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Arte, storia ed architettura

Arte, storia ed architettura/ Viaggi

Albi, la città rossa – giorno 8

Dopo una ventosissima notte a Minerve, e non esagero perché il camper risentiva degli spostamenti d’aria costringendoci a chiudere gli oblò per non rischiare danni, siamo partiti alla volta di Albi, percorrendo delle assurde strade collinari nonostante i nostri quasi sette metri di lunghezza. Ci abbiamo messo un bel po’, ma il peggio è stato arrivare e trovare l’unica area di sosta chiusa a causa di un concerto, senza possibilità alcuna di trovare un’alternativa; alla fine abbiamo parcheggiato quasi in centro, mangiato una paella (surgelata) al volo e ci siamo recati in centro per il tramite del ponte che attraversa il fiume Tarn.
Alla vista della città siamo stati ripagati dei disagi perché ci ha accolti un panorama mozzafiato… guardate le foto e poi proseguo perché non servono parole!

Ciò che a prima vista contraddistingue Albi è proprio l’aspetto cromatico, rosato ed omogeneo, che colora l’intera città, grazie al “brique albegeoise”, mattone di argilla estratto dal letto del Tarn (insomma proprio a chilometro zero!).
Ciò che però rileva, dal punto di vista storico, è che il movimento cataro, fiorito tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, ebbe ad Albi, allora città ricca e potente, uno dei principali centri di diffusione, tant’è che la guerra che si concluse con lo sterminio degli eretici prese proprio il nome di Crociata degli albigesi.

Oltre a quanto riportato sopra, Albi ed anche la città natale del pittore Henri Toulouse-Lautrec, che vi nacque nel 1864 e del quale ancora si conserva la casa.

L’edificio che per primo salta all’occhio per maestosità e meraviglia pura, è la Cathédrale de Ste-Cécile, che sorge sul punto più elevato dello sperone di roccia che domina il Tarn: spicca per la poderosa costruzione in mattoni rossi, che ne conferisce maestosità e semplicità, nonostante l’incredibile portale finemente intagliato e dalle linee gotiche, così come l’interno, la cui ricchezza ed eleganza si contrappone alla severità esterna. La sua maestosità (ben 97 m. di lunghezza, 30 di altezza e 19 di larghezza) simboleggiano l’esaltazione della vittoria cattolica sui catari, a monito della minacciosa forza della chiesa romana, tant’è che l’aspetto ricorda molto quello di una fortezza. Lo stesso campanile, alto 78 m., ha più l’aspetto di una torre che non di un’architettura ecclesiastica.

Gli altissimi soffitti splendidamente decorati, dei quali ancora si possono ammirare i vividi colori originali
Il più grande organo dei Francia che sovrasta un bellissimo dipinto del Giudizio Universale
Il coro, interamente intagliato in locale pietra calcarea

Successivamente facciamo anche una capatina alla chiesa di St-Salvi, al cui interno si apre un chiostro ricco di erbe aromatiche ed officinali… non so voi, ma io ho una passione per i chiostri, così ombreggiati, ricchi di pace e di silenzio e sempre fioriti.

Dopo la visita abbiamo raggiunto un’area di sosta in un piccolo paese poco distante da Albi, dopo averla girata tutta perché vi assicuro trattasi di una città veramente bellissima, ricca di strade curate e fiorite… oggi il ginocchio mi ha dato molto filo da torcere quindi va bene così, ne ho goduto la bellezza ma ora ho bisogno di riposare.

Io vi aspetto domani per un altro giro insieme!

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Minerve, un gioiello nel cuore dell’Aude – giorno 7

Stamattina la sveglia ci ha dato il via abbastanza presto, inizialmente con direzione Puisserguier, con quel che resta del suo castello, per poi proseguire verso Minerve, sulla quale intendo focalizzarmi con questo post.

Minerve è un piccolo villaggio che sorge su una roccia, come un’isola continentale circondata dai canyon dei due fiumi che qui convergono: il Cesse e il Brian. Al di là della splendida collocazione essa deve la propria fama alla tragica storia che la rende una meta degna di visita: proprio qui venne innalzato il primo rogo della crociata degli albigesi, ove più di centocinquanta catari si lanciarono spontaneamente nelle fiamme pur di non abiurare la propria fede.

