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Cibo per la mente

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“La porta delle stelle” di Ingvild Rishøi

Per una volta mi trovo a parlarvi del libro giusto nel periodo giusto, io che con molta tempestività solitamente tratto di libri natalizi a ferragosto e di romanzetti da spiaggia a capodanno: questa invece è proprio una favola natalizia, un po’ malinconica e sicuramente a tema, che oltretutto si legge in un pomeriggio.

La protagonista è Ronja, una ragazzina che vive alla periferia di Oslo insieme al padre e alla sorella minore, in una situazione di povertà a causa dell’incapacità del padre di gestire la propria vita e, conseguentemente, anche di tutelare le bambine; egli spesso rincasa ubriaco, non riesce a pagare le bollette nè a tenersi un lavoro. Ronja però è tosta, non si lascia scoraggiare tant’è che riesce a procurare al padre un lavoro presso la rivendita di alberi di Natale, il che porta Ronja a sognare di poterne avere uno in casa propria un giorno, nonostante il costo elevato che le preclude l’acquisto. Il padre però, come ben si possa immaginare, ben presto perde anche questo lavoro e qui entra in gioco a tutto tondo la figlia maggiore, con la sua caparbietà, la buona volontà, l’ingegno e una buona dose di faccia tosta, coinvolgendo anche la sorella Melissa.

Alla fine è una favola moderna che insegna a sperare, che qualcuno ha paragonato a “La piccola fiammiferaia” di Andersen, storia tristissima e strappalacrime che nel corso della mia infanzia mi ha fatto venire il magone, ma io non concordo in merito al paragone: qui la speranza c’è e anche in maniera abbastanza ironica grazie ad una ragazzina di carattere che riesce a sostenere le difficoltà di un brutto momento per ritornare a galla con l’intento di rimanerci.

E’ stata una lettura carina e molto scorrevole, non certamente “sconvolgente e dolorosa” (ho letto addirittura “necessaria”, ma necessaria a che?) come qualcuno l’ha descritta, una distrazione pomeridiana che ho fatto solo per aver trovato il libro all’usato (e prontamente rivenduto) in quanto, perdonate la polemica, ma 17 euro per un libricino di poche pagine (160 pagine semivuote di piccolo formato, praticamente un opuscolo) mi sembrano davvero un ladrocinio!

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“L’estate in cui mia madre ebbe gli occhi verdi” di Tatiana Tibuleac

Dopo molte scelte indotte dai gruppi di lettura cui partecipo oggi mi trovo finalmente davanti ad un romanzo iniziato per curiosità personale, un po’ a seguito della copertina meravigliosa e un po’ per il titolo, bellissimo!

Il nucleo portante della narrazione è il rapporto madre-figlio, una situazione conflittuale a livelli particolarmente intensi che ci viene narrata dalla voce di quest’ultimo, oramai adulto, divenuto un affermato pittore disabile (punto che non viene trattato dall’autrice, con mio grande sollievo in quanto evita di cadere nel consueto clichè) e che, alla soglia dei quarant’anni, viene invitato dallo psicoterapeuta a rielaborare la propria storia familiare.

Tutta la narrazione si concentra nell’arco di tre mesi, di un’estate lontana nella quale la madre, da lui odiata a livello viscerale, a seguito della malattia che la colpisce si trasforma completamente lasciando emergere il proprio lato materno, quello nascosto al figlio sino a quel momento. Basti leggere “quella mattina in cui la odiavo più che mai, mia madre aveva compiuto trentanove anni. Era piccola e grassa, stupida e brutta. La guardavo dalla finestra mentre se ne stava al cancello della scuola come una mendicante. L’avrei uccisa senza pensarci due volte”. Ovviamente in tutto questo la responsabilità della madre del protagonista è elevata, l’odio non viene elargito gratuitamente ma è figlio del dolore, eppure in quell’estate, in quei soli tre mesi, tutto cambia: la madre diviene una mamma, la mamma di Aleksy, questo il nome del figlio, una mamma che trascorre i suoi ultimi mesi della vita in un paesino della costa francese, dove riesce a trascinarvi il figlio recalcitrante con una promessa di libertà.

