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Conserve

Autoproduzione/ Bevande/ Conserve/ Un po' del mio mondo

Colori di settembre e preludio d’autunno ♥

 

2013-09-04 19.16.03

I colori non sono solo colori, sono sensazioni ben precise e hanno un carattere proprio: il rosso è una patata bollente, il bianco è la morbidezza dell’ovatta, il marrone è morbidissimo e caldo, l’arancione non è solo solare, ma anche il colore dei boschi di ottobre, quando le foglie virano dal verde al giallo, per poi raggiungere punte di rosso fuoco come quelle del sommacco dei miei boschi.

Settembre detestato per decenni, foriero di un disagio profondo, del termine delle scorribande estive fatte di spiagge e discoteche, delle nuotate in notturna quando l’acqua è fluorescente sotto la luna piena, settembre da poco apprezzato grazie ad un nuovo amore nei confronti dell’autunno, caldo, romantico ed accogliente, stagione di riposo dopo gli eccessi estivi, il calore e il divertimento sfrenati.

Settembre, stagione di piccole coccole, di colori caldi e di tazze di the con i dolcetti, di passeggiate nei boschi con la famiglia, preludio di caldarroste con il vino novello e di di cioccolate calde con la cannella, settembre di fichi e di more, ma anche di bacche di sambuco, succose e scurissime, che ti lasciano le dita viola quando le raccogli, con cui fare la marmellata per le crepes o aromatizzare la grappa, ma questa volta ho dato la precedenza alle frequenti tossi invernali di mio figlio e ho preparato lo sciroppo, che è buonissimo da bere anche diluito con acqua e limone.

Il procedimento è semplicissimo e con poco lavoro ho fatto scorta di bottiglie per l’inverno, come una formichina, ma sarebbe stato un peccato non sfruttare questi preziosi doni di stagione che la natura ci offre!

Dopo aver sgranato le bacche le ho frullate molto velocemente e ho aggiunto metà dell’acqua prevista dalla ricetta e il succo di limone, poi ho lasciato macerare ventiquattrore in un contenitore di vetro coperto da un piatto; trascorso il tempo necessario alla macerazione, ho filtrato il liquido con un colino da the e solo a questo punto ho aggiunto il resto dell’acqua, lo zucchero e portato ad ebollizione, in modo da versare immediatamente lo sciroppo nei vasetti o nelle bottiglie precedentemente sterilizzati ed ottenere il sottovuoto capovolgendo il contenitore.

Un cucchiaio di sciroppo puro è ottimo per la tosse mentre, volendo preparare una bibita dissetante, diluire una parte di sciroppo con quattro di acqua, aggiungere del ghiaccio e una fetta di limone (io qui ho usato l’arancia).

Ingredienti:

200 g. di bacche sgranate

400 g. di acqua

100 g. di zucchero

il succo di mezzo limone

E’ stata bello e rilassante la preparazione di questo sciroppo, dopo aver sgranato una quantità non da poco di bacche, insieme ad un’amica che imparava da me il procedimento, con gli insetti che uscivano dal sacchetto facendo sobbalzare mio figlio (e anche la mamma che li doveva accompagnare sul balcone, lo confesso….), ma ridendo come pazze e, per una volta, pensando un po’ a noi stesse con calma e tranquillità, scambiandoci chiacchiere e piccoli segreti… sarà stata la rilassata atmosfera di settembre?

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Vi lascio con un po’ di buona musica, con uno dei brani che prediligo, in grado di riconciliarmi con il romanticismo che prelude all’autunno….

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Conserve

Feta sott’olio e profumi mediterranei

2013-07-25 18.40.22

Oramai da un po’ di tempo mi ritrovo ad ammirare dei foodblog con delle foto strepitose, ineguagliabili, spesso con delle ambientazioni country o shabby-chic che mi fanno impazzire e che, soprattutto, mi hanno riportata ai miei sogni di sempre, sogni che da tempo languivano nell’oblio…

Ho sempre desiderato vivere in campagna, in una vecchia casa in legno e pietra, in una di quelle case che i miei genitori definiscono ruderi, ma che a me affascinano tanto, con i muri spessi, con le travi a vista, con il camino e il tappeto rustico davanti, con il divano e la coperta di lana ecru, dove potermi coccolare nelle sere d’inverno, con un bel libro e una tazza di the bollente tra le mani.