Il borgo si stende lungo la roccia che lo ospita, integralmente strutturato in pietra, estremamente curato e ricco di fiori, una chicca per gli occhi! È una visita non particolarmente faticosa nonostante il continuo saliscendi che contraddistingue le strade da percorrere, che permette di ammirare le innumerevoli botteghe artigiane che vi sorgono e che deliziano il turista. Anche qui, come già notato ieri a Béziers, le insegne delle strade sono bilingui, riportando anche la denominazione spagnola, cultura molto sentita in questa parte della Francia.

La sera rimaniamo a dormire qui, sulla cima di una collina adibita ad area camper, unici ospiti, deliziandoci del vento costante che ci regala finalmente un po’ di benessere e che promette una notte di sonno tranquillo.

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Béziers, tra palazzi e bistrot – giorno 6

Arriviamo in questa città della Bassa Linguadoca, di origine romana e considerato il borgo più antico di Francia, la giornata è bellissima come anche i giorni precedenti e tutto sommato più respirabile, grazie a qualche nube sparsa qua e là e al Mistral che ci regala qualche momento di sollievo. Il centro è molto carino, curato ed adorno di fiori e stacca completamente con la periferia, sporca e trasandata: l’atmosfera che vi si respira è contraddittoria, tra i palazzi che riportano alla Parigi classica e le targhe delle strade recanti la vecchia denominazione in lingua spagnola.

Entriamo in centro per il tramite della Allées Paul-Riquet, bellissimo viale di platani intitolato all’ideatore del Canal du Midi, sulla cui riva si adagia la città, per poi esplorare le bellissime stradine che ci accompagnano fino alla Cathédrale de St-Nazaire, meraviglioso edificio gotico del XIII-XIV secolo, recante capitelli romanici dell’XI secolo, affreschi del XIV secolo ed un bellissimo chiostro trecentesco.

Il magnifico rosone il cui diametro è di 10 m.
Il chiostro

Se seguite il mio percorso incontrerete la piazza sulla quale è stata posta una targa in memoria del massacro di Béziers. Nel luglio del 1209 i crociati assalirono il piccolo villaggio di Servian e mossero quindi verso Bérziers, raggiungendola il 21 luglio: sotto il comando del legato pontificio, Arnaud Amaury, iniziarono ad assediare la città, invitando i cattolici all’interno ad uscire e chiedendo ai Catari la resa. Nessuno dei due gruppi acconsentì alle richieste e, il giorno seguente, la città cadde quando un fallito tentativo di sortita da parte degli assediati permise alle truppe crociate di penetrare nella città, portando ad un massacro pressoché totale della popolazione, mentre la città venne rasa al suolo. È divenuta leggendaria la risposta che, in tale occasione, Amaud Amaury avrebbe rivolto ad un soldato che chiedeva come poter distinguere nell’azione gli eretici dagli altri, in quanto egli rispose: “Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi” (Caedite eos, novit enim Dominus qui sunt eius), anche se in realtà la frase, citazione della seconda lettera a Timoteo di S.Paolo, reciterebbe “Dio conosce quelli che sono suoi”.

Abbiamo passeggiato lungo le vie del centro, con molta calma perché sto faticando a causa di un ginocchio che da tempo mi sta dando dei problemi, ma volevamo anche vivere la città, tant’è che a pranzo ci siamo fermati in un delizioso bistrot il cui pranzo è stato ampiamente all’altezza delle aspettative.

Camminando a naso insù e ammirando i palazzi abbiamo osservato come molti siano meravigliosamente dipinti, con una maestria tale da rendere le scene reali.

A domani per la prossima visita!

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Le saline della Camargue e il mare rosa- giorno 5

Oggi è il “mio” giorno, quello della visita alle Saline du Midi, fortemente voluta dalla sottoscritta e che ha scombinato tutti i piani al marito: avevamo tentato di farla ieri ma era tutto esaurito, pochissime visite e tante richieste. Ci avevano offerto un ultimo biglietto che lui voleva accettassi, ma le vacanze si fanno in due e quindi ho preferito aspettare oggi.

Sono riuscita ad acquistare due ingressi appena per il primo pomeriggio, potendo quindi riservarmi una mattina calma che, conoscendo le vacanze frenetiche di mio marito, non è una cosa scontata. Alle 14.30 siamo saliti sul trenino che ci ha accompagnati lungo le saline e sulle sponde del famoso mare rosa della Camargue, uno spettacolo imperdibile di sfumature che vanno dal porpora al viola, grazie alla presenza della Dunaliella Salina, un’alga rossastra che trova il proprio habitat naturale nelle alte concentrazioni saline, che regala le proprie sfumature anche all’Artemia salina, cibo prediletto dei fenicotteri, che a loro volta, cibandosene, colorano il piumaggio della stessa tinta. Ah, a proposito… ne abbiamo scorto qualcuno in lontananza pur se molto pallido😃

Da marzo ad agosto le paratie tra i vari bacini d’acqua vengono sollevate per consentire l’aumento del naturale grado di salinità, l’acqua evapora gradualmente grazie all’azione del sole e del Mistral, che accompagna il luogo quasi costantemente, fino a diminuire del 90% e lasciando un’elevata concentrazione di sale.

