto era accaduto a me e magari una spinta può convincere i più restii all’impresa, perchè alla fine è un libro coccola, quello che ti accompagna nei mesi, giorno dopo giorno, come un appuntamento con un vecchio amico per un caffè e quattro chiacchiere.

Siamo a Marsiglia, dove conosciamo Edmond Dantès, un marinaio diciannovenne capace e volonteroso, il quale sbarca nel giorno in cui Napoleone Bonaparte lascia l’Isola d’Elba con l’intento di sposare Mércèdes, la sua fidanzata catalana, suscitando però malcontenti ed invidie sia per la bellezza della futura sposa, sia per il futuro quale capitano che gli si prospetta a breve termine. A seguito di tali invidie viene tacciato quale cospiratore bonapartista, fama che gli vale l’apertura dei cancelli della prigione presso il Castello d’If, al largo delle coste marsigliesi, nel silenzio assoluto che porta chiunque ad ignorare la sorte toccatagli.

Nelle segrete del castello Edmond trascorrerà una buona parte della sua vita, fino alla fuga (assolutamente rocambolesca e geniale), mitigata solo dall’incontro con Don Faria, una figura di spicco nella narrazione, curiosa ed affascinante, forse la migliore di tutto il romanzo, grazie alla quale Dantès farà propria una vasta cultura, quella formazione che caratterizzerà tutta la sua vita mentre sarà intento a vivere i propri giorni solo ed unicamente nel nome della vendetta.

Questo libro all’epoca uscì a puntate, fu quasi una sorta di telenovela letteraria, motivo per il quale il romanzo è ricco di particolari e di episodi, talora anche ridondanti in quanto spiazzano il lettore in una moltitudine di eventi e di nomi, ma alla fine gli eventi si ricompongono e i personaggi vanno piano piano a scemare, anche grazie alle vendette perpetrate da Dantès.

Il Conte, ovvero Dantès, è un personaggio ambiguo, affascinante ed estremamente intelligente, paziente e costante negli anni a tessere la propria vendetta togliendo di mezzo i responsabili della sua rovina, salvando poche anime e ricordando sempre la gratitudine nei confronti di chi la merita, è un uomo raffinato, acculturato, ambìto da tutti e che non si concede a nessuno, è un essere misterioso cui nessuno è in grado di ostacolare; ci si innamora di Dantès leggendo capitolo dopo capitolo, sino al gran finale, quello che spesso porta il lettore ad un senso di lutto dopo essere arrivati alla fine dell’ultima pagina.

E’ un libro che si ama, talvolta lo si odia quando ci si trova invischiati in eventi troppo caotici e pregni di personaggi, al punto da chiedersi chi ce l’abbia fatto fare ad iniziarlo, ma poi si torna sempre lì, nel calduccio dei capitoli, accompagnati per mano da Dantès nelle sue trame incredibili, nel suo viaggio di vendetta senza mai respirare alcun veleno nè sentimenti d’odio. E’ un capolavoro assoluto!

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“Configurazione Tundra” di Elena Giorgiana Mirabelli

Ho iniziato questa lettura dopo avere letto dei pareri positivi da parte di altri lettori e lettrici, tuttavia penso sia stato il libro più brutto ed inconcludente della mia vita. Forse sarò stata io a non capirlo, ma resta il fatto che mai mi era capitato di non apprezzarne nemmeno una pagina.

Tuttavia voglio descriverlo più concretamente, partendo da quanto di bello dovrebbe avere, secondo l’opinione comune: si tratta dell’opera prima dell’autrice, un romanzo distopico acclamato per la sua atmosfera onirica in grado di esplorare temi di architettura urbana con una narrazione poetica e frammentata, addirittura consigliandone una rilettura per poterne cogliere le sfumature socio psicologiche (ma anche no grazie, una volta mi è bastata ed avanzata).

