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“Felicità è un pizzico di noce moscata” di Maria Goodin

felicità è un pizzico di noce moscata

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Sono stata attratta dal titolo e dalla copertina, possibili forieri di una leggerezza di cui in questo periodo ho davvero bisogno per staccare la mente da un momento faticoso e che mi sta mandando i nervi a mille, piena di dubbi sull’effettivo valore del contenuto, eppure se ora sono qui a scriverne significa che ne è valsa la pena.

Ho iniziato la lettura destreggiandomi tra personaggi strambi, orientandomi tra assurde manifestazioni di fantasia senza il minimo filo di logica, incerta se rinunciare alle prime pagine o se insistere ancora un po’: ho scelto la seconda opzione e non me ne sono pentita poichè, ad un certo punto, la trama ha iniziato ad intrecciarsi in maniera ineccepibile, rivelando un romanzo di una dolcezza incredibile, un’opera che è  un inno alla fantasia, alla creatività e un’ode all’immaginazione.

La protagonista è Meg, diminutivo di Megnut (noce moscata), la quale si trova a doversi confrontare con il pizzico di follia della propria madre, combattuta tra la dolcezza dell’amore materno e il bisogno di imporre la propria razionalità: in questo percorso Meg verrà continuamente contaminata dal pensiero logico-razionale del noiosissimo fidanzato e dalla fantasia equilibrata e saggia del giardiniere.

E’ un libro che contrappone l’immaginazione che può portare alla cancellazione della realtà a quella che può aiutare ad affrontare il trauma di un passato doloroso e della malattia, è un libro in cui si pongono a confronto l’indomabile fantasia della madre  e la razionalità della stessa Meg, che alla fine comprende di essere stata sempre protetta dal mondo fantastico della mamma, la quale ha voluto cancellarle i dolori subiti e ha cercato di offrirle il meglio di sè e del suo mondo bizzarro.

E’ un testo intelligente, scritto da un’autrice estremamente sensibile, che ha toccato le corde più profonde della mia anima oltre ad aver soddisfatto il mio amore per i libri scritti bene, è davvero un lavoro che ha trattato il tema della malattia in modo delicato e profondo, senza mai perdersi in banalità o pressapochismi, è un romanzo che mi ha fatto versare parecchie lacrime, ma da non perdere assolutamente.

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“1q84” di Haruki Murakami

Di nuovo immersa nella lettura, un po’ distante dai fornelli a causa della dieta, un po’ per stanchezza, troppa stanchezza e tanta voglia di evasione; talora il relax lo si trova in romanzi da spiaggia leggeri come un soffio, talvolta invece c’è il bisogno di introspezione, di letture lente e ricche di spunti di riflessione.

Ecco un romanzo che va al di là del soprannaturale per atterrare sul surreale e sulla multisensorialità e che non annoia mai nonostante i tre volumi (i primi due contenuti in un unico tomo e il terzo edito solo successivamente) e le tante pagine di parole, di mondi paralleli, di realtà assurde che mai vengono preannunciate all’inizio dell’opera.

Ero reduce da “Norwegian wood” e non pensavo di tornare subito sullo stesso autore, soprattutto perché il titolo non mi attirava assolutamente, ma poi un giorno mi è arrivato un messaggino sul telefono, da parte di un amico, che diceva “Hai letto 1q84? E’ un libro strano…” e per prima cosa ho pensato ad Orwell, al suo “1984”, rendendomi conto ben presto del legame tra i due scritti, di come il “q” (che si legge “kyu”, cioè indica il numero nove in giapponese) ci riporti effettivamente ad Orwell, di come anche qui vi sia un surrealismo analogo, di come il “q” faccia esplicito riferimento anche al “question mark”, al punto interrogativo che pervade tutta l’opera in quanto, come ben spiegato nel nono capitolo, quando cambia il paesaggio cambiano anche le regole.

La trama è complessa ma si articola su pochi, chiarissimi personaggi che si trovano a percorrere una parte della strada della propria vita in un mondo parallelo in cui nulla è uguale a ciò che ci si aspetta, in cui le lune nel cielo sono due, la mother e la daughter, in cui il tema centrale è l’amore tra i due personaggi principali, Aomame e Tengo, che si trovano a vivere sotto lo stesso cielo alterato rincorrendo le proprie vite nonostante sia stato detto a lei, Aomame, che l’incontro mai sarà possibile, che sarà salva la vita di Tengo a fronte del sacrificio della propria.

