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Etniche/ Primi/ Ricette vegetariane

A passi lenti sotto la pioggia

IMG_3196Il tempo è cambiato e, nonostante ci si stia affacciando appena al mese di agosto, in queste giornate di pioggia e di estrema variabilità sento già un pizzico di autunno incombente e con un po’ di tristezza mi rendo conto di essermi giocata giugno, il mese più bello, alle prese con i libri scolastici, e di essermi bruciata una parte di luglio, mese stupendo, a causa dell’eccessivo calore che mi ha tolto ogni briciola di energia.

Tra un mese sarò già lontana, finalmente a godermi le vacanze e al cui ritorno non potrò più nuotare nel mio mare: ecco l’aspetto che più mi deprime, non tanto la mancanza dell’estate in sé quanto quella dell’acqua salata, del profumo di alghe, del riemergere tra gli scogli evitando le cozze e gli anemoni, dell’aroma nel naso perché è vero che il mare profuma di estate e libertà.

Allora mi affaccio al panorama strano di questa giornata, sotto un cielo plumbeo in cui le nuvole scure rotolano incessantemente, sferzate da un vento insistente e gelido, e passeggio lentamente nonostante le goccioline di pioggia quasi autunnale, a passi lenti per arrivare all’autunno più tardi possibile perché l’estate voglio che duri ancora un po’, perché ho ancora bisogno di annusare il mare, perché un mese scarso voglio farlo durare almeno sessanta giorni.

Ho voglia di un comfort food che però non risulti autunnale, un qualcosa che mi coccoli più di una insalata estiva senza però farmi sentire pronta per l’inverno perché non lo sono affatto, un qualcosa che possa coniugare le verdure di cui sono ghiotta con il tocco esotico degli altri ingredienti usati, che sia di velocissima preparazione perché ho ancora tanta vita da godere e mi serve molto tempo libero, che sia leggero e che mi faccia sentire già un po’ in vacanza.

Ecco i miei noodles di riso semplici semplici ma pieni di sapore 🙂

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Ingredienti:

noodles di riso (le boccucce di casa mia richiedono 100 g. a testa)

zucchine (da qui in poi le quantità sono a gusto personale)

carote

aglio (uno spicchio)

zenzero (circa 1 cm)

buccia di lime (parte esterna)

erba cipollina

olio di sesamo

salsa d’ostrica (un cucchiaio)

Procedimento:

Far saltare in padella l’aglio tritato con lo zenzero in poco olio di sesamo e successivamente aggiungere le zucchine  e le carote a striscioline (le mie sono state tritate perché erano piccolissime e bitorzolute) facendole saltare appena il tempo di avere un minimo di cottura senza però che perdano la croccantezza; aggiungere da ultimo un po’ di buccia di lime tritata grossolanamente e una piccola quantità di salsa d’ostrica.

Lasciar rinvenire i noodles di riso nell’acqua calda non salata appena il tempo indicato sulla confezione, scolarli delicatamente e aggiungerli alle verdure, mescolando il minimo indispensabile per non scuocerli e rovinarli: impiattare con qualche filo di erba cipollina sminuzzata ad insaporire il tutto.

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Primi

One pot pasta (cioè la rivoluzione della pasta italiana)

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Quando lessi questa ricetta ebbi dei dubbi, moltissimi dubbi, da purista della pasta italiana, di ottima semola e rigorosamente al dente (cioè: meglio tirarla sul muro e abbatterlo che non lasciarci la pentola appiccicata sopra), però le immagini viste in giro per il web erano parecchio invoglianti… Meravigliose pentole in cui il rosso dei pomodorini illuminava d’estate il color oro della pasta, il verde del basilico sprigionava il suo profumo anche con la sola fantasia, con quel piccolo spicchio d’aglio bianchissimo a strizzare l’occhio dal fondo di una pentola leggermente imbiondita dal meraviglioso colore del nostro olio extravergine di oliva; insomma, alla fine ho deciso di provarci, complice la presenza di una bella pentola di ghisa dal fondo pesante che mi ha permesso di sperimentare questa metodologia di cottura al meglio!

Per prima cosa ho acquistato delle fettuccine splendide, però alla fine ho usato dei paccheri che proprio non sapevo dove mettere: mi erano stati regalati a Natale in un cesto alimentare, ma la quantità della confezione (250 g.) non mi permetteva di portare in tavola tre piatti di pasta, quindi ho approfittato di un giorno di assenza del figliolo per provare… anche perché per gli esperimenti è meglio evitare la sua presenza… se riescono male sto fresca! 🙂

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Ingredienti:

250 g. di paccheri (ho usato i Gragnano, semola ottima!)