Dall’Europa dell’est i due viaggiano fino alla Francia e per una volta Aleksy sceglie la madre, pur se grazie ad una vicinanza forzata, che ci fa comprendere come l’atteggiamento duro ed arido della donna sia la diretta conseguenza della morte di Mika, la figlia minore, oltre all’abbandono da parte del compagno, generando quindi una ben comprensibile situazione di disamore, sopportata integralmente dal figlio primogenito.

Ma c’è un piccolo particolare, l’unico che Aleksy apprezza, e sono gli occhi verdi della madre, bellissimi, talmente belli che, a detta sua, sembrava uno sbaglio sprecarli sul volto della donna, eppure sono proprio questi occhi a portare avanti il tema principale del romanzo, punto focale che emerge periodicamente e che cuciono tutto il riavvicinamento tra i due.

Tale riavvicinamento avviene perchè la donna ad un certo punto, nella sofferenza della malattia, diviene una mamma o almeno ritorna ad esserlo, e sarà la mamma di Aleksy a pronunciare queste parole: “Impara anche tu ad amare una donna, Aleksy, non essere come tuo padre – asciutto e bavoso e cattivo -, sii un brav’uomo, capito? Ama e regala stelle, non colletti di visone”.

Un libro poetico, un po’ faticoso nelle primissime pagine, ma che ben presto rapisce il lettore e lo trascina tutto d’un fiato pagina dopo pagina, dolore dopo dolore, nella meraviglia di ciò che si dischiude tra i due, tutto questo mentre la madre di Aleksey “avrà per sempre gli occhi verdi”.

Una narrazione da dieci e lode!

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“Horrorstör” di Grady Hendrix

Ecco un libro che non avrei mai pensato di consigliarvi, ma nemmeno di leggere! Innanzitutto Grady Hendrix è un mio scoglio personale, poi l’ambientazione di questo romanzo è completamente assurda: siamo da Orsk, un megastore clone fittizio di Ikea ma sito a Cleveland, tant’è che lo stesso libro è presentato come un catalogo della famosa catena di arredamento, completo di disegni, progetti e codici di acquisto, ma dopo un inizio di una tranquillità quasi banale ci si trova catapultati in un fantahorror teso e penetrante.

Infatti nello store ogni mattina i dipendenti trovano qualcosa che non va, tra articoli rovinati e sporcizia inspiegabile, motivo per il quale ad un certo punto una piccola delegazione di dipendenti decide di trascorrere una notte all’interno del negozio, trovandosi quindi nell’assurdo, in un incubo senza fine e che scoprirete solo leggendo il libro perchè non intendo rovinarvi l’essenza della narrazione, quella stessa essenza che si ritroverà anche nel finale, leggermente aperto a nuovi eventi.

E’ un libro sagace, accattivante, scorrevolissimo anche per chi, come me, non è appassionato del genere, è puro umorismo nero, inquietante ma assolutamente intrattenente! Io che amo l’arredamento ovviamente adoro Ikea, tuttavia vi assicuro che l’ultima volta che ci sono stata l’ho immaginata con occhi diversi…

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“Lolly Willowes (o l’Amoroso Cacciatore)” di Sylvia Townsend Warner

Questa è stata un’altra lettura propostami da un gruppo di lettura nel corso della spooky season, se non altro per l’atmosfera gotica che aleggia all’interno del romanzo in questione, che ovviamente non conoscevo e che ho portato avanti sino alla fine per curiosità.

Infatti è stata la tenacia a farmi proseguire visto che l’inizio mi è risultato pesante, lento e farraginoso, per poi portarmi finalmente a comprendere dove l’autrice volesse andare a parare, ovvero portare il lettore dinanzi ad un modernissimo manifesto femminista nonostante l’ambientazione di fine ottocento.