Una casa immersa nei fiori a primavera e nel canto delle cicale nelle serate estive, circondata dall’orto dove poter coltivare insalata e pomodori che sanno di sole e non di vaschette di polistirolo, dove seminare i fiori nei secchi di latta, dove godere del profumo del basilico e della lavanda, dove far giocare dei bambini.

Mi vedo rilassata, in cucina, mentre preparo le conserve per l’inverno con le verdure raccolte nell’orto, mi vedo la sera, rannicchiata sul divano a chiacchierare con il mio amore mentre i bimbi giocano sul tappeto davanti al camino, mi vedo l’indomani, in sella alla bicicletta, mentre percorro le stradine inondate di sole.

Questa sono io, lontana anni luce dalla vita che realmente faccio e un po’ più vicina a ciò che cerco di essere, io che non ho una cascina, ma un appartamento di 70 mq., ho il mio amore e un bimbo solo perchè se lavori e non hai nessuno che ti aiuti sei costretta a limitarti, ho solo due balconi, ma l’orto e le erbe aromatiche non mancano mai!

Ho voluto anche fare la conserva, semplice semplice come insegnatomi da La Greg , una preparazione che mi ha permesso di conservare sott’olio l’ultimo frammento di vacanza rimastomi, un pezzettino di Grecia che ancora sbirciava dal frigorifero!

Lei ha religiosamente specificato le dosi da usare, io invece sono anarchica e sono andata completamente ad istinto, limitandomi a riporre in un vasetto di vetro, preventivamente sterilizzato, dei dadini di feta alternati a basilico, rosmarino e grani di pepe rosa e cospargendo il tutto, alla fine, con del buon olio greco; ora la conserva riposerà nel frigorifero per una decina di giorni prima di essere gustata come contorno o per uno sfizioso antipasto!

Ingredienti:

feta

rosmarino

basilico

pepe rosa in grani

olio evo 

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Autoproduzione/ Conserve/ Dolci e desserts

Lemon curd, una golosità estiva!

2013-07-13 12.48.46

Quest’estate è strana, instabile, si passa dal sole cocente alla pioggia, alla bora… ti prepari per il mare e in pochi minuti ti ritrovi costretto a cambiare i tuoi programmi, così com’è stato oggi, giornata in cui si è andati dal sole alle nubi, per poi cambiare mille volte di seguito… e ce ne siamo andati in centro!

Non ero convinta, pensavo di ritrovarmi in un centro città spopolato a favore della costa, a causa del caldo e della crisi economica che, comunque, si sente pesantemente… e invece ho trovato le strade affollatissime, piene di artisti di strada, di voglia di vivere la bella stagione, voglia di panini all’aperto e di aperitivi, complice anche l’affollamento degli “apprendisti marinai” della nave scuola statunitense appena approdata nel nostro porto.

Questa è la vita che mi sono goduta, mi è dispiaciuto quando siamo rincasati, amo questa vita lenta dell’estate, il poter spilluccare qualcosa in giro, tutti insieme in armonia, con marito, figliolo e cagnetta, sono momenti deliziosi che adoro, mi sembrano un regalo dopo l’affanno dell’inverno, è un po’ come essere in vacanza in compagnia della mia città e del mio mare!

Al ritorno mi sono goduta ancora un momento rilassante in cucina, a preparare questa crema deliziosa, che d’estate è gradevolissima sia nei dolci che sul pane, ma io me la mangio a cucchiaiate quando ho voglia di coccolarmi un po’!

Il lemon curd l’ho scoperto qualche anno fa e l’avevo già postato sul blog che poi mi è stato cancellato, quindi lo volevo proprio rifare!

In un pentolino ho versato l’uovo intero e i tuorli e mescolati con una frusta, a fuoco medio, insieme con lo zucchero e il succo di limone; solo a cottura quasi ultimata  ho aggiunto il burro, mescolato ancora un po’ e… finito!!! La cosa più semplice del mondo con pochi minuti di cottura e senza soffrire sui fornelli….

Ora me la sto mangiando a cucchiaiate appena estratta dal frigorifero…. deliziosa!

Ingredienti:

1 uovo intero + 4 tuorli

100 g.  di zucchero

40 ml. di limone

15 g. di burro di ottima qualità (io uso quello bavarese) 

Piazza Unità d'Italia al tramonto, mentre il sole si tuffava nel mare

Piazza Unità d’Italia al tramonto, mentre il sole si tuffava nel mare

Tramonto sulle rive di fronte a piazza Unità

Tramonto sulle rive di fronte a piazza Unità

La nave scuola che ci ha fatto visita

La nave scuola che ci ha fatto visita

Quanto amo questo mare... qui è dove facciamo il bagno!