250 g. di pomodorini in scatola (o freschi di stagione)

750 g. di acqua

qualche fogliolina di basilico (che io conservo sott’olio durante l’inverno)

sale q.b.

uno spicchio d’aglio

Procedimento:

Mettere tutto nella pentola e coprire: al bollore scoprire la pentola e cuocere ancora per circa 10 minuti (controllare perché ogni pasta ha i proprio tempi di cottura).

Il rapporto consigliato tra pasta e parte liquida è sempre di 1:3, quindi sarà bene verificare che l’eventuale eccedenza di liquido di vegetazione dei pomodorini sia compensata da una minore quantità d’acqua e, comunque, rimango del parere che una controllatina ogni tanto alla pentola male non faccia 😉

Ne uscirà un piatto dal sugo saporito e cremoso grazie all’amido rilasciato dalla pasta, facile e veloce da preparare… e vi assicuro che anche i paccheri mi sono piaciuti moltissimo!

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Primi/ Ricette vegetariane/ Salse e sughi

Il verde più bello

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Mi affaccio al balcone e c’è il bosco, tanto vicino che lo posso toccare, è di un verde vivo perchè è vero che la pioggia rende i verdi più intensi, grosse gocce stanno scendendo da un cielo plumbeo, tuona, l’acqua scende a catinelle, soffia una brezzolina gelida.

Lo stesso bosco che a primavera inoltrata mi apre il cuore quando guardo il suo verde, quando mi siedo e fisso incantata quel quadrato di prato che sorge a poco più di un metro dalla mia mano, sembra una distesa infinita e con la fantasia sto passeggiando in quota, su una cresta dolomitica, dove il verde è lo stesso, vivo e incontaminato.

L’estate è turchese come il mare e verde come i monti, questa è la mia idea dei colori ideali… la voglia di partire talvolta è tanta, ma amo la mia casa, il mio nido, specie ora che l’ho un po’ rivisitato lavorandoci molto e scovando dei complementi vintage, giocando con pochi soldi e tanta fantasia, allora la mia passeggiata dolomitica la faccio a pochi metri da casa, sempre accompagnata da Bubu e Polly, e la campagna la vivo raccogliendo bruscandoli, che dopo la pioggia spuntano in un’esplosione di gemme e il verde più bello lo metto nel piatto.

Questa ricetta la preparava la mia mamma quand’ero una ragazzina, lasciando i bruscandoli sbollentati nel piatto, mescolati alla pasta, ma in casa mia vivono due omini che apprezzerebbero il verde solo se si trattasse di Nutella colorata, quindi ho dovuto frullare il tutto e preparare una cremina, ma il sapore è rimasto lo stesso, con una gradevole punta di amarognolo nel piatto mitigata dalla dolcezza della panna!

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Ingredienti:

un mazzolino di bruscandoli (gemme di luppolo selvatico)

qualche cucchiaio di panna da cucina

sale q.b.

una manciata di pinoli tostati (circa 15 g.)

400 g. di linguine

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Procedimento:

Sbollentare per pochi minuti i bruscandoli in poca acqua salata in modo da togliere l’eccesso di amarognolo, poi frullarli con il minipimer utilizzando un cucchiaio di acqua di cottura, mescolare poi la crema ottenuta con un po’ di panna da cucina e condire la pasta. Servire immediatamente la pasta cosparsa di pinoli leggermente tostati.

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Bimby/ Primi/ Ricette vegetariane

Piove? E che cavolo…. ci faccio la zuppa!

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Non mi sembra vero: è sabato, è finalmente arrivato il sabato, quello che stavo aspettando dalle 6.30 di lunedì mattina, quando ho iniziato la settimana lavorativa già sfiancata e che ho sostenuto a ritmi disumani sino alle 14 di ieri, quello che aspettavo ogni pomeriggio quando, tra un turno di lavoro e l’altro correvo dal dentista, al colloquio con gli insegnanti di mio figlio, pulivo la casa, cucinavo e controllavo i compiti, quando lo interrogavo prima di una verifica e mi si chiudevano gli occhi, quando finalmente la sera aprivo un libro e cedevo sulle pagine oppure faticavo a rilassarmi davanti ad un bel film.

