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Cibo per la mente

Letture

“L’ora di greco” di Han Kang

Dopo aver letto alcuni libri di questa autrice, la quale scrive divinamente, stante il fatto che ogni opera è profondamente diversa dall’altra, ho voluto affrontare anche questo, trovandomi quindi dinanzi ad un romanzo molto strano, intimo, delicato e frammentato.

I protagonisti non hanno alcun nome, ma lei non riesce più a parlare a causa di un trauma psicologico, come già occorsole in passato e all’epoca guarita grazie a delle “parole nuove” da apprendere, motivo per il quale decide di affrontare un corso di greco, con la speranza di indurre la propria mente a riprendere il corso delle parole. In questa occasione incontra il proprio insegnante, un uomo dal nome sconosciuto e che affronta anch’egli una perdita progressiva, quella della vista: siamo dinanzi a due nomi sconosciuti accomunati ciascuno dalla propria perdita, da una mancanza fisica che diviene una perdita morale e, se possibile, anche sentimentale.

Lei è minata dall’assenza di un figlio, affidato improvvisamente ad un marito lontano che non appartiene più alla sua vita, mentre lui è oramai rassegnato alla perdita di un amore che non potrà mai avere, che progressivamente non potrebbe nemmeno più vedere, il che li porta ad avvicinarsi nella reciproca ricerca di un conforto. Lei di fatto, immergendosi nello studio di una lingua antica, cerca una consolazione nei silenzi del proprio insegnante, creando un intersecarsi gentile e pudico di ricerca del calore umano.

Se questo libro mi sia piaciuto o meno ancora non lo so e ne è la prova che abbia lasciato trascorrere così tanto tempo tra la lettura e queste righe, in quanto necessitavo di lasciar sedimentare il tutto, tuttavia ciò che posso affermare con certezza è che Han Kang scrive in maniera divina, ha una prosa rara e preziosa, il che permette anche ad testo anomalo e frammentato come questo di diventare un piccolo gioiello.

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“Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde”

Può sembrare una recensione scontata vista la fama che precede tale opera, ma a mio avviso non lo è: quanti si sono visti imporre questa lettura a scuola, ad un’età non consona e non atta alla comprensione dell’essenza dell’opera? A me è andata anche peggio in quanto mi si imponevano i classici di Tolstoj o di Verga, facendomeli odiare e che chiaramente sono riuscita ad evitare come la peste, portando anche l’attenzione su quanto sbagliata possa essere l’imposizione, spesso rea di generare un disamore indotto nei confronti della lettura. Una sola volta ho sentito un (bravissimo) insegnante dire “leggete quello che preferite, ma fatelo, almeno un libro durante tutta l’estate, ma che vi piaccia”… la ola!!!

Piccolo momento polemico terminato e ritorno al libro: lo conoscono più o meno tutti (io in realtà non ne sapevo granchè per il punto di cui sopra), ma il significato recondito dell’opera è mirabile! La doppiezza umana, le bassezze di cui è capace una persona è qualcosa di inenarrabile, il tutto nascosto dietro un paravento, perchè di questo si tratta riferendosi al ritratto, a quello che nella versione originale è definito “the picture”, termine che va al di là della semplice definizione di ritratto.

Tutta la storia ruota attorno a tale quadro, dipinto da Basil Hallward, amico di Dorian e sul quale vengono scaricate tutte le conseguenze della vita dissoluta e libertina del protagonista, il quale in questa maniera mantiene la propria integrità fisica, a dispetto di quella morale, assolutamente inesistente; secondo Dorian e l’amico Henry Wotton, vera e propria figura malefica che spinge Dorian verso il baratro, la bellezza e l’appagamento sessuale sono gli unici valori da soddisfare, anche a costo della sofferenza altrui. Il finale è esplicativo di tutte le malefatte di Dorian e tutto sommato appare quale una vendetta ed un momento di soddisfazione per il lettore.

Chissà se me l’avessero proposta a scuola…

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“Il libro bianco” di Han Kang

Perchè consideriamo preziosi i minerali che luccicano, come l’argento, l’oro e i diamanti? Secondo alcuni, si deve al fatto che gli uomini primitivi identificavano il luccichio dell’acqua con la vita. L’acqua che brilla è pulita. Solo l’acqua potabile – fonte di vita – è limpida. Ogni volta che, dopo aver vagato in gruppo attraverso deserti, foreste o paludi putride, avvistavano in lontananza lo scintillio bianco di uno specchio d’acqua, dovevano provare una gioia struggente. Quella, per loro, era la vita. La bellezza.