Aomame è sul punto di arrendersi, ma la vita che cresce dentro di sè e che nascerà per partenogenesi, la fa desistere all’ultimo minuto, quando il proposito suicida sta per compiersi, e nello stesso istante in lei sorge una determinazione incrollabile nel voler ritrovare Tengo, amato sin dai primi anni della scuola e mai dimenticato al punto di rifiutare qualsiasi altro rapporto stabile; nonostante l’impossibilità, decretata dal Leader della setta dei Sakigake, di uscire dal 1q84, Aomame non si arrende e, al secondo tentativo, ritrova la strada per rientrare nel 1984 tenendo Tengo per mano come quel lontano giorno di decenni prima.

La struttura narrativa è particolare e tipica di Murakami, basata su un costante dualismo, su punti incrociati, su mondi paralleli: è un continuo rincorrersi ed intrecciarsi di vite, il cui filo conduttore è il costante disagio dell’esistenza nella società contemporanea, eppure alla fine c’è la metaforica dimostrazione della via di salvezza per l’essere umano… la salvezza alla fine è sempre l’amore, descritto come l’unico elemento in grado di rimettere ordine tra i mondi paralleli e nel caos delle cose, l’unico capace di prevalere sulla futilità del mondo.

Confermo che il romanzo è strano, molto strano per chi, come me, non ha mai amato alcuna opera di fantascienza, eppure mi ha conquistata e avrei voluto non finisse mai perché è scritto benissimo, perché Murakami è un maestro che permette di volare anche sui suoi infiniti agglomerati di parole, che perdono ogni possibile pesantezza grazie alla sua maestria; perché i personaggi sono tratteggiati con un tale genio da capirli sino in fondo, da conoscerli per tocco di mano, perché Aomame ad un certo punto esce dalla sua apparente veste spietata per esternare la propria tenerezza, perché Tengo è di una gentilezza infinita e lo si ama subito…. tutto questo mi ha conquistata, a dispetto di ogni possibile aspettativa 🙂

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“Norwegian wood” di Haruki Murakami

Immagine tratta dal web

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Ecco un libro del quale non sapevo nulla quando ho deciso di leggerlo, uno di quei casi in cui non si sa bene dove si andrà a parare, tra chi ne parlava bene, chi lo considerava un mattone: io amo i libri lenti ed introspettivi, quindi l’ho caricato sul Kindle letteralmente a scatola chiusa, senza neppure conoscerne la trama, senza sapere quali fossero i temi trattati, solo attirata dal consueto sesto senso che mai mi ha delusa.

Mi sono trovata dinanzi ad una scrittura gentile, leggera come una piuma, assolutamente non maschile, elegante, squisita ed impalpabile: in fondo è un libro sull’adolescenza che risale a molti anni fa (già pubblicato con il titolo di “Tokyo blues”) ma che, per chissà quale motivo, solo in questo periodo da fatto riparlare di sè nel nostro paese. La costruzione letteraria è ricca di aspetti descrittivi lenti, a volte pigri, ma mai pesanti, le vicende dei personaggi sembrano stesi al sole come ritagli di carta bagnata dalla pioggia… è una storia d’amore, di vita e di morte, una storia dei sentimenti di Toru Watanabe che si intrecciano con quelli di Naoko e dei suoi dolori per la perdita della sorella e del compagno Kozuki, ambedue suicidatisi anni prima, è la storia in cui si affaccia anche Midori, sfacciata e solare, senza però mai entrare nel groviglio di sentimenti tra Watanabe e Naoko. Il male di vivere tocca tutti i personaggi principali dell’opera, eppure c’è chi ne uscirà vincitore e chi ne sarà sopraffatto, quasi la vita giocasse con la morte; l’idea che se ne trae e che viene ben messa in chiaro sin da principio è il ruolo della morte non come antitesi della vita bensì quale parte integrante del percorso di vivere, però tutte le pagine sono permeate da una leggerezza ed un’estrema spensieratezza, da un atteggiamento di profonda naturalezza nei confronti del sesso e dell’autoerotismo senza mai cadere in alcun atteggiamento moralistico nè trasgressivo.