E’ la mia meta dopo una settimana di corse ovunque, di commissioni per tutti, dopo una settimana in cui non c’è mai un momento per me, in cui mi sento chiamare da tutti appena avvisto una sedia libera… è vero, alle 7 ero in piedi che preparavo mio figlio per la scuola, ma appena uscito lui mi sono infilata nel suo letto, tra i suoi peluches… sì, proprio nel suo letto perchè volevo avere la massima solitudine, come quand’ero ragazzina e potevo dormire a sazietà, ho chiuso la porta e ho tirato un sospiro di sollievo, di quelli ristoratori… e ho chiuso gli occhi godendomi una pace immensa, un silenzio ovattato che si faceva spazio tra le gocce d’acqua che scendevano fuori dalla finestra, un momento di tepore nell’umidità di questo sabato autunnale, due ore di tranquillità immensa…

Il mio pranzo è stata la celebrazione del comfort-food, un perfetto equilibrio tra la mia consueta passione per i vegetali e una preparazione vellutata e cremosa, un gusto soffice nonostante gli ingredienti poveri, una ciotola quasi pannosa creata in pochi minuti di lavoro.

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Ingredienti:

600 g. di acqua

un cavolfiore medio

20 g. di burro

2 cucchiai di olio evo

2 cucchiai di farina

30 g. di pecorino

noce moscata q.b.

sale q.b.

Preparazione Bimby:

mettere le cimette di cavolo nel boccale con l’acqua e del sale: 15 min. 100° vel.1;

aggiungere il burro, la farina e l’olio: 5 min. vel.9;

aggiungere noce moscata e sale a gusto e mescolare ancora pochi secondi.

Per ridurre la zuppa alla cremosità desiderata: 10 sec. vel.turbo.

Servire nelle ciotole con un giro di olio evo, scaglie di pecorino e crostini di pane all’olio (nella foto non ci sono, ma poi la fame ha prevalso e ce li ho messi…)

Preparazione classica:

cuocere il cavolo nella pentola a pressione venti minuti, poi aggiungere gli altri ingredienti e ridurre in purea con l’aiuto di un minipimer… insomma, è veloce comunque!

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Il mondo che vorrei

2013-10-06 14.06.11

 

Il mondo che vorrei è pieno di bambini e di mamme rilassate che giocano con loro, che li portano al parco senza dover pensare a correre al lavoro con la tensione di non sapere a chi lasciarli, dove ci sono tanti prati verdi pieni di giochi, di altalene, di scivoli e ci si può trascorrere un pomeriggio di gioia, dove ci si può spostare in bicicletta con il carrellino legato dietro per tenerci i bimbi al caldo anche d’inverno, riparati dalla pioggia.

Il mondo che vorrei ha delle case con il giardino e ogni giardino ha cani e gatti e l’orticello e i fiori…. sono giardini curatissimi perchè chi vi abita non si deve ammazzare di lavoro dal mattino alla sera per portare a casa uno stipendio da fame, perchè chi vi abita ha anche il tempo di godersi i fiori, perchè chi ci vive coltiva l’orto non per necessità ma per il piacere di mangiare delle verdure senza pesticidi e che non sanno solo di plastica. 

Il mondo che vorrei è a misura di bambino e di famiglia, puoi uscire con due bimbi in passeggino senza cozzare contro le macchine in sosta ovunque, senza avvelenare te e i tuoi figli con lo smog del traffico, puoi salire sugli autobus senza essere sbattuta fuori perchè i passeggini non ci possono salire, ci puoi portare anche il cagnolone, così come nei negozi, negozi dove trovi qualunque cosa, dove puoi scegliere, dove ci sono grandi porte automatiche che ti permettono l’ingresso nonostante gli ingombri.

Il mondo che vorrei è pieno di nonni non abbandonati a se stessi, ma che trascorrono le giornate in famiglia, che sono ancora utili alla società, che non sono solo dei corpi da parcheggiare nelle varie case di riposo dai nomi improbabili, falsi e tendenziosi che illudono dando l’idea di un’isola felice, ma che costituiscono l’anticamera del cimitero.