Il prodotto più pregiato che si ottiene è il fleur de sel, meraviglioso salgemma ricco di magnesio che viene raccolto, rigorosamente a mano, prima del sorgere del sole.

Il sale meno pregiato, poiché raccolto negli anni precedenti e quindi non più destinato al mercato alimentare, entra invece nella produzione di semplice antigelo, quindi nulla viene sprecato.

Nel corso della visita è prevista una fermata intermedia che consente la salita alla Camelle, che ha appunto la forma di un dorso di cammello e altro non è che uno dei cumuli ove i camion versano il sale raccolto. Dalla vetta della duna è possibile godere di un panorama incredibilmente rosa che si stende fino alle mura della città di Aigues-Mortes.

Dopo la visita alle saline ci siamo diretti a Montpellier, città caotica in cui non siamo riusciti nemmeno a rintracciare l’unico parcheggio che sembrava potesse ospitarci, quindi dopo le stress del caos di Montpellier abbiamo raggiunto Béziers per trascorrere la notte… a domani per la prossima visita!

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Camargue – giorno 4

Questa mattina ci siamo concessi un risveglio più lento dopo aver riposato bene grazie alle temperature notturne abbastanza clementi, per poi avviarci verso Aigues-Mortes, splendido centro della Camargue.
Dopo aver parcheggiato fuori dalle mura, tra distese di canneti, siamo entrati nel centro cittadino, uno spettacolare borgo fitto di basse case bianche con le imposte azzurre ed adornate da un tripudio di fiori, spesso sovrastate da bellissime terrazze soleggiate che mi hanno ricordato i paesaggi salentini. La cittadina è una vera chicca, con un centro pieno di vita, di ristorantini e di negozi carinissimi, che nelle tradizioni guarda con un occhio alla vicina terra iberica, grazie anche al palpabile orgoglio per i tori della Camargue.

Oggi ci concediamo un pranzo meno frugale in un ristorantino spagnolo, dove ci servono un ottimo stufato di toro con riso della Camargue, piatto che racchiude tutta la tradizione del luogo che ci ospita.

Dopo un breve giro del centro decidiamo di percorrere tutto il cammino di ronda che delimita il perimetro della città, sotto un sole cocente che rende l’aria pressoché irrespirabile, ma che ci permette di ammirare le saline rosa della Camargue e i fitti tetti ricchi di terrazze stupende, abbellite da oleandri e banani, e facendoci sentire un po’ Mary Poppins!

Le fortificazioni del borgo sono interamente medievali e circondano un’area voluta da Luigi IX, futuro San Luigi, edificata su un lido paludoso, facendo sì che egli fosse il primo re di Francia a disporre di un porto sul Mediterraneo e proprio dal porto di Augues-Mortes egli partì per le crociate nel 1248 e nel 1270. Nel 1278 il porto divenne l’unica porta nel sud del regno, vi transitavano spezie e lane, finché venne soppiantata da Marsiglia con la riannessione della Provenza alla Francia.

La zona venne arricchita, nel 1875, dai primi vigneti che contribuirono alla sua popolarità oltre alla sua notorietà quale luogo balneare.

Annessa alle mura vale una visita anche la torre di Costanza, unico vestigio del castello costruito durante il regno di Luigi IX, con spesse mura di 6 metri e a pianta circolare.

Vi sono delle chiese da visitare, palazzi storici, ma a mio parere è una città da vivere, ricca di colori e di allegria.

La chiesa di Notre-Dame-des-Sablons

Terminata la visita abbiamo prenotato, con grosse difficoltà vista l’enorme richiesta a fronte della scarsa disponibilità, la visita alle saline, un fuori programma che ci ha un po’ confusi, ma non potevamo mancarle!

A domani e un bisou a tutti!

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Provenza – giorno 3

Siamo al terzo giorno, io personalmente mi sveglio con fatica in quanto con il relax mi sta uscendo tutta la stanchezza accumulata nei mesi precedenti, anche questa notte è stata molto fresca e stamani non lo è da meno, ma sono già in tenuta leggerissima perché a breve si schiatterà dal caldo.