Quanto amo questo mare… qui è dove facciamo il bagno!

Il Canale di Ponterosso, braccio di mare che lambisce il centro città, in notturna

Il Canale di Ponterosso, braccio di mare che lambisce il centro città, in notturna

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Autoproduzione/ Conserve

Andando per campi… sciroppo di sambuco

2013-05-20 19.13.47

Nei primi anni in cui uscivo con il moroso (sempre lui, oramai mio marito), ogni tanto il poveraccio cedeva e mi faceva contenta con una bella giornata di trekking dolomitico: all’epoca ero magrissima e molto allenata, quindi lo facevo morire di fatica… ma mai come la volta in cui mi portò a fare il giro delle Tre Cime di Lavaredo, una camminata che è uno spettacolo, consigliata però su due giorni con il classico pernottamento al Rifugio Locatelli; quella volta, purtroppo, scese tanta di quella pioggia che fummo costretti a ripiegare su un alberghetto di paese per poi fare l’intero giro in giornata… un massacro! Al Locatelli però ci arrivammo ugualmente e una coppia di ragazzi ci consigliarono lo strudel di mele e un bel bicchiere di sciroppo di sambuco, che ancora non conoscevo… lo strudel si scioglieva in bocca, molto diverso dallo strudel tipico della mia zona e lo sciroppo era qualcosa di divinamente squisito….

Successivamente ho scoperto che questo magnifico elisir, leggermente dolce, acidulo e rinfrescante era semplicemente dello sciroppo di sambuco preparato abitualmente dai valligiani, essendo la zona ricca di alberi profumatissimi… ora sono anni che lo preparo e ogni qualvolta lo offro a qualcuno ne rimane colpito per il perfetto equilibrio che si crea tra il profumo intenso dei fiori, quasi mielato, e il fresco acidulo del limone.

I fiori vanno raccolti in zone distanti dal traffico poichè non vanno lavati, altrimenti le infiorescenze si rovinano, e vanno posti in un recipiente insieme all’acqua e ai limoni tagliati a pezzetti (io li divido in quarti) e lasciati macerare  al sole, coperti da un foglio di alluminio, per tre giorni, rimescolando il tutto una volta al giorno per evitare che le parti esposte all’aria ammuffiscano; il terzo giorno si filtra tutto in una pentola, strizzando bene i fiori e i pezzetti di limone, si aggiunge lo zucchero, lo si fa sciogliere mescolando e si porta ad ebbollizione, tenendo la pentola coperta.

A questo punto si travasa: se lo volete conservare utilizzate le bottiglie della salsa di pomodoro, ben lavate e sterilizzate, che poi andrete a capovolgere come si fa con i vasi di marmellata, mentre per l’uso immediato va bene qualsiasi bottiglia, che però andrà conservata nel frigorifero.

Al momento di servire, lo sciroppo andrà diluito con acqua ghiacciata e dell’altro succo di limone, ottenendo una bevanda fresca e dissetante d’estate, ottima per curare la tosse d’inverno, con l’aggiunta di un po’ di Prosecco è un ottimo aperitivo e sappiate che si sposa divinamente con lo strudel di mele!

Riepilogo degli ingredienti:

15 infiorescenze di sambuco

4 limoni

1,5 l. di acqua

1,5 Kg. di zucchero

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Conserve/ Dolci e desserts

Mousse speziata con gli scarti di mela

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Ricordate il succo di frutta alla mela di qualche tempo fa? Vi dissi di non buttare le bucce e i torsoli e che vi avrei spiegato il perchè di ciò… spero vivamente li abbiate surgelati perchè in effetti ci ho messo un po’ di tempo… 🙂

L’operazione è semplicissima: ponete in una pentola gli scarti delle mele, con l’unica eccezione dei semini (proviamo ad interrarli?) e dei piccioli (chi fa il compost li può riutilizzare…eh, qui non si butta proprio nulla!), aggiungete dello zucchero di canna, della cannella in polvere, un po’ di zenzero in polvere e un pizzico di chiodi garofano in polvere, spruzzate il succo di un limone e cuocete a fiamma vivace per 2 o 3 minuti, una frullatina di minipimer e la mousse è pronta!