Certo è che si nota molto bene l’impronta filosofica dell’autrice, su questo non c’è dubbio, ma non ho colto tutto il fascino decantato dall’opinione comune. Ma veniamo alla trama: l’architetto Marta Fiani, per il tramite del progetto di una città-bioma, persegue l’obiettivo di mutare il comportamento umano fino al raggiungimento della felicità proprio grazie all’influenza data dalla struttura urbanistica all’atteggiamento sociale, con lo scopo di determinare il risultato di una città lineare che si muove su una retta infinita. In tale struttura, nonostante l’eleganza data dalla retta infinita, sorgono alcuni limiti, tra cui la monotonia stante l’assenza di un centro, che la rende una continua replica di se stessa, oltre alla continua ricerca di un’identità da parte degli ipotetici abitanti, che in tal modo verrebbero privati della memoria, elemento base per la costruzione del sè.

Tuttavia Lea, la figlia dell’architetto, lascia dietro il proprio passaggio alcuni oggetti e quindi dei ricordi, tracce che vengono rinvenute da Diana, la quale si trova ad occupare il loro appartamento e di conseguenza cerca di ricostruire una possibile realtà mnemonica a partire da quanto la precedente occupante ha lasciato dietro di sè, non essendosi spogliata dei proprio averi come auspicato dalla filosofia alla base di tale stile di vita.

L’intera narrazione, comunque molto breve (poco più di cento pagine), vortica intorno a questa narrazione, secondo le opinioni predominanti assolutamente geniale, secondo me di una incomprensione e di una inutilità assoluti; non ho rinvenuto alcuna recensione negativa e se sono stata in grado di comprendere la trama è stato solo perchè l’avevo letta prima di iniziare la lettura.

Insomma, fate voi, per me è stato come assistere all’adorazione generale di fronte ad un quadro astratto e post moderno mentre io continuo ad amare la pittura raffaellita.

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“K-PAX” di Gene Brewer

Non avrei mai pensato di leggere questo romanzo, nè tanto meno di apprezzarlo così tanto, considerato il fatto che la fantascienza non rientra assolutamente tra le mie letture preferite, eppure, mossa dalla curiosità, l’ho iniziato, timidamente dallo schermo del cellulare, così a tempo perso, per poi riprendere sul tablet in maniera tale da velocizzare una narrazione che mi stava prendendo molto (sì, ho il Kindle pieno, ma oramai conoscete i miei ritmi di lettura).

In realtà si tratta di una riedizione uscita venticinque anni dopo la pubblicazione nel nostro paese di un romanzo conosciuto anche grazie alla sua trasposizione cinematografica, un libro alquanto originale che coniuga la fantascienza e la psicologia in un unicum equilibrato e gradevolissimo nonchè attualissimo nella stesura nonostante il tempo trascorso dalla prima pubblicazione.

Il protagonista è prot, scritto in minuscolo, sedicente abitante del pianeta K-PAX (tutto in maiuscolo), il quale entra nell’istituto psichiatrico di Manhattan creando non poco scalpore vista la personalità che lo contraddistingue e la sua indole adatta ad aiutare chiunque, anche coloro i quali sembrano resistere alle cure mediche, motivo per il quale egli diviene letteralmente il chiodo fisso dello psichiatra che lo segue e che impersona la voce narrante del romanzo. L’intera narrazione si concentra su una continua interlocuzione tra i due, su una serie di dialoghi incentrati spesso su questioni esistenziali e su un passato, quello di prot, che appare incredibile e sconosciuto ad una mentalità considerata nella norma. Il mondo alieno rappresentato da prot di fatto è un mondo ideale, utopistico, dove la serenità e l’onestà rappresentano dei valori normali ed inviolabili, dove la collaborazione tra gli abitanti è scontata, dove il bene vince a prescindere su un male inesistente, un mondo in cui ci si nutre di alimenti vegetali e sul quale la frutta sembra essere un bene ricercato, stante l’apprezzamento che prot dimostra per essa, al limite della golosità.

Di fatto prot è un puro ed impersona una calma ed una gentilezza che sembrano totalmente avulsi dalla società attuale, e che, se uniti a tutto il resto della situazione, induce il suo psichiatra ad insistere nel trovarvi una causa tangibile che possa ricondurre prot ad essere un individuo del pianeta Terra, debitamente disturbato ovviamente, e non un essere proveniente da un mondo diverso.

Il finale lascia il lettore con molti dubbi, tuttavia non insoddisfatto in quanto è stato accompagnato in un viaggio meraviglioso nel corso di tutta la lettura… un gran viaggio mi sento di dire, veramente meraviglioso!

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