Lolly, anzi “zia Lolly”, in realtà si chiama Laura e vive all’interno di una convenzionalissima società borghese britannica dell’epoca, è rigorosamente zitella e lo è assolutamente per scelta, vive una vita noiosa, piatta, placida e scontatissima, praticamente come la narrazione di una buona metà del libro. Poi avviene la svolta, anche per il lettore che vede la trama scorrere finalmente con maggiore vivacità, al pari passo della ribellione di Lolly la quale, dopo la morte del padre, è divenuta una sorta di proprietà dei fratelli, i quali decidono le sorti della sua vita, destinandola a seguire il fratello maggiore Henry a Londra, costringendola quindi a lasciare così la residenza di campagna nella quale ha vissuto. Naturalmente è già stato deciso che Lolly rivestirà la figura di zia a tempo pieno nonchè quella di domestica, situazione che inizialmente lei accetterà senza lamentele nè ribellioni, tuttavia ben presto si farà strada in lei un turbamento, una sorta di richiamo che viene dalla terra (“saliva dal terreno con l’odore delle foglie morte, la seguiva per le strade all’imbrunire…”) e che la cambia all’improvviso, senza alcuna ribellione evidente ma unicamente pretendendo dal fratello la parte dell’eredità spettantele e creando ovviamente un gran trambusto, considerata la volontà fraterna di impadronirsi di ciò ad insaputa di Lolly, nonchè uscendo semplicemente da casa, con i suoi pochi averi, per stabilirsi in un piccolo paese sparso nei boschi, Great Mop.

Qui Lolly sceglie se stessa e svela la propria natura ed è proprio a questo punto che entra in gioco anche la figura dell’Amoroso Cacciatore del sottotitolo… e qui mi fermo per non incorrere in spoiler.

E’ una donna oppressa dalle aspettative altrui, dalle imposizioni sociali e dalla mancanza di autodeterminazione e, nella anacronistica modernità del romanzo, si crea uno sprone rivolto a tutte le donne affinchè esse ascoltino la propria voce interiore ignorando le aspettative sociali e possano così autodeterminarsi secondo la propria indole ed il proprio desiderio.

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“La fortuna dei Kérambrun” di Hélène Gestern

Finalmente riesco a raccontarvi qualcosa di questo romanzo, di un libro che profuma di mare, che mi ha incantata nonostante io personalmente avrei lasciato inalterato il titolo originale, ovvero “Cézembre”, molto più poetico a livello fonetico e meno banale della versione italiana; infatti Cézembre è l’isola intorno alla quale gira tutta la trama di questo meraviglioso romanzo, scritto benissimo e che porta il lettore ad immergersi nelle atmosfere bretoni di Saint-Malo, centro fortificato da una cintura di bastioni il cui centro storico sorge su un’isola collegata alla costa e il cui porto si affaccia sul Canale della Manica. Sarà proprio questo mare, che si presenta sin dalle prime pagine del libro, a rappresentare la fortuna e la sfortuna della famiglia Kérambrun.

Dopo essersi agitato durante la notte con la sua continua risacca, il mare si sta finalmente ritirando, dopo aver lanciato delle onde potenti contro gli argini, dopo aver fatto tremare la pietra e gli abitanti, oramai abituati ad inchiodare le assi sulle finestre per difendersi da una delle più potenti forze marine che vi siano, quelle stesse maree che si impongono con delle escursioni incredibili tra livello minimo e massimo, quelle che caratterizzano molti tratti di mare percorribili a piedi in determinate fasce orarie (vi dice nulla Le-Mont-Saint-St.Michel?).

Qui vi fa ritorno Yann de Kérambrun, il quale, in seguito al divorzio e al complicato rapporto con il figlio adolescente Paul, decide di lasciare il proprio lavoro di docente di storia alla Sorbonne di Parigi per stabilirsi nella casa natale lungo la spiaggia che si affaccia sull’isola di Cézembre, luogo in cui, grazie alla scoperta di alcuni libri contabili di famiglia, nota anche degli appunti estremamente personali lasciati da Octave, il bisnonno che all’inizio del XX secolo fondò la compagnia di navigazione Kérambrun&Fils. Sarà proprio a partire dalla curiosità, tipica della sua passione per la storia, che Yann si troverà davanti agli eventi della propria famiglia, intrigante e pregna di quesiti, per la cui risoluzione egli si troverà a cercare notizie ovunque, oltre a conoscere una donna enigmatica che lo terrà ancor di più incollato alla sua ricerca.