L’idea che io ne ho tratto è stata quella di un’opera rilassante e incentrata sulla naturalezza del vivere, sull’accettazione degli eventi, delle pulsioni naturali, dei sentimenti, sul rispetto dei tempi fisiologici di maturazione delle idee e dei tumulti del cuore. E’ un libro bellissimo, da leggere e da gustare sino all’ultima riga.

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“Finchè le stelle saranno in cielo” di Kristin Harmel

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Foto tratta dal web

Per lungo tempo ho rinviato la pubblicazione di alcuni post che riguardassero la lettura, tenendomi sempre da parte qualche bozza mezza scritta senza però decidermi a portare a termine il lavoro: talora penso che non è detto che i libri possano interessare a tutti, ma alla fine la passione per la lettura è stata più forte di me e mi sono decisa!

Questo romanzo l’ho letto molti mesi fa, ma lo rileggerei mille volte perché è pieno di sentimento, perché quando l’ho finito ho pianto tanto, le ultime pagine sono state velate dalle lacrime e quando un libro riesce a trasmettere un’emozione significa che è un buon libro.

La figura chiave, pur non protagonista diretta, è Rose con la sua abitudine, nell’attimo che precede la sera, di volgere lo sguardo al cielo alla ricerca della prima stella del crepuscolo: ciò le riporta la memoria al suo passato trascorso a Parigi, lungo le rive della Senna, e ad una pasticceria i cui ricordi si stanno affievolendo, divorati dalla perdita della memoria. Rose ha un ultimo desiderio, prima di smarrire ogni ricordo, il desiderio di ritrovare la propria famiglia e tale compito viene affidato ad Hope, la nipote, il cui nome oltretutto è davvero di buon auspicio per un compito simile; l’unico punto di partenza per lei è una serie di ricette che quotidianamente mette in pratica nella propria pasticceria, ereditata da Rose, a Cape Cod. Prima di mettere nelle mani di Hope ciò che resta della sua memoria, Rose le confessa di non essere cattolica, ma ebrea e da questo punto si dipana un gomitolo di avvenimenti che trovano il proprio nucleo tra sinagoghe, moschee ed Olocausto, non quello narrato nei libri di storia, ma quello vissuto da Rose sulla propria pelle, quello del proprio passato cui appartiene anche Jacob, l’amore che nemmeno l’Alzheimer che l’ha colpita riesce a spazzar via.

In un’atmosfera profumata di vaniglia, cannella e cioccolato, di cupcakes e di pains au chocolate, Hope decide di partire per Parigi e lì, tra Places des Voges e le stradine del Marais, incontrerà l’unica persona in grado di far luce sui ricordi di Rose, per collegare la tragedia della deportazione degli ebrei alla più grande lezione di vita, quella dell’amore che non muore mai, a dispetto del tempo e della distanza, e che per un’ultima volta accompagnerà per mano il lettore sino alla fine, con le lacrime agli occhi come è accaduto a me.

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“Una luna magica a New York” di Suzanne Palmieri

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Foto di copertina tratta dal web

Mamma diceva sempre che i neonati scelgono dove andare. Che vivono tutti insieme nel guf, la stanza delle anime. Che quando nascono, gli angeli della nascita mettendo loro un dito davanti alle labbra e gli sussurrano: “Sst, non dirlo”. “E’ per questo che si forma la fossetta sul mento”, diceva.

E’ da tanto tempo che non riporto qui le pagine di un libro e non è che non ne abbia letti, anzi, ne ho fatti fuori a decine, ma questo proprio mi ha colpita, pur essendo stato scritto da un’autrice esordiente, ma è tanto diverso dagli altri, ricco di fantasia e con un tocco di magia che mi ha incuriosita pagina dopo pagina e che me lo ha fatto divorare tutto d’un fiato!

Il racconto inizia d’inverno, forse non a caso visto che proseguendo nella lettura la storia si evolve verso una rinascita sempre più profonda mano a mano che il clima migliora e che le temperature divengono più tiepide, per concludersi con il calore estivo… e l’atmosfera è magica, in una New York particolare, in un Bronx che nulla ha del quartiere malfamato solitamente narrato nei romanzi o nella cinematografia comune, un Bronx dove tutto è iniziato e tutto si evolve sino alla rinascita della protagonista.