Io la porto al lavoro, chiusa in un barattolo di marmellata, per merenda… è deliziosa anche fredda!

Sappiate però che ho provato a congelare il vasetto già pronto e anche a fare il sottovuoto, come per le marmellate, e il risultato non mi ha delusa, quindi con poco si possono avere delle merende sempre pronte, sane e gustose.

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Riepilogo degli ingredienti:

scarti di mela (bucce e torsoli privati dei semini)

zucchero di canna

cannella, zenzero e chiodi garofano (tutti in polvere)

succo di limone

E’ da un po’ che non ci ascoltiamo un po’ di musica… ci state? E’ un brano che a me trasmette sempre una passione immensa….

[youtube=http://youtu.be/NnEmE8qanG8]

Conserve

Succo e polpa di mela

Ci sono quelle giornate strane, grigie, fredde, piene di bora e di fascino, in cui la luce è poca, ma è quella giusta, in cui hai la giornata sconclusionata e non porti a termine un lavoro: lunedì scorso la mia giornata è entrata a far parte di questa categoria già dal mattino quando mio marito è andato al lavoro nonostante per lui fosse giorno di riposo, inguaiando l’esistenza a me. Avevo promesso a mio figlio di accompagnarlo al ricreatorio con un amichetto, dove non sempre va volentieri, ma che gli dà il diritto, se frequentato con un minimo di regolarità, di accedere ai servizi estivi, quindi, tra un compito ed una lezione da studiare, lunedì ce l’ho fatta ad incastrare il tutto; depositati gli “gnomi” ho approfittato per portare Bubu a fare una corsa in riva al mare, non avevo la macchina fotografica con me… errore imperdonabile perchè la luce era qualcosa di divino e la superficie del mare era piatta ma mossa dal vento che creava degli arabeschi in controluce… una cosa stupenda, ma non mi sono arresa e, nonostante il cane tirasse come un trattore, mi sono armata di cellulare e ho scattato in continuazione, prendendomi tutti gli attimi di luce che rimanevano prima che il sole si tuffasse nel mare! Sono rincasata infreddolita e soddisfatta, sono sempre soddisfatta quando rincaso con delle belle foto, mi sento euforica e ritorno a godermi la luce più bella negli scatti fatti, quelli più casuali e che alla fine sono quelli che riescono meglio.

Appagata da questo stato di grazia ho iniziato a tagliare un chilo di mele, a sbucciarle pazientemente (non buttate le bucce nè i torsoli, metteteli in un sacchetto e surgelateli, tra qualche giorno ve ne spiegherò il motivo) e a tuffarle in una zuppiera in cui avevo già versato un litro d’acqua nel quale avevo spremuto un limone, per non farle annerire.

Ultimata l’operazione ho versato le mele a pezzettini in una pentola, ho filtrato il litro d’acqua acidulata per unirlo alle mele ed aggiunto 400 gr. di zucchero semolato, ho lasciato a sobbollire mezzora e poi ho frullato finemente tutto con il frullatore ad immersione; il succo l’ho conservato nelle bottiglie della salsa, lavate e sterilizzate, con lo stesso procedimento utilizzato per la marmellata: ho provato ad aprire una delle bottiglie e nello svitare la capsula ha fatto un “plop” perfetto, segno che il sistema di conservazione è affidabilissimo…. e nemmeno vi descrivo il sapore, ora che ho imparato a farlo non acquisto più i succhi di frutta industriali, con la certezza che questo il male allo stomaco non me lo fa venire sicuramente!

Riepilogo degli ingredienti:

1 kg. di mele (la qualità è irrilevante)

1 limone

1 l. di acqua

400 gr. di zucchero

Conserve

La leggenda del granchio e la scimmia e la mia confettura di cachi

Gironzolando sul web per farmi una cultura in merito a questo frutto così deliziosamente invernale, dolce, nutriente e che mi riporta all’infanzia, ho scoperto questa bellissima leggenda, che riporto tale e quale e che ho tratto da “Il Bazar di Mari”, sito dove poter leggere una gran quantità di bellissime leggende orientali.