Sistemiamo tutto in maniera tale che durante la marcia non inizi a cadere a terra alcun oggetto e… si parte alla volta di Arles!

Innanzitutto una doverosa precisazione: ha fatto caldo, tanto caldo, una cosa atroce, da saltellare da un punto d’ombra all’altro per pietà delle cagnoline che eroicamente non hanno mai mollato.

La città, che ha conosciuto anche Vincent van Gogh nei suoi ultimi anni di vita, ospita ben sette monumenti iscritti nella Lista del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO: il chiostro, il portale della cattedrale di St. Trophime, i criptoportici, il teatro antico, l’anfiteatro, le terme di Costantino e gli Alyscamps.

La nostra visita inizia proprio dagli Alyscamps, sito ricco di antichi sepolcri adagiati lungo un viale ombreggiato da alberi secolari che termina con la chiesa incompiuta di St. Honorat, recante una facciata seicentesca che chiude lo spezzone di navata del XII secolo e un campanile a lanterna a pianta ottagonale. Personalmente non ho una grande passione per questo genere di siti, ma la chiesa risulta monumentale ed inquietante, anche grazie alla presenza, al suo interno, di alcuni sarcofagi carolingi.

Successivamente ci siamo diretti all’antifeatro romano, molto ben conservato e conosciuto con il termine di Les Arènes, edificato alla fine del I secolo d.C., utilizzato per le sfide tra toreri e tori della Camargue; presenta due ordini di arcate doriche ed utili, nel corso del Medioevo, quale fortezza militare, come testimoniato dalla presenza di tre torri duecentesche che poggiano sul coronamento superiore, mentre una quarta è andata distrutta.

La visita immediatamente successiva ha visto protagonista il Théâtre Antique, costruito nel periodo augusteo su tre ordini di arcate, più piccolo dell’Arena ma non meno affascinante ed ancora utilizzato per la rappresentazione di spettacoli.

Oramai eravamo già piuttosto cotti, quindi abbiamo fatto una breve pausa per un meraviglioso panino veg con le patatine prima di recarci alle terme di Costantino, dove la plebe, grazie ai prezzi popolari, poteva godere di lunghi bagni rigeneranti, diversamente riservati solo ai patrizi, e contribuendo così a mantenere l’igiene e la salute della popolazione.

Faticosamente, sempre sotto un sole cocente (io oramai vedevo tutte le santità del paradiso), siamo arrivati ai criptoportici del Foro, con ingresso dalla seicentesca ex cappella dei gesuiti: le arcate della galleria poggiano su poderosi pilastri che formano una base a ferro di cavallo, con funzione di base a garanzia della stabilità del Foro e, nel contempo, utilizzato anche come deposito del grano. Ah… a proposito… almeno lì mi sono rinfrescata!

Nella stessa piazza sorgono anche la Cathédral de St. Trophime, dal magnifico portale romanico ed un interno incantevole molto slanciato ed imponente.

La visita termina con una volata al chiostro, bellissimo come tutti i chiostri a mio gusto, nonostante questo sia privo di giardino o di altra vegetazione: vi lascio uno scatto che ne testimonia l’eleganza grazie alle volte a botte e alle arcate a tutto sesto a est e a nord, mentre a ovest e a sud si possono ammirare delle crociere ogivali.

Appena rientrati al campeggio mi sono goduta una rigenerante nuotata in piscina… quindi teniamo duro che domani saremo pronti per una nuova avventura!

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Occitania on the road – giorno 2… toccata e fuga in Provenza

Siamo sempre lungo il Rodano, fiume immenso dalle acque cristalline che dividono l’Occitania dalla Provenza, una meraviglia per lo sguardo e che ci ha regalato una notte molto fresca.

Oggi abbiamo deciso di attraversare il ponte che divide le due regioni: una passeggiata sotto il sole cocente che da Beaucaire ci ha accompagnati a Tarascona, piccolo centro che esula dalla nostra ricerca storica alla volta dei Catari ma che meritava una breve visita, non fosse che per il meraviglioso castello dalla cui altezza lo sguardo si stende sul Luberon, terra ricca di vigneti e di poesia.
Il maniero, storica residenza di Renato d’Angiò, venne portato a termine intorno al 1450 e fino al 1926 venne utilizzato anche come carcere, grazie alle possenti mura merlate e al fossato che lo circonda su tre lati. Vale la pena di essere visitato anche internamente vista la perfetta simbiosi tra imponenza ed eleganza che lo contraddistingue: a mio avviso già solo la vista del giardino interno con i suoi ulivi e il cortile d’onore, meraviglioso esempio di gotico-fiammeggiante, riempiono gli occhi di bellezza.