Lei è Eleonor, ribattezzata Elly da quando ritorna nel magico mondo della famiglia di origine, gli Amore, uno strambo nucleo familiare italo-americano che di ordinario non ha nulla, che vive in un mondo magico di visioni e premonizioni, di segreti malcelati e, soprattutto, di gentilezza verso di lei che della sua famiglia di origine non ricorda nulla, protetta da un incantesimo messo in pratica nel corso della sua infanzia. Elly fugge da un rapporto insano e violento con il padre della bimba che porta in grembo, incompresa anche dalla stessa madre, Carmen, divenuta fredda ed indipendente proprio per non essere stata amata quando più ne aveva bisogno… e l’amore che non è stato donato a Carmen dalla propria madre verrà riversato interamente su Elly e sulla bimba che verrà, proprio perché la nonna sa di poter cambiare il corso delle cose, sa di poter salvare la vita ad ambedupur se sacrificando se stessa, sa di poterlo fare con un atto di magia che annulli quello posto in essere anni prima e che ha portato tanta infelicità.

Il libro è continuamente intervallato da sbalzi temporali che potrebbero confondere la lettura, ma che, con un po’ di attenzione, la rendono scorrevole e gradevolissima appassionando il lettore che sempre di più si perde nel mistero della trama e che, a poco a poco, si innamora anche delle bizzarrie della famiglia Amore, incuriosendosi sempre di più nel progredire della lettura.

E’ un romanzo delizioso la cui trama più di così non può esser svelata perché se ne perderebbe la magia, ma è da leggere assolutamente per la sua originalità e per la positività che trasmette anche nei passaggi più bui della narrazione.

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Letture/ Un po' del mio mondo

Mille baci, e ancora cento…

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Non ho mai amato la cultura classica, non ho frequentato studi liceali, vengo da una scuola tecnica (che poi sia finita a giurisprudenza è un caso della vita, lo giuro…. volevo frequentare ingegneria!), so poco o nulla di greci e latini, preferisco discorrere di trasformatori e altiforni piuttosto che di poesia, pertanto quando mi sono trovata tra le mani questo romanzo di Laura Sciolla sono rimasta interdetta, stavo per chiuderlo, invece mi sono detta che un paio di pagine non mi avrebbero fatto male… solo che poi le pagine sono diventate tre, quattro, dieci, venti…. mentre divoravo le righe e sognavo, con il fiato sospeso, totalmente presente nella Roma dell’amore infinito tra Lesbia e Catullo, un amore totale, fisico, mentale, denso di tenerezza e foriero di liti, anche furiose, ma rimasto vivido anche negli anni della separazione.

Lei è una nobildonna romana, bellissima, ricca, ma sposata ad un uomo che non ama, che le fa ribrezzo, ma con il quale riesce a concepire una figlia stupenda, lui è un giovane mingherlino, un poeta squattrinato con un cuore immenso  che dona l’anima a Claudia, da lei chiamata Lesbia e come tale cantata nei suoi versi, la ama come non mai, la vorrebbe tutta per sè, attende pazientemente la morte del marito e, quando ciò avviene, Lesbia commette l’errore più grande, quello di allontanarlo, aspirando ad un rapporto leggero e fresco, non comprendendo di ferire così a morte il sentimento di Catullo, che vive per lei.

Talora si è parlato di quest’opera come di un romanzo erotico e forse lo è, ma non è solo questo: è un’opera molto bella, scritta divinamente dalla penna di una docente fantasiosa e di gran talento, in cui anche l’erotico non è mai volgare, ma poesia pura… non c’è mai alcuna allusione priva di finezza, ogni riga è permeata da una dolcezza infinita, di una tenerezza che commuove…. Non voglio stendere tutta la trama del romanzo perchè non intendo in alcun modo recensirlo, ma solo darne un’opinione personale e, soprattutto, di cuore…

A me sono uscite le lacrime perchè in una storia romanzata di quanto accaduto migliaia di anni fa ho ritrovato le tracce di una gran persona che non ho mai dimenticato, di una persona che, come Catullo, ha saputo amare in maniera totale e forse, talora, sbagliando atteggiamenti… anche la fisicità è la stessa, anche la tenerezza unita alla passione, e non solo quella dei sensi… la passione caratteriale e la timidezza di Catullo mi hanno colpita al cuore. Un’altra volta.