Il mare è il grande protagonista di questo libro meraviglioso in cui, se ne siete degli amanti al par mio, ne sentite anche il profumo, è l’elemento fondamentale per Yann che anche grazie alle lunghe nuotate ha modo di riflettere con se stesso, ritrovando una parte di sè sopita e quasi perduta, il mare è la forza motrice di tutto il romanzo, del rapporto con Paul, del ritrovare il figlio comprendendone le ragioni, il mare è la sfida di Yann, quella stessa sfida che lo porta sempre a Cézembre, con lo sguardo e con la ferrea volontà di riuscire, prima o poi, di raggiungerla a nuoto.

Leggetelo, è meraviglioso!

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“Giro di vite” di Henry James

Questo è un libro che ho affrontato nel corso della spooky season grazie ad un gruppo di lettura, che mi ha permesso di conoscere questo stranissimo romanzo gotico, pur se datato ma che mi era completamente oscuro. Ammetto che l’impatto non è stato dei più lineari a causa della scrittura abbastanza arcaica, lenta, ma che caratterizza la forza di questo lavoro che letteralmente stritola il lettore, appunto come preannunciato dal titolo, in un enigma sempre più stretto ed angosciante, narrato dalla voce di una governante impegnata nella cura di due bambini, Miles e Flora, assolutamente bellissimi, perfetti, educatissimi, insomma un po’ too much per lasciar presagire qualcosa di buono; sono proprio i bambini ad informarla di vedere i fantasmi, il che apparentemente potrebbe sembrare una normale fantasia infantile, se non fosse che anche la governante inizia a comprendere che qualcosa stia accadendo realmente.

La narrazione è superba nonostante lo stile datato e, credetemi, molto pesante, tuttavia Henry James riesce ad usare una scrittura paziente, ossessiva, frutto di una continua revisione meticolosa che porta alla precisione assoluta nelle stesura degli eventi, che non lascia spazio ad alcuna divagazione, mentre il lettore si trova ad avere il fiato costantemente sospeso fino all’ultima riga. Siamo immersi nell’ossessione completa, nel dubbio, nel non scritto, nella certezza che l’autore stia stringendo con forza la filettatura di una vite, anzi di due viti stante la presenza di due bambini, ognuno inquietante a suo modo.

Siamo nella realtà o nell’allucinazione? Siamo nella doppiezza completa? E’ percezione o realtà?

Ho faticato a leggerlo tutto, ma ne è valsa la pena, un gran libro!

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“Blackout” di Gianluca Morozzi

Mi sono decisa ad affrontare, mesi dopo averlo letto, qualche riga di valutazione relativa a questo libro, in quanto lettura fortemente voluta e dalla quale ne sono uscita con un sonoro “boh”.

Un libro che piace, che mi ha tenuta incatenata con delle grandi aspettative iniziali, purtroppo non mantenute, ma dalla costruzione semplice e lineare: siamo a ferragosto, il palazzo è praticamente vuoto a causa delle temperature torride, ovviamente i cellulari non raggiungono alcun segnale nel vano elevatore, una combinazione perfetta per un blackout che blocca l’ascensore in un punto non ben definito dell’edificio. I minuti passano diventando ore, nessuno sa che l’ascensore è bloccato, l’allarme è privo di alimentazione e non funziona, il tutto in una descrizione claustrofobica e, suppongo nelle intenzioni dell’autore, inquietante.

Anche i tre fruitori dell’ascensore sono particolari, uno dei quali si sa essere un serial killer, ma è proprio qui che secondo me casca l’asino perchè l’incipit ci porta ad immaginare una evoluzione nell’attività di quest’ultimo, vista la minuziosa descrizione splatter che l’autore pone all’inizio del romanzo, volta forse ad attrarre il lettore, deludendolo poi in maniera disonesta: caro Morozzi, non puoi farmi stare con il fiato sospeso facendomi divorare pagine su pagine nell’attesa spasmodica di sapere cosa accadrà e poi lasciarmi ad annoiarmi con questi tre pirloni nell’ascensore!