Il mondo che vorrei è pieno di gente sorridente, che va al lavoro con gioia e non con il muso lungo, che ti accoglie con cordialità e senza stress, che ha sempre una parola gentile da offrirti, un aiuto spontaneo da donarti… un mondo in cui non c’è miseria lungo le strade, ma ordine e pulizia, un mondo in cui i bimbi sanno ancora giocare con pochi giocattoli in legno e non con i videogiochi, che escono da casa anche con il maltempo per fare una corsa al parco…

Il mondo che vorrei l’ho trovato, non in Italia, ed è tanto semplice da avere, non è una formula segreta che lo può realizzare, è il mondo generato da un radicale cambio di mentalità ed è un mondo che funziona, funziona alla grande… peccato che l’egoismo di pochi e la loro sete di potere, uniti alla loro incapacità, portino all’impossibilità di avere anche solo una  brutta copia del mondo che vorrei… peccato che nessuno lotti per averlo, che nessuno rifletta  e si chiuda sul proprio piccolo io fatto di finte felicità, di I-phone, di tablets, di finti simboli di inutile ricchezza, perchè ricchezza non è…

La ricchezza è nel mondo che vorrei….

E’ tempo di Halloween, ricorrenza osannata dalla multiculturalità, detestata dalle persone più mature, legate comunque ad Ognissanti… fatto sta che i bimbi ci si divertono, per loro è solo un’occasione per “fare dolcetto o scherzetto”, fortunatamente sempre più incoraggiata da adulti saggi che stanno al gioco e offrono loro una merendina, una caramella, anche se è una “americanata”, ma nonostante tutto gradita… perchè ci sono ancora bambini che sanno divertirsi ed entusiasmarsi con poco…fortunatamente!

E’ tempo di zucche… e per prima cosa ho affrontato la preparazione di questi gnocchetti:

Ingredienti:

350 g. di zucca (da cuocere in forno a 180° C. per circa 20-25′)

350 g. patate

180 g. di farina

1 uovo

un pizzico di cannella

sale qb

pepe q.b.

eventualmente un pizzico di noce moscata 

Per il condimento:

burro fuso, salvia e ricotta di pecora affumicata da grattugiare in scaglie

Procedimento:

Ho impastato tutto con il mixer, ma almeno io ho preferito lasciare l’impasto un po’ più “zuccoso” e meno “farinoso” e infatti, anzichè fare il classico cilindretto da tagliare ho versato lìimpasto a cucchiaiate nell’acqua bollente e salata: avevo voglia di un tocco un po’più dolce, che facesse da contrasto con la ricotta affumicata che ho usato nel condimento.

Comunque sia vengono a galla prestissimo, perfettamente rappresi! 

Li ho serviti sciogliendo del burro in un tegame con delle foglioline di salvia e grattugiando, successivamente, sugli gnocchi, della ricotta di pecora affumicata.

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Primi/ Ricette vegetariane

Fusilli freschi e veloci con pomodoro, borlotti ed erba cipollina

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Le mie pause pranzo sono sempre da funambola, correndo a casa come una pazza (un sentito ringraziamento a chi ha inventato lo scooter) e facendo mille cose contemporaneamente: solitamente ricevo un valido aiuto dal marito che, essendosi alzato all’alba, rincasa ben prima di me, ma talvolta capita qualche turno traditore e mi trovo nel panico con il figliolo che ritorna da scuola affamato!

Questa ricetta l’avevo letta tempo fa da qualche parte, forse su una rivista, non lo so, qualsiasi cosa scriva potrebbe essere una sciocchezza, ma mi era rimasta stampata nella memoria per la sua disarmante semplicità e velocità di esecuzione, tant’è che non ho nemmeno la grammatura degli ingredienti, si va ad occhio e via!

E’ sufficiente (mentre si attende che l’acqua per la pasta arrivi all’ebbollizione), dorare un paio di spicchi d’aglio, anche vestiti e tagliati semplicemente a metà, in una padella con olio evo e, non appena inizia a sprigionarsi il profumo, gettarvi dei pomodorini ciliegino o piccadilly tagliati in pezzotti grossolani, successivamente versare nella padella un po’ di fagioli borlotti, scolati dell’acqua di vegetazione, far amalgamare il tutto e aggiungendo un pizzico di sale e un po’ di peperoncino.

Io ho lasciato la pasta un po’ indietro di cottura, proprio un paio di minuti, poichè me la sono messa da parte già ieri sera per il pranzo di oggi, l’ho travasata nella padella, ho rimescolato il tutto e ho coperto, senza dimenticare di mettere da parte un po’ dell’acqua di cottura; oggi ho riscaldato il tutto con un paio di mestoli dell’acqua messa da parte, ricca di amido e perfetta per mantecare  e, non appena spento il fornello, vi ho tagliuzzato sopra un po’ di erba cipollina appena raccolta e vi ho spolverizzato del parmigiano (il pecorino sarebbe stato meglio, ma non ne avevo).