LA BATTAGLIA TRA LA SCIMMIA E IL GRANCHIO

Molto tempo fa in Giappone, in un luminoso giorno d’autunno, una scimmia e un granchio stavano giocando insieme sulla riva di un fiume. Mentre correvano, il granchio trovò un o-nigiri [polpettina di riso] e la scimmia un seme di cachi.
Il granchio raccolse la polpettina di riso e la mostrò alla scimmia dicendo:
«Guarda che bella cosa ho trovato!»
Allora la scimmia sollevò il suo seme di cachi e disse:
«Anch’io ho trovato una bella cosa! Guarda!»
Ora, sebbene la scimmia avesse sempre avuto un debole per i cachi, non sapeva che farsene del seme che aveva appena trovato. Il seme di cachi è immangiabile e duro come una pietra. Perciò, essendo di natura ingorda, invidiò molto la bella polpettina di riso del granchio e propose uno scambio. Il granchio non vedeva il motivo per cui avrebbe dovuto rinunciare al suo trofeo per un seme duro come la pietra e non accettò la proposta della scimmia.
Allora l’astuta scimmia cominciò a convincere il granchio, dicendo:
«Sei poco saggio a non pensare al futuro. La tua polpettina di riso si può mangiare subito ed è certamente molto più grossa del mio seme. Ma se pianti questo seme nella terra, presto comincerà a crescere e in pochi anni diventerà un grande albero e produrrà in abbondanza dei bei cachi maturi un anno dopo l’altro. Prova solo a immaginarti quei bei frutti succosi che pendono dai suoi rami! Ma naturalmente tu non mi credi, e così lo seminerò da solo, anche se sono sicuro che un giorno ti dispiacerà moltissimo non aver seguito il mio consiglio».
Il granchio, che aveva un animo semplice, non riuscì a resistere all’abile opera di convincimento della scimmia. Alla fine acconsentì alla proposta, e lo scambio fu fatto. La furba scimmia divorò subito la polpettina e diede con molta riluttanza il seme di cachi al granchio. Le sarebbe piaciuto tenersi anche quello, ma temeva che il granchio si sarebbe arrabbiato e l’avrebbe pizzicata con le sue chele come forbici. Poi si accomiatarono. La scimmia tornò al suo albero nella foresta e il granchio agli scogli sulla riva del fiume. Non appena il granchio arrivò a casa, piantò nella terra il seme di cachi come gli aveva detto la scimmia.
La primavera seguente il granchio si rallegrò nel vedere il germoglio di un giovane albero che usciva dalla terra. Ogni anno cresceva sempre più, finché una primavera fiorì e l’autunno seguente produsse dei cachi belli grossi. I frutti pendevano tra le foglie lisce e larghe come sfere dorate e man mano che maturavano diventavano di un bell’arancione scuro. Per il piccolo granchio era un piacere uscire ogni giorno, sedersi al sole, sporgere i lunghi occhi come una lumaca sporge le corna e stare a guardare i cachi che maturavano alla perfezione.
«Dev’essere semplicemente delizioso mangiarli», diceva tra sé.
Un giorno vide che i cachi erano abbastanza maturi ed ebbe voglia di assaggiarne uno. Fece molti tentativi per arrampicarsi sull’albero, nella vana speranza di raggiungere uno di quei bei cachi che pendevano sopra di lui, ma non ci riuscì, perché le zampe del granchio non sono fatte per arrampicarsi sugli alberi, ma solo per correre sulla terra e sugli scogli, due cose che sa fare con molta abilità. In questa imbarazzante situazione gli venne in mente la sua vecchia compagna di giochi, la scimmia, che sapeva essere in grado di arrampicarsi sugli alberi meglio di chiunque altro al mondo. Decise di chiedere alla scimmia di aiutarlo e si avviò per cercarla.
Muovendosi alla maniera dei granchi sulla riva ghiaiosa del fiume, imboccò il sentiero del bosco ombroso e infine trovò la scimmia che schiacciava il pisolino pomeridiano sul suo pino preferito, con la coda strettamente arrotolata a un ramo per evitare di cadere durante il sonno. Ma si svegliò subito quando si sentì chiamare e ascoltò con impazienza quello che le diceva il granchio. Quando seppe che il seme che tempo prima aveva dato in cambio di una polpettina di riso era cresciuto fino a diventare un albero carico di buoni frutti, fu molto soddisfatta, perché aveva subito pensato a un piano astuto che le avrebbe permesso di avere tutti i cachi per sé.
Accettò di andare insieme al granchio per raccogliere i frutti al posto suo. Quando furono sul posto, la scimmia rimase sbalordita nel vedere com’era bello l’albero che era nato dal seme e di quanti frutti maturi erano carichi i rami.
Si arrampicò velocemente sull’albero e cominciò a raccogliere e mangiare più in fretta che poteva un cachi dopo l’altro. Ogni volta sceglieva il migliore e il più maturo che riusciva a trovare e ne mangiò fino a non poterne più. Non ne diede nessuno al povero granchio affamato che aspettava ai piedi dell’albero e quando ebbe finito, non erano rimasti che pochi frutti, tutti duri e acerbi.