Il giardino interno
La farmacia
Il cortile d’onore

La tappa successiva l’abbiamo fatta alla chiesa di Santa Marta, che si erge in prossimità del Castello, con la struttura di portata romanica e l’impronta gotica sul campanile, oltre ad un interno di tutto rispetto che racchiude anche la cripta dove riposa il corpo della Santa cui è intitolata la chiesa.

La cripta

Il pranzo è stato breve e modesto, consumato sulle panchine di un parco malmesso e trascurato, come del resto gran parte della città, prima di rientrare alla nostra casa mobile e poter godere di un po’ di fresco grazie alla canna dell’acqua messaci a disposizione dalla gestione dell’area di sosta.

L’opinione che abbiamo avuto di Beaucaire e di Tarascona è stata di due cittadine con molto potenziale, purtroppo abbandonate a loro stesse ed eccessivamente invase da una immigrazione incontrollata che ha contribuito all’evidente degrado, ma non per questo ho avvertito alcun senso di insicurezza.

La Tarasque, leggendario mostro domato da santa Marta ed effigiato nello stemma cittadino

Domani ci rimettiamo in marcia per la prossima città che ci ospiterà… di nuovo on the road!

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Occitania on the road – giorno 1

Chewbecca in Occitania 🤣

Siamo in quattro, con un equipaggio composto da Luca, pilota, Tatiana (me) addetta alla logistica e Margot e Bubu, addette alla proliferazione di pelazzi ovunque, tutti a bordo del nostro camper Chewbecca.
Partiamo da Trieste alle 13.50 del 30 giugno, letteralmente appena terminato di lavorare, carichi e motivati dopo quasi tre anni di disgrazia totale tra lockdown e assurdi divieti di ogni foggia. Il viaggio inizia pieno di allegria e risate pur con la consapevolezza di avere dinanzi a sè tanti, troppi chilometri per potercela fare in giornata, ma noi non desistiamo e poco dopo le 22 arriviamo a Taggia, nei pressi di Sanremo, piuttosto devastati da cantieri e rallentamenti, motivo per cui cerchiamo un parcheggio, prepariamo una cena al volo e ci apprestiamo ad un sonno ristoratore, anche se solo per il pilota in quanto la sottoscritta ha troppo caldo per riuscire ad addormentarsi in tempi decenti.

La mattina seguente ci svegliamo alle sei e mezza, pronti a ripartire ma non prima di una veloce spesa al Lidl, senza immaginare minimamente il casino che ci avrebbe aspettati lungo la strada: tra errori ai caselli autostradali, ingorghi e imbecilli al volante ce la facciamo ad attraversare il Rodano e ad entrare in Occitania, l’antica Linguadoca della guerra dei Catari, lungo le cui tracce si snoderà il nostro viaggio, a partire da Beaucaire, prima tappa cui approdiamo all’ora di pranzo. La nostra prima notte francese la trascorreremo in un’area di sosta che è una chicca, tranquilla ed immersa nel verde, con grande sollievo delle povere quadrupedi, stremate da un viaggio infinito; veniamo accolti da una simpatica vecchina che, per 12 euro (grazie al cielo abbiamo i pannelli solari che ci permettono di evitare l’esoso allaccio elettrico), ci assegna una meravigliosa piazzola sotto ad un ciliegio, comunque completa di camper service.

La nostra area di sosta a Beaucaire

Dopo un velocissimo pranzo frugale abbiamo visitato la cittadina, partendo da una leggera salita che ci ha accompagnati al castello, non visitabile all’interno, ma il cui cammino di ronda è pressoché completamente percorribile gratuitamente, dal quale si apre la vista sull’intera zona sottostante e sul corso del Rodano. Del castello ho rinvenuto poche notizie, a parte il fatto che è sorto su un castro romano nel corso dell’XI secolo e che fu protagonista della crociata contro i Catari, nel 1216, in quanto assediato dai medesimi, guidati da Raimondo VI di Tolosa, il quale rifiutò la richiesta avanzata dal Principe di Montfort di ritirarsi dal maniero con le armi.

Dopo il castello abbiamo fatto una visita velocissima alla chiesa neoclassica di Notre Dame des Pommiers, molto bella e arricchita da un manufatto in onore di Giovanna d’Arco.