Tutto qua, in tavola in cinque minuti!

Riepilogo degli ingredienti (dosi a gusto personale):

fusilli

olio evo

aglio

pomodorini pachino o piccadilly

fagioli borlotti in scatola

erba cipollina

pecorino (o parmigiano)

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Jota

Questo è il piatto triestino per eccellenza, anche se in merito all’etimologia del nome abbia trovato, dopo molte ricerche, solo qualche ipotesia.  c’è chi sostiene derivi  dal tardo latino jutta, che sembra significhi “brodaglia” (ma io il latino non lo conosco), termine che, a sua volta, trarrebbe origine da una radice celtica, ipotesi tutt’altro che da trascurare visto che lo stesso significato di brodo o brodaglia (addirittura mangime) lo si ritrova nel termine cimbro yot, nell’irlandese it e nel gergo del Poitou jut, mentre in Cecoslovacchia con il termine jucba s’intende una minestra di cavoli.

Ma al di là di questioni meramente etimologiche rimane una zuppa che io adoro, che riscalda moltissimo e che non stanca mai, grazie al suo sapore acidulo, donati dalla presenza di crauti acidi che fanno da padroni nella lista degli ingredienti.

Chi vive al nord non dovrebbe avere eccessiva difficoltà nel reperirli in quanto vi sono alcune ditte del Sudtirolo e della mia zona che li smercia inscatolati, mentre nella mia città si trovano sfusi presso qualsiasi ortofrutticolo: si possono produrre da sè, ma i tempi sono lunghi, molto lunghi, e ci vuole un bel po’ di esperienza.

Si tratta di una zuppa antica, che andrebbe cotta a fuoco lento nel classico coccio, ma visti i ritmi devastanti della vita moderna qui posto la classica ricetta con la pentola a pressione: mettete i crauti (1 vasetto o a piacere) nella pentola assieme a 2 o 3 patate, a seconda della loro grandezza, pelate e, a propria scelta, intere (in tal caso le schiaccerete dopo la cottura con i rebbi di una forchetta) oppure a dadini, se preferite ritrovarvele nel piatto; qualche scarto di maiale (una cotica è perfetta, non si butta nulla), fate andare la cottura per trenta minuti dal sibilo e poi passate alla seconda fase.

Premetto che se utilizzerete dei fagioli essiccati e ammollati in precedenza, li dovrete inserire insieme ai crauti e alle patate già all’inizio della cottura, se invece utilizzate quelli inscatolati potete versarli ora con tutto il liquido di vegetazione, insieme ad un soffritto di cipolla (fatele diventare quasi bruciacchiate, il sapore migliorerà di molto) ed olio, cui alla fine avrete aggiunto un cucchiaio di farina, un po’ di sale, di pepe e un dado; se avete del dado fatto in casa utilizzatelo, ovviamente! I fagioli da usare sono i borlotti, ma io stavolta l’ho fatta con i cannellini perchè in casa non c’era altro: è risultata più delicata, ma buonissima!

A questo punto saranno sufficienti altri dieci minuti di cottura per avere una zuppa fumante e profumatissima: preparatene pure in grande quantità poichè il giorno seguente sarà ancora più buona, come tutte le preparazioni a base di crauti acidi!

Se ne avete la possibilità accompagnate il piatto con una buona Weissbier, possibilmente Hefe, cioè non filtrata: con i crauti è d’obbligo!

Riepilogo degli ingredienti:

una confezione di crauti acidi

2 o 3 patate (a seconda della loro grandezza)

una scatola di fagioli borlotti (oppure 3 manciate di fagioli secchi)

mezza cipolla, olio evo e un cucchiaio di farina

un dado (o un paio di cucchiaini di dado fatto in casa)

sale e pepe q.b.

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Vi lascio uno scatto della mia città, un gioiellino incastonato tra mare e monti, terra di mare, ma intrisa di cultura austroungarica, nella mentalità dei nativi come nella cucina, dove si mangia un pesce delizioso, ma dove si vive di crauti in perfetta sintonia con la cultura tedesca: una città che è una contraddizione proprio perchè da qui nel corso della storia ci sono passati  tutti, terra di confine e in preda a conflitti politici ed ideologici perenni, ma ferma nel proprio essere “triestina”.

Un soffio di mare a tutti….

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Quadrotti di pasta con foglioline di salvia

ImmagineEro solo una bambina, ma il suo ricordo è ben vivo, nonostante lei non fosse dotata di una particolare personalità, di quelle che si ricordano, nè di un piglio tale da rimanere impresso nel tempo… ma la sua forza, la sua energia che tramutava il suo corpicino minuto in un uragano, quella sì che la rammento.