La scimmia uccide il granchio

Potete immaginare come si sentì il povero granchio dopo aver aspettato pazientemente per tanto tempo che l’albero crescesse e i frutti maturassero, quando vide la scimmia divorare tutti quei buoni cachi. Era così contrariato che girava tutto attorno all’albero esortando la scimmia a mantenere la promessa. In un primo momento la scimmia non fece caso alle proteste del granchio, ma poi raccolse i cachi più verdi e più duri che riuscì a trovare e li tirò in testa al granchio. I cachi, quando sono acerbi, sono duri come pietre. I proiettili della scimmia raggiunsero il bersaglio, e il granchio fu ferito gravemente dai colpi. Senza interruzione e alla stessa velocità con cui riusciva ad afferrarli, la scimmia staccava i duri cachi e li gettava sul granchio indifeso, finché cadde morto con il corpo coperto di ferite. Rimase lì, offrendo una vista pietosa, ai piedi dell’albero che aveva piantato lui stesso.
Quando la scimmia malvagia vide che aveva ucciso il granchio, scappò via da quel luogo più in fretta che poteva, piena di paura e tremante, da quella codarda che era.
Ora il granchio aveva un figlio che stava giocando con un amico non lontano dal luogo in cui era avvenuto il fattaccio. Sulla strada di casa trovò il padre morto in uno stato spaventoso: aveva la testa fracassata e il guscio frantumato in più punti, e intorno al corpo erano sparsi i cachi acerbi che erano stati causa della morte. A questa vista orribile il povero giovane granchio sedette e pianse.
Ma dopo aver pianto per un po’, disse fra sé che tutto quel piangere non avrebbe fatto niente di buono. Il suo dovere era quello di vendicare l’assassinio del padre, ed era questo ciò che voleva fare. Si guardò intorno alla ricerca di qualche indizio che lo portasse a scoprire l’assassino. Osservando l’albero notò che i frutti migliori non c’erano più e che in terra era sparsa una gran quantità di bucce e di semi, oltre ai cachi acerbi che evidentemente erano stati tirati a suo padre. Allora capì che l’assassino era la scimmia, perché adesso rammentava che suo padre una volta gli aveva raccontato la storia della polpettina di riso e del seme di cachi. Il giovane granchio sapeva che alle scimmie i cachi piacciono più di qualunque altro frutto e fu certo che la golosità per quei frutti era stata, ahimè !, la causa della morte del vecchio granchio.
Il suo primo pensiero fu di andare subito ad assalire la scimmia, perché ribolliva di rabbia. Ma poi la ragione gli disse che sarebbe stato inutile, perché la scimmia era un animale vecchio e astuto e sarebbe stato duro sopraffarla. Doveva contrapporre l’astuzia all’astuzia e così chiese agli amici di aiutarlo, perché sapeva che sarebbe stato superiore alle sue forze ucciderla da solo.
Il giovane granchio andò subito a chiamare il mortaio, vecchio amico del padre, e gli raccontò ciò che era accaduto. Implorò tra le lacrime il mortaio di vendicare la morte del padre. Il mortaio fu estremamente dispiaciuto quando udì il doloroso racconto e promise subito al giovane granchio che l’avrebbe aiutato a punire la scimmia con la morte. Gli raccomandò di essere molto cauto in ciò che faceva, perché la scimmia era un nemico forte e astuto. Poi mandò a cercare l’ape e la castagna, anch’essi vecchi amici del granchio, per tenere consiglio insieme a loro sulla faccenda. Poco dopo i due arrivarono. Quando furono informati su tutti i particolari della morte del vecchio granchio e sulla cattiveria e ingordigia della scimmia, acconsentirono volentieri ad aiutare il giovane granchio nella sua vendetta.
Dopo aver discusso a lungo sul modo e i mezzi per realizzare i loro progetti, si separarono, e il signor Mortaio andò a casa del giovane granchio per aiutarlo a seppellire il suo povero padre.
Mentre accadeva questo, la scimmia si complimentava con sé stessa per aver fatto tutto in modo così accurato. Secondo lei era una bella cosa aver rubato al suo amico tutti i cachi maturi e poi averlo ucciso. Ma anche così non riusciva a dimenticare la paura delle conseguenze se i suoi misfatti fossero stati scoperti. Se la famiglia del granchio lo avesse saputo (ma pensava che non fosse possibile, perché era fuggita senza che nessuno la vedesse), l’avrebbe odiata e avrebbe voluto vendicarsi di lei. Così decise di non farsi vedere e rimase in casa per qualche giorno. Però trovava che quella vita era molto noiosa, abituata com’era alla vita libera tra gli alberi, e alla fine disse:

Mortaio colpisce la Scimmia

«Nessuno sa che ho ucciso il granchio. Sono sicura che è morto prima che me ne andassi. I granchi morti non parlano. Chi può dire che l’ho ammazzato io? Dal momento che nessuno sa niente, a che pro chiudermi in casa e stare tanto a pensarci su? Ormai quello che è fatto è fatto».
Ciò detto uscì, si diresse verso il territorio dei granchi, si avvicinò alla chetichella il più possibile alla casa del granchio e cercò di ascoltare i discorsi del vicinato. Voleva scoprire cosa stavano dicendo i granchi sulla morte del loro capo, poiché il vecchio granchio era stato il capo tribù.
Ma non riusciva a sentire niente e disse tra sé:
“Sono tanto incoscienti da non sapere che il loro capo è morto o da non preoccuparsi di sapere chi lo ha ucciso?”.
Non si rendeva minimamente conto, nella sua cosiddetta ‘saggezza scimmiesca’, che ciò che le sembrava indifferenza faceva parte del piano del giovane granchio. Di proposito faceva finta di non sapere chi aveva ucciso suo padre e di credere che fosse morto per colpa di un’imprudenza. In questo modo avrebbe mantenuto meglio il segreto sulla vendetta che stava meditando contro la scimmia.
La scimmia tornò dunque a casa piuttosto soddisfatta, pensando che ormai non aveva più nulla da temere.
Un bel giorno, mentre se ne stava seduta davanti a casa, vide arrivare all’improvviso un messaggero da parte del giovane granchio. Mentre ancora si stava chiedendo che volesse dire tutto ciò, il messaggero s’inchinò davanti a lei e disse:
«Sono stato mandato dal mio padrone per comunicarti che suo padre è morto qualche giorno fa cadendo da un albero di cachi mentre cercava di arrampicarsi per raccoglierne i frutti. Dal momento che questo è il settimo giorno, è il primo anniversario della sua morte, e il mio padrone ha preparato una piccola festa in onore del padre e t’invita a prendervi parte, in quanto eravate ottimi amici. Il mio padrone spera che onorerai la sua casa con la tua cortese visita».
Quando la scimmia udì queste parole, si rallegrò nel profondo del cuore, perché ormai tutte le sue paure di essere sospettata erano finite. Non poteva assolutamente immaginare che era appena stato messo in atto un complotto contro di lei. Si finse molto sorpresa alla notizia della morte del granchio e disse:
«Mi dispiace veramente molto di sentire che il vostro capo è morto. Come sai, eravamo grandi amici. Mi ricordo che una volta abbiamo scambiato fra noi una polpettina di riso e un seme di cachi. Mi addolora molto pensare che quel seme sia diventato la causa della sua morte. Accetto il tuo cortese invito con i più grandi ringraziamenti. Sarà un piacere per me onorare il mio povero vecchio amico». E fece uscire dagli occhi un po’ di lacrime false.
Il messaggero rise dentro di sé e pensò: “Adesso questa perfida scimmia piange lacrime false, ma tra poco ne verserà di vere”. Poi ad alta voce ringraziò educatamente la scimmia e tornò a casa.
Quando se ne fu andato, la scimmia malvagia rise forte pensando all’ingenuità del giovane granchio e senza il minimo sospetto cominciò ad aspettare con ansia la festa del giorno successivo in onore del granchio morto a cui era stata invitata. Si cambiò d’abito e si accinse solennemente a recarsi dal giovane granchio.
Trovò tutti i membri della famiglia del granchio e i loro parenti ad aspettarla per darle il benvenuto. Dopo gli inchini di rito, la condussero in una sala. Qui giunta, fu accolta dal giovane granchio vestito a lutto. Si scambiarono frasi di condoglianze e di ringraziamento, quindi cominciò una sontuosa festa in cui la scimmia era l’ospite d’onore.
Al termine della festa, fu invitata a bere una tazza da tè nella sala della cerimonia del tè. Appena il giovane granchio ebbe accompagnato la scimmia nella sala del tè, si allontanò e la lasciò sola. Trascorse un bel po’ di tempo, e il granchio ancora non ritornava. La scimmia diventava impaziente e diceva tra sé:
“Questa cerimonia del tè va veramente a rilento. Sono stanca di tutta questa attesa. Ho molta sete dopo tutto quel sakè che ho bevuto a pranzo”.
Allora si avvicinò al focolare e cominciò a versare un po’ di acqua calda dal bollitore. Quand’ecco che qualcosa irruppe dalla cenere con un grande schiocco e raggiunse al collo la scimmia. Era la castagna, uno degli amici del granchio, che si era nascosta nel focolare. La scimmia, presa di sorpresa, fece un salto all’indietro e cercò di scappare fuori della sala.
Allora l’ape, che si era nascosta dietro il paravento, volò fuori e la punse sulle guance. La scimmia soffriva molto: aveva il collo bruciacchiato dalla castagna e la faccia tutta punzecchiata dall’ape, e corse fuori urlando e strepitando di rabbia.
Ed ecco che il mortaio di pietra, che si era nascosto in mezzo alle pietre in cima al cancello del granchio, le cadde sulla testa insieme a tutte le altre pietre appena passò sotto di lui. Era forse possibile per la scimmia reggere al peso del mortaio che le cadeva in testa dalla cima del cancello? Giacque schiacciata, del tutto incapace di alzarsi. Mentre era a terra indifesa, si avvicinò il giovane granchio e tenendo le sue grandi chele sulla scimmia, disse:
«Ti ricordi quando hai ucciso mio padre?»
«Allora… mi sei… nemico?» disse la scimmia boccheggiando.
«Certo», disse il giovane granchio.
«Era… tuo padre… non… il mio…», replicò la scimmia per nulla pentita.
«Hai ancora il coraggio di mentire? Allora muori!» e detto questo, con le chele tagliò la testa alla scimmia. E la scimmia malvagia ebbe la giusta punizione, mentre il giovane granchio vendicò la morte del padre.
Qui finisce la storia della scimmia, del granchio e del seme di cachi.