Sante parole… troppo spesso dimenticate!

La visita, faticosa non a causa della camminata in sè, ma del caldo atroce che ci ha accompagnati tutto il pomeriggio, è terminata con una passeggiata lungo le rive del Rodano… si sa che solo a vedere una distesa d’acqua si rinasce!

A domani per la seconda tappa!

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Cronaca semiseria di un weekend a Milano

Uscire dalla metro e rimanere con il fiato sospeso…

Primavera, tempo di gite, di weekend lunghi, di tempo trascorso all’aria aperta, anche se a discapito degli esperimenti in cucina che ultimamente latitano, ma amo scrivere di tutto e non solo di fornelli ed impiattamenti.

Dopo un post dedicato a dei borghi un po’ di nicchia, questa è stata la volta di una città metropolitana, di un centro da visitare ma, soprattutto, da vivere: Milano. Sempre a bordo di Chewbecca, il nostro fidato camper, la nostra casetta viaggiante che ogni volta ci regala dei momenti stupendi (e anche le consuete arrabbiature con il frigorifero che parte solo dopo aver preso qualche provvidenziale buca sull’asfalto).

Siamo partiti da Trieste nel primo pomeriggio, dopo aver programmato il tutto nei giorni precedenti, con un fascicolo di fogli stampati (da varie pagine trovate grazie a Google, siamo alla buona noi 🙂 ) in tasca: tutto organizzato o quasi, area di sosta prenotata, visita al Duomo no (mannaggia al pescetto, avremmo risparmiato una fila da paura sotto il sole cocente), con grande rammarico nessuna prenotazione per il Cenacolo, già esaurito per tutto il 2018. Prima di cena eravamo a destinazione, io, marito, figlio (stavolta è venuto con noi dopo due giorni di liti furiose) e le due cagnoline: il tempo di apprezzare l’area di sosta, fornita di docce (quasi) calde, wifi (volante), camper service, meccanico (grazie al cielo perché siamo arrivati sgocciolando gasolio) e tanta cortesia (e meno male visto il prezzo non proprio economico)!

Il programma era il seguente: primo giorno turisti per caso o a malapena organizzati,  secondo giorno shopping a go-go per calmare l’adolescente che lungo tutto il tragitto di andata è riuscito a scardinare i nervi anche ai cani e che già a casa per protesta voleva partire in pigiama dichiarando di volersi affiliare all’Isis per far saltare in aria il camper.

Il programma effettivo è stato questo: sveglia ad un’ora decente vista la distanza che ci separa dal centro, dubbi amletici sulle condizioni meteo e conseguente organizzazione, purtroppo lasciamo le cagnoline in camper vista la problematica della visita al Duomo, e via tra navette, treni e metro… finalmente siamo in centro e stendo un velo pietoso sul delirio per visitare il Duomo!

L’emozione è stata enorme, lo sognavo da quand’ero bambina e a Milano non c’ero mai stata: so solo che uscire dalla stazione della metro e trovarmi il Duomo alle spalle e la galleria Vittorio Emanuele al mio fianco… beh, sono rimasta a bocca aperta! E’ valsa la pena l’attesa, il caldo, il casino sulle terrazze della chiesa, il marito che rompeva ed era nervoso perché odia le file (è austrungarico lui!).

Io ero felice: la fila me la faccio, tanto sono in vacanza e non ho fretta, se mi arrabbio la fila rimane, non posso passare sulla folla con un trattore quindi tanto vale rilassarsi e godersi il panorama sulla piazza, no? Pertanto l’ho mandato a quel paese e l’ho fatto tacere!

Trovarmi a passeggiare tra le guglie gotiche svettanti verso un cielo azzurrissimo (bestia che caldo, era da ustione) è stato da brividi, guardare giù e vedere i gargoyle sotto di me… beh, robe che nemmeno il Gobbo di Notre Dame! Semplicemente bello, bello, bello!

Ma quanto sono belle le guglie?

Emozione pura…

Sembra un bosco magico

La magnificenza dei gargoyle

Valeva la pena farsi la fila!

Avrei scattato foto all’infinito

Per non far mancare il nervoso al marito (sempre più austroungarico) abbiamo rifatto la fila per scendere all’interno del Duomo, sotto un sole sempre più cocente (alla faccia delle previsioni di grandinate intense), ampiamente ripagata dal brivido finale nel trovarsi tra i colonnati maestosi e inondati dai canti gregoriani che si spandevano nell’aria: una magia che è riuscita a calmare anche i bollenti spiriti del marito (finalmente un po’ meno austroungarico)!