Era una donnina piccola, magra, pallida nonostante la pelle coriacea di chi vive dei frutti della propria terra, veniva da chiedersi come fosse riuscita a mettere al mondo due figli, di come riuscisse a tenere a bada un cane grosso il doppio di lei, di come riuscisse a mantenere vivi quattro terrazzamenti di campagna; la ricordo con il suo grembiulino, falcetto in mano, china su un appezzamento di radicchio, la ricordo sollevare a braccia il secchio dal pozzo, la rammento bella e vestita a festa, con la retina sui capelli, mentre si apprestava a farsi a piedi tutta la collina per assistere alla funzione della domenica, quella rigorosamente in lingua slovena, quella alla quale la accompagnavo e che seguivo a fatica a causa di una lingua a me ostile, poi premiata dalla visita al panificio e da un profumatissimo krapfen alla marmellata, lei che di spiccioli ne aveva ben pochi e che comunque è riuscita a mettermi da parte un bel gruzzoletto sin dalla mia più tenera età.

La ricordo in cortile, china sulla tinozza in legno, una tinozza enorme, con l’asse da bucato appoggiato al grembo mentre, in pieno inverno e con le mani nodose immerse nell’acqua gelida, faceva la “lissia” e strizzava le lenzuola in un modo tale che nemmeno la centrifuga più potente riesce ad eguagliare, la ricordo mentre spignattava sullo “spargher”, aggiungendo ciocchi di legna appena il calore scemava, la ricordo d’estate, seduta in cortile, mentre separava il radicchio dall’erba “matta”, sedeva sui gradini della veranda e teneva sulle ginocchia una tavoletta di legno marrone, poi la riappoggiava sul tavolo del cortile… era bianco il tavolo del cortile ed era sempre ricoperto di pagine del quotidiano che leggeva, era il “Primorski Dnevnik”, e veniva regolarmente riciclato per stendervi la pasta all’uovo ad essiccare.

Era buona la tua pasta all’uovo nonna… ne sento ancora il sapore e io non sarò mai brava come te, ma ci voglio provare… tutta per te, nonna Tona!

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In effetti non è certamente un piatto difficile, ma, se presentato bene, fa davvero la sua bella figura, quindi ci ho provato unendo a 500 gr. di semola rimacinata un paio di cucchiaini di sale fino e 6 uova e impastando sino ad ottenere un bel composto omogeneo che ho fatto poi riposare; la fase di riposo è fondamentale per tutti i tipi di impasto per poterli poi lavorare meglio, anche se in questo caso la durata del riposo non è stata molto lunga, in quanto il tempo stringeva.

Comunque sia sono riuscita ad ottenere una pasta soda che ho steso con il mattarello il più sottile possibile, in quanto non possiedo un tirapasta che mi aiuti nel lavoro: ho ritagliato poi dei rettangoli nel mezzo dei quali ho posto una fogliolina di salvia, ho poi ripiegato su se stessa la sfoglia e l’ho tirata ancora un po’, rifilando poi bene i bordi del quadrotto. Io ho utilizzato un semplice coltello, ma anche con la rotellina seghettata l’effetto visivo è molto gradevole (confesso: non la trovavo….); a chi piace la pasta ripiena può essere un’ottima idea per farne dei ravioloni con una farcia a scelta, secondo me con la zucca ci sta da favola, ma non amo la pasta ripiena, quindi mi sono mantenuta sul semplice.

Ho cotto i quadrotti di pasta in acqua salata per cinque minuti e li ho conditi con un po’ di burro fuso, aromatizzato alla salvia e spolverizzato poi il tutto con un po’ di parmigiano: buonissimo nonostante la semplicità di esecuzione.

Questa vuole essere un’idea carina da utilizzare anche qualora si raccolga qualche erba selvatica commestibile, perchè con poco lavoro si ottiene davvero un piatto sfizioso!

Con la restante parte dell’impasto ne ho fatto comunque delle fettuccine poichè non a tutti in famiglia piace trovarsi la fogliolina nel piatto… buone, saporite, economiche e assolutamente sane!

Mai avrei pensato, da bambina, di ritrovarmi ad apprezzare tutte le belle cose che la mia nonna riusciva a realizzare con le proprie mani: è questa la realtà che amo, quella che profuma di famiglia e di focolare domestico.

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