Però, al di là delle considerazioni personali, ho voluto dedicare queste poche righe ad un’opera bella, da leggere, anche se la rubrica delle letture è ferma da molti mesi: non che nel frattempo non abbia letto nulla, anzi, ma è raro che mi innamori di un libro a tal punto… questa volta è accaduto.

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Liebster Award… per chiunque ami la lettura in maniera viscerale!

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Questo non vuol essere il solito premio virtuale che passa da un blog all’altro, ma un qualcosa che Stravagaria è riuscita a rendere alquanto particolare: un testimonial da passare in modo tale da aprirsi per il tramite della lettura e delle scelte che vi sono necessariamente correlate.

E’ un premio ideale poichè può essere ritirato da chiunque ami la lettura e che, passando di qua, si ritrovi un po’ nelle domande che ci sono state rivolte e che io non voglio cambiare, tramandandole tali e quali in quanto mi sono piaciute moltissimo e le ritengo assolutamente perfette se girate nei confronti di chi con la scrittura ha un rapporto viscerale.

Queste sono le domande proposte da Stravagaria, molto particolari perchè mi mettono in crisi nel valutare le risposte che fornisco adesso, rispetto a quelle che avrei fornito in passato o che, probabilmente, darei in un prossimo futuro… mi fanno riflettere su me stessa e sull’evoluzione che presenta il mio carattere, forgiato da esperienze, delusioni, soddisfazioni….

1. Quale libro mi regaleresti per farmi capire qualcosa di te?

Domanda terribile perchè il “mio” libro segue il mio essere intimo, in cambiamento continuo, ma ho appena finito di commuovermi sulle pagine di “Finchè ci saranno stelle in cielo” di Kristin Harmel: lei è perfettamente in sintonia con l’ambiente circostante, tra cupcakes e dolcetti all’acqua di rose e miele, nell’atmosfera provinciale e rassicurante di Cape Cod, lei è nel suo dolore di donna delusa, lei conoscerà da vicino quello che è l’amore della vita, quello che “senti” che da qualche parte al mondo vive ancora, nonostante tutto e tutti.

 
2. Qual è il romanzo che non dovrebbe mai mancare nella libreria di tutti noi?

Quello che ci fa sognare, che ci fa star bene… non è una regola, il libro va “sentito”. Punto.

3. Tanto per sfatare un mito, qual è il classico più sopravvalutato, a tuo giudizio?

A mio avviso tutti i grandi classici, quelli scritti con perifrasi ridondanti e anacronistiche: saranno anche emblemi culturali, ma se un libro non mi piace non lo leggo.

4. Cosa ne fai dei libri che non ti sono piaciuti?

Mi è capitato di rado, ma li ho regalati… a completa scelta di chi li ha ricevuti sul cosa farne! Confesso però di aver utilizzato qualche edizione, di scarsa qualità, per la realizzazione di pacchetti regalo carinissimi ed originali!

5. Come vivono i tuoi libri? Ammassati a casaccio o ordinatamente suddivisi per autore, edizioni ecc…

I miei libri vengono religiosamente ordinati per genere prima e per autore poi… finchè non passa mio marito e rimescola tutto causando le mie reazioni più iraconde…

6. Quale autore scegli quando hai bisogno di una “boccata di ossigeno” dopo una serie di letture sfortunate?

Non mi è mai capitato di collezionare delle letture sfortunate in un’unica soluzione, ma probabilmente mi ributterei sul mio mito di sempre: Oriana Fallaci.

7. Quale libro ti sei pentita di aver letto?

Nessuno, tutto è esperienza.

8. Cosa c’è sul tuo comodino in questo momento?

Dopo il romanticismo della Harmel sono passata direttamente alla truculenza di Kathy Reichs con “Le ossa del ragno”.

 

A voi la scelta se continuare questa catena simpaticamente tramutata in un invito alla lettura e in uno scambio di opinioni e, se ne avete voglia, è ben accetto anche uno scambio di titoli, scelte editoriali, consigli, pareri e opinioni!

Buon mondo di sogni stampati a tutti….

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