Delusione massima per un romanzetto dozzinale.

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“Come il vento tra i mandorli” di Michelle Cohen Corasanti

“Mi arrampicai sul mandorlo: Abbas e io l’avevamo chiamato Shahida, “testimone”, perchè passavamo moltissimo tempo tra i suoi rami a guardare gli arabi e gli ebrei”.

“Avevamo battezzato l’ulivo a sinistra Amal, “speranza” e quello a destra era Sa’dah, “felicità””.

Ultimamente mi sto facendo trascinare da proposte che tutto sono fuorchè leggere: questo romanzo, dal nome poetico ed incantevole, presenta un inizio in cui si tende ad incespicare sui nomi, lontani dalla nostra cultura e apparentemente simili l’un l’altro, ovviamente rendendo poco scorrevoli le prime pagine; tuttavia, una volta presa confidenza con essi ci si ritrova dinanzi ad un’opera bellissima, scritta in maniera superba e cruda, cattiva, poetica, realista.

La postfazione spiega come l’autrice, ebrea, abbia avuto la possibilità di vivere all’interno dei confini stabiliti dall’armistizio del 1949 e quindi di osservare in prima persona la vita dei palestinesi in quella che sarebbe divenuta terra di Israele ed è in questo triangolo di terra che si svolgono le vicende di Ichmad Hamid, la voce narrante del romanzo, membro di una famiglia in cui le scelte sono molto diverse, ma che si salva grazie ad professor Menachem Sharon, il quale vede in lui il genio scientifico e che si adopera per prenderlo sotto la sua ala protettrice, portandolo in seguito a ricoprire la carica di professore negli Stati Uniti.

Il fratello Abbas, dopo aver subito un incidente invalidante sul lavoro, sceglie invece la strada più pericolosa, quella di membro attivo di Hamas, aprendo quindi una nuova ferita in una famiglia già defraudata a causa dell’assenza di Baba, il padre condannato ingiustamente per terrorismo, e dalla perdita di due figlie.

Non proseguo per non spoilerare nulla, tuttavia merita un accenno la profonda apertura mentale della voce narrante, sicuramente ampliata dalla ricchezza culturale, che lavora con un ebreo, ha amici ebrei e sposerà una donna ebrea, il tutto nonostante il clima di odio che permea l’ambiente in cui è nato ed è cresciuto. E’ stata una lettura meravigliosa in cui la domanda che si pone al lettore ha il suo perchè, ovvero se sia meglio lottare con la violenza o con la cultura, contribuendo così al bene comune e al progresso di tutta l’umanità. Per me la risposta è scontata.

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“Middlesex” di Jeffrey Eugenides

“Sono nato due volte: bambina, la prima, in un giorno di gennaio del 1960, in una Detroit straordinariamente priva di smog, e maschio adolescente, la seconda, nell’agosto del 1974, al pronto soccorso di Petoskey, nel Michigan”.

Sono di nuovo alle prese con un Premio Pulitzer, questa volta del 2003, un libro che non conoscevo affatto e che quando mi è stato proposto ritenevo fosse più recente oltre, onestamente, ad averlo sottovalutato sia come mole e come contenuti che come scorrevolezza. All’inizio presenta dei tratti faticosi in quanto va a scavare alle origini del tema centrale della narrazione, delle volte in maniera approfondita e pesante ma strumentale alla comprensione del poi.

La narrazione avviene in prima persona dalla voce di Callie, diminutivo di Calliope, la quale racconta la sua storia di quattordicenne consapevole della propria diversità in quanto ermafrodita, confusa dalla presenza di un “croco” all’interno del proprio corpo ma decisa a negare la realtà alla propria famiglia. E’ proprio per comprendere come si sia potuta verificare questo scostamento dalla normalità che l’autore, con la voce di Callie, narra della storia della famiglia che ha dato origine a ciò, a seguito di più matrimoni tra consanguinei e quindi con la convinzione che la causa sia nascosta nel DNA, una “colpa” che si è manifestata nel suo corpo.