Di questa bravissima autrice avevo già letto “Atti umani”, “La vegetariana” e “L’ora di greco”, tutte opere bellissime, molto diverse tra di loro ma accomunate da una prosa perfetta, la stessa che caratterizza anche “Il libro bianco”, pur trattandosi di un libro profondamente diverso dai precedenti.

Si tratta di un’opera estremamente intima, lirica, frammentata in brevi capitoli che sembrano dei pensieri appoggiati casualmente e con leggerezza sulle pagine, creando nell’insieme un libro evocativo che esplora il lutto e riflette sulla vita, sulla sua fragilità, sulla memoria dei dolori che la accompagnano, il tutto con una prosa poetica e delicatissima che incentra la trama sul colore bianco, il colore della purezza e dell’infanzia.

L’autrice tocca con delicatezza l’evento della morte della sorella, nata prematura e sopravvissuta solo poche ore, in una sorta di diario personale in cui affronta il dolore ma anche la possibile rinascita, intrecciando una serie di riflessioni quasi filosofiche alla concretezza di un periodo trascorso a Varsavia in età adulta, città in cui sono state vergate le prime pagine del romanzo.

Ho letto pareri contrastanti in merito a questo libro in quanto c’è chi lo ritiene un mero esercizio stilistico deteriore rispetto ai lavori precedenti, mentre c’è chi ne apprezza la scrittura; personalmente le prime pagine mi hanno trovata perplessa ed impreparata, eppure ho continuato la lettura rapita dalla prosa impeccabile di Han Kang, per poi comprendere dove volesse andare a parare ed apprezzarne il contenuto. E’ un libro piccino che si legge in poche ore e che vola come un soffio nella sua impalpabile delicatezza, quella che ci fa comprendere la bravura di un’autrice che, dalla ferocia e crudezza di “Atti umani”, sia stata in grado di realizzare un’opera così lieve.

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“Tra le pagine di un amore perduto” di Frida Skybäck

Oggi vi propongo un libro coccola, uno di quei romanzi “cozy” che ogni tanto rilassano e conciliano con il mondo; vengo da un periodo di tante letture e anche impegnative, che qui vedrete con calma, quindi ad un certo punto ho iniziato a cercare qualche libro soft che non richiedesse un eccessivo sforzo mentale.

E’ un romanzo al femminile in cui Rebecka, per accudire la nonna Anna in un momento critico, da Stoccolma si reca in Scania, regione in cui Anna possiede anche una casetta che, all’arrivo di Rebecka, è alquanto male in arnese. Ne segue una serie di tentativi, da parte della nipote, di rendere l’edificio più accogliente effettuando anche una serie di riparazioni e proprio in occasione del tempo trascorso impegnata nei lavori manuali, Rebecka ha modo di conoscere alcuni vicini di casa, ma soprattutto di mettere a confronto la vita frenetica della metropoli con quella della quotidianità rurale e di iniziare a comprendere quali siano i veri valori di cui tener conto.

La critica che posso fare a questo romanzo è la costruzione dell’intera seconda parte su un periodo storico e sulle sue vicende oramai triti e ritriti da molteplici autori, peccando quindi di mancanza di originalità. E’ comunque un libro coccola, la cui copertina è esemplificativa e rappresenta il romanzo al meglio, un concentrato di valori e di buoni sentimenti, è un po’ come una tazza di tè davanti al camino mentre al di fuori ulula il vento, è una copertina calda in pieno inverno, è davvero una chicca per animi romantici.

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“Tre nomi” di Florence Knapp

… Pearl si china a toccare le orecchie vellutate del cane, che le si arrampica sulla gamba, desiderando avvicinarsi ancora di più a lei. Coglie alcuni frammenti della conversazione: i cani non hanno bisogno di vivere a lungo come gli esseri umani, sono bravi a trovare la gioia nella vita, come se fossero stati messi su questa terra per catturare una certa quantità di felicità prima di andarsene a lavoro concluso.

Questo è uno dei romanzi più gettonati di quest’anno e indubbiamente è stata una bellissima lettura, non il libro del secolo ma sicuramente interessante, scritto bene e soprattutto originale.