FINE

Immagine provenienti dal sito: http://durendal.org

Dopo questa lunga, ma bellissima lettura di una fiaba antica, passo alla ricetta di questa deliziosa confettura che ho preparato vista l’enorme quantità di cachi ricevuti in dono da un collega di mio marito che se ne trova un paio di alberi in giardino, ma non apprezzandone i frutti finisce col lasciarli cadere e ritrovarsi il terreno imbrattato ad appiccicoso.

Gli ingredienti sono i seguenti:

1200 gr. di cachi maturi

1 mela

400 gr. di zucchero

4 cucchiaini di cannella in polvere

1 limone

1 bicchierino di rhum

La preparazione è semplicissima poichè è sufficiente tagllare, togliendo i semi, i cachi a pezzettini (ho lasciato anche la buccia, perchè buttarla?), aggiungendovi poi anche la mela tagliata a cubetti e anch’essa completa di buccia; appena la frutta arriva a bollore si versano nella pentola lo zucchero e la cannella e si lascia a sobbollire per un’ora. A questo punto si frulla bene con il minipimer e solo al momento di spegnere il fuoco si aggiunge il rhum; la confettura è pronta per essere invasata nei vasetti precedentemente sterilizzati, si chiude, si capovolge e alla fine si etichetta…. magari con qualcosa di carino e sfizioso se volete farne dei regalini!

Le mie confezioni questa volta sono molto spartane poichè destinate ad un uso pressochè immediato, ma mi sto attivando per le marmellatine natalizie…

Ah, nel mentre leggevo la leggenda del granchio e la scimmia ascoltavo il brano di questo video…mi ha donato un’atmosfera molto particolare, quindi lo condivido con voi che avete avuto la pazienza di arrivare sino alla fine del post (sempre logorroica… ma amo fare le cose bene e una semplice confettura, per vostra sfortuna, non era sufficiente….).

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