Non è una cosa da sogno?

Colonne su colonne che non finiscono mai

E vetrate da sogno

Terminata la complessa visita alle terrazze, al Duomo e all’area archeologica che permette di comprendere l’evoluzione dell’area nel corso dei secoli, previa tappa al McDonald di piazza Duomo (altra fila per l’ordinazione più una per il ritiro e l’altra per i bagni, ndr), ci siamo diretti al Castello Sforzesco, dove l’adolescente ed io siamo stramazzati al suolo sull’erba del prato del cortile interno mentre l’austroungarico cercava febbrilmente altre file da fare per sostenere la propria tesi di città incasinata.

 

L’area archeologica a testimonianza della precedente costruzione: questo era il battistero

A sera ce l’abbiamo fatta a rientrare, di nuovo tra metro, treno e bus, più morti che vivi, e ancora con l’incubo delle cagnette da portare a spasso e che l’indomani ci avrebbero odiati pentendosi di non essere rimaste nuovamente in camper a dormire!

Un altro sogno esaudito

Non ci potevo credere d’esser qui!

Bella eh?

Abbiamo ripreso il nostro peregrinare il giorno seguente, con le cagnette al seguito, iniziando (dopo la consueta trafila di treni, metro eccetera) con i Navigli e l’adolescente incazzato (non vedo i negozi che mi avete promesso!), per arrivare finalmente con calma a farci spennare lo stipendio dal minore, seppur con indulgenza considerato che in quanto a negozi Trieste può concorrere con il terzo mondo.

Ecco, voglio soffermarmi proprio qui, ai Navigli, forse l’unica nota “di nicchia” di queste due giornate a fare file: nati già all’epoca dei Romani per non isolare l’antica Mediolanum e renderla indipendente grazie al flusso d’acqua garantita da canali navigabili che di fatto la collegavano ai laghi circostanti e, nel progetto ingegneristico dell’epoca, al mare; opera che venne successivamente ripresa e perfezionata anche da Leonardo da Vinci e che oggi allieta una zona rivalutata e ospitante dei meravigliosi angoli verdi e molti locali intimi e deliziosi.

Angolini deliziosi lungo i Navigli

Il resto ve lo cercate su Google, vero? Non voglio fare la guida turistica e pedante che sennò non mi rileggo nemmeno io, ma solo condividere con voi gioie e dolori di una città da vivere con cagnette ed adolescente incazzato al seguito.

Sciarade agli angoli di strada

 

 

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Un weekend per scoprire i Colli Euganei

Ogni anno trascorriamo la Pasqua lontani dalla nostra città, almeno sino a due anni fa, quando la nostra meta fu Budapest, poi purtroppo gli eventi ci hanno bloccati in casa mentre quest’anno ci siamo goduti il nostro primo weekend da sposini (vabbè, a parte le cagnolone che ci hanno accompagnati!), una Pasqua senza nostro figlio, per me un gran dispiacere ma aveva altri obiettivi 🙁

Avendo a nostra disposizione solo due giorni e mezzo, comprensivi di viaggio, abbiamo optato per un obiettivo relativamente vicino a casa: i Colli Euganei, con visita a Montagnana, Arquà Petrarca e Monselice, tre borghi bellissimi grazie alla cui bellezza medievale mi sono sentita come fossi tra le colline umbre.

La prima tappa è stata Montagnana, città fortificata del padovano, cui è stata conferita la Bandiera Arancione per la valorizzazione del territorio, nonchè facente parte dell’Associazione I Borghi più belli d’Italia: complesso fortificato tra i cui vicoli spiccano molteplici reminescenze rinascimentali, con un centro storico avvolto dalla cinta muraria di architettura medievale europea, ancora ben conservata nonostante i secoli dalla loro costruzione a difesa del castrum.

Montagnana più che descritta va vissuta passeggiando con la mappa tra le mani e il naso all’insù e con la voglia di arrampicarsi sull’enorme scalinata del mastio, dal quale si gode di una magnifica vista sulle zone limitrofe, che si stendono verdi oltre il fossato a protezione delle mura.

Cinta muraria

In cima al mastio

Panorama dal mastio

Sotto una delle porte di Montagnana

I comignoli particolarissimi di piazza Vittorio Emanuele II

La seconda giornata l’abbiamo dedicata ad Arquà Petrarca: un sogno! Mai avrei detto di trovarmi in Veneto, bensì tra i colli umbri… una distesa infinita di morbide colline disseminate di uliveti, un panorama spettacolare dominato dal paese fortificato, tra mura medievali e sentierini stretti che si inerpicano lungo il borgo.