Conosciamo così i nonni, Lefty e Desdemona, soprattutto quest’ultima è una figura molto bella all’interno del romanzo, arricchita dalle tradizioni che non intende abbandonare e dalle relative superstizioni, i quali lasciano una Smirne in fiamme nel 1922 per raggiungere le coste americane, la terra promessa ai loro occhi; alla stessa stregua conosciamo Tessie e Milton, i genitori di Callie che lasceranno Detroit, in piena espansione industriale, per raggiungere proprio la località denominata “Middlesex”, creando quindi un gioco di parole con la situazione vissuta da Callie.

E’ proprio a Middlesex che Callie cresce, intrecciando altre vite nel corso della sua crescita, scoprendo ciò che è e ciò che vuole essere, chiedendosi se a rendere ciò che siamo sia la biologia o il bagaglio culturale che assorbiamo nel corso della nostra vita. Sin dall’inizio del romanzo siamo a conoscenza della sua situazione, ma l’autore tratta con molta delicatezza l’argomento, tanto da farci accarezzare i sentimenti di Callie in maniera travolgente, da farci sentire tutta la sua confusione e il suo dolore, fino alla rinascita finale, con una scrittura assolutamente sublime che ci fa resistere anche dinanzi i passaggi più ostici. Un capolavoro!

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“The Spellshop” di Sarah Beth Durst

“Non è che non le piacessero le persone. E’ che le piacevano di più o libri. I libri non recriminavano, non giudicavano, non deridevano e non respingevano. I libri ti invitavano ad entrare, sprimacciavano i cuscini sul divano, ti offrivano tè e pane tostato, ti aprivano il loro cuore senza aspettarsi che tu facessi altro che assorbire ciò che avevano da darti”.

In prima battuta questo libro mi ha catturata grazie alla copertina, magnifica, e agli spray edges lungo il taglio delle pagine, perfettamente in tinta con il resto della grafica , un tripudio di disegni viranti al verde e al giallo, spettacolo puro! Poi, letta la trama sul quarto di copertina, ho deciso che sarebbe stato il libro perfetto per me, con quell’atmosfera cottage core immersa nella natura e nella magia, un cozy fantasy scritto bene nonostante l’atmosfera leggera intrisa di quella semplicità che ogni tanto ci sta.

La storia è molto semplice, lineare, eppure la narrazione non presenta mai alcun vuoto che possa annoiare il lettore, anzi è talmente accattivante che induce nel proseguire la lettura, capitolo dopo capitolo, per seguire le vicende di Kiela, una bibliotecaria costretta a fuggire a seguito di alcuni disordini che hanno provocato l’incendio della biblioteca, e che si affida ai ricordi della propria infanzia trovando scampo nel proprio paese natale, Caltrey, insieme ad alcune casse di libri salvati dalla furia distruttrice del fuoco e alla compagnia di Caz, una pianta ragno senziente. Qui trova un’accoglienza che inizialmente la intimorisce, per poi rapirle il cuore, circondata da un affetto inaspettato, il che ben presto riesce a smuovere la sua naturale diffidenza portandola ad aiutare la gente di Caltrey a risolvere alcune criticità verificatesi dopo aver subito l’abbandono da parte delle forze magiche, non senza, nel contempo, allietare i compaesani grazie ad una intensa produzione di marmellate che andranno ad arricchire gli scaffali del proprio negozio.

L’ambientazione è meravigliosa, vivida ed immersiva, i personaggi sono ben caratterizzati, l’atmosfera è magica e coinvolgente, direi un cinque stelle pieno nonostante una critica io l’abbia avanzata, ovvero la forzatura politically correct nell’aver inserito la consueta storiella queer all’interno della trama, assolutamente fastidiosa proprio perchè ultimamente sembra essere un obbligo per poter vendere meglio, mentre a mio avviso qualunque rapporto affettivo dev’essere libero da categorizzazioni e non da inserire forzatamente in qualsiasi trama, specie se non necessario al contesto.

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