Inevitabile porre l’accento sull’ultima dimora del poeta, maestosa anche se (a parer mio) eccessiva: un’arca marmorea che ne ospita le spoglie dopo la traslazione dall’interno della chiesa parrocchiale, per volere del genero, che tuttavia rendono l’idea della maestosità del personaggio e che, anche dall’aldilà, incute una certa soggezione a chi ne visita il monumento funerario.

Ben più gradevole è la casa di Petrarca, umile ma deliziosa dimora che l’ha ospitato nel corso degli ultimi anni della sua vita: un piccolo edificio a due piani, cui vi si accede per il tramite di una doppia scalinata che permette, dalla sommità, di godere di una vista incantevole sul giardino che la circonda, un’autentica oasi di pace e tranquillità che all’epoca ha allietato gli ultimi anni del poeta. Particolare burlone è il corpo di quella si dice fosse la sua gatta (è assodato che si tratti di una fictio), il quale giace incorniciato in uno dei saloni della casa: particolare che potrebbe sembrare macabro se non fosse che secondo me assomiglia più ad un coniglio privo di orecchie e tutto sommato dà un’impressione piuttosto grottesca.

Arquà è da girarsela tutta, tra vicoletti e angoli deliziosi, anche per scoprirne quello che a parer mio è un autentico gioiello gastronomico: il Brodo di Giuggiole, liquore delizioso a base di giuggiole, frutto che in zona abbonda, e dalla cui bontà nasce il detto “andare in un brodo di giuggiole”. Naturalmente per i meno alcoolizzati 🙂 c’è l’alternativa delle giuggiole sotto spirito, che rendono bene la golosità del frutto locale.

Accesso alla casa del Petrarca

Un angolino del giardino, che è disseminato di sentierini in ghiaia

Il giardino: spettacolare!

Particolare degli arredi interni

I soffitti cassettoni sono di una bellezza…

Vogliamo parlare della burla della gatta imbalsamata?

La piazza antistante il monumento funerario del poeta

La chiesa all’interno della quale ha riposato il Petrarca prima della traslazione e, avanti ad essa, il monumento marmoreo

Particolari delle antiche vie del borgo

Altri scorci stupendi

Gioco di luci ottenuto da una copertura trasparente: un tocco di modernità tra i vicoli medievali

Un tripudio di uliveti

Un ultimo saluto al borgo prima di avviarci alla volta di Monselice

Con gli occhi ancora pieni di bellezza lasciamo a malincuore Arquà e ci avviamo alla volta di Monselice, ultima cittadina della nostra breve vacanza: carina, un centro piccolo e a misura d’uomo, ma la meraviglia si spalanca quando si decide di salire al Castello e al Santuario delle Sette Chiesette.

Il Castello prevede una visita guidata, bellissima, ma decisamente troppo affollata e resa faticosa anche a causa dello scarso livello di educazione di alcuni visitatori, tuttavia il tour si snoda tra i vari locali e il cortile del palazzo, non solo meraviglioso, ma anche conservato alla perfezione: qui non posso mostrarvi granchè a causa del divieto di scattare foto, ma ci è stato accordato il consenso di immortalare le cucine… una chicca!

Il Castello

Le cucine

Le cucine

Particolare del cortile

Il Santuario delle Sette Chiesette è costituito da un grazioso percorso lungo il quale si snodano sei cappellette che hanno ottenuto dal papa Paolo V l’attribuzione delle medesime indulgenze spettanti ai pellegrini che si recavano in pellegrinaggio presso le sette principali basiliche di Roma; ‘ultimo santuario è quello maggiore, l’Oratorio di San Giorgio, costruito su di una pianta circolare concentrica rispetto alla muratura interna e ospitante le spoglie mortali di figure di spicco della chiesa cattolica, tra cui San Valentino.

Una delle sei cappelle

Il timpano caratterizzante tutte le sei cappelle del percorso

Particolare della volta interna di una delle cappelle

Particolare dell’Oratorio di San Giorgio

Volta dell’Oratorio di San Giorgio

Esterno dell’Oratorio di San Giorgio

Uno dei leoni posti all’ingresso dell’area sacra

Interno di una villa storica sita lungo la salita che porta al colle dell’area sacra

Ancora un angolo delizioso anche nella parte moderna di Monselice

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