Nel mentre il maltempo infuria, all’interno di una stanza nasce un bimbo, dando origine sin da subito ad una trama fatta di scelte che si intrecceranno in una sorta di “sliding doors”, creando degli scenari alternativi e profondamente diversi tra loro; Cora, la mamma del bimbo, esita nella scelta del nome da attribuire al neonato in seguito alla forte pressione psicologica che subisce da Gordon, il marito, il quale pretende che il figlio porti il proprio nome in ossequio ad una tradizione familiare.

E se invece il bimbo si chiamasse Bear, come proposto dalla sorella maggiore, oppure Julian? Cambierebbe anche il futuro di chi lo porta? Quel che è certo è che, comunque sia, ci troviamo davanti ad una violenza domestica terrificante, questo è un trigger warning dovuto, una violenza fatta di botte, lividi, umiliazioni, paura, rassegnazione, in un quadro psicologico devastante.

Tuttavia dopo la botta allo stomaco dei primi capitoli inizia la dolcezza, la tranquillità e una vita di riscatto, pur se tutto declinato in tre direzioni difformi tra loro, come poc’anzi prospettato, a dimostrare una rosa di possibilità sempre plausibili dinanzi al presente più complesso.

L’autrice ci regala una narrazione coraggiosa e potente di una famiglia disfunzionale, oltre all’interrogativo secondo il quale potremmo essere responsabili del nostro futuro? Potremmo essere noi a scegliere come vogliamo essere? Le tre linee narrative sono molto ben delineate e non confondono mai il lettore, inoltre regalano tre diverse possibilità, tre speranze di vita, tre futuri possibili nonostante tutto, tre possibilità di riscatto a dispetto del dolore. Perché non scegliamo solo un nome, ma il nostro futuro.

Ho scelto questo libro in occasione della Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore
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“Aspettami al Caffè Napoli” di Chiara Gily

Il pantano sarà anche stagnante, ma è tiepido e rassicurante, e tuffarsi in acque sconosciute non è sempre rigenerante. Nel dubbio, quindi, meglio restare fermi.

Alle cascate di acqua gelida ho sempre preferito uno stagno di acqua tiepida, senza rendermi conto che si sarebbe potuto trasformare in pantano.

Nonna Lidia aveva ragione, perché alla fine se si guarda in basso e i piedi non si staccano dal terreno non si può cadere né fare scivoloni improvvisi. Una cosa, però, non la sapeva: è impossibile spiccare il volo.

Dopo un periodo di letture impegnative e spesso intense, complice la bella stagione, mi è venuta voglia di qualcosa di “cozy”, di leggero e di farmi quattro risate; avevo in libreria questo volumetto con la copertina allegra e ricca di colori e mi ha attratta immediatamente… me lo sono divorata in due giorni con enorme soddisfazione!

L’avevo acquistato all’usato in quanto parla anche della mia città, Trieste, a seguito del trasferimento della protagonista, Lidia, da Napoli proprio nel capoluogo giuliano: ovviamente le cose non possono andare mai lisce come uno si aspetta, quindi ben presto ella si trova a dover rientrare nella propria città natale, dando inizio ad una serie di avvenimenti degni della migliore delle commedie.

La narrazione è graziosissima, pur se non curata in alcuni approfondimenti (ho letto un paio di strafalcioni “tecnici” abbastanza epici), ma assolutamente gradevole, anche nei paragoni azzeccatissimi che riguardano la napoletanità e la triestinità, che a ben vedere mi hanno fatta sbellicare per quanto siano stati pertinenti.

In questo romanzo c’è tutto: il valore della famiglia tradizionale, l’amicizia, la riconoscenza, i sentimenti disinteressati, la creazione di un perfetto esempio di imprenditoria femminile nato dal nulla e dalla creatività delle donne, è una chicca per l’anima, lontano dai soliti “politically correct” che ci vengono propinati un giorno sì e l’altro pure, è proprio come un sorso di acqua fresca!

Un applauso all’autrice che mi ha regalato un sorriso senza scadere nel cliché della banalità.

Letture

“Il canto dei cuori ribelli” di Thrity Umrigar

“Guarda al futuro, figlia mia”, le ripeteva il padre. “E’ per questo che i nostri piedi sono rivolti in avanti e non all’indietro “.

”Proprio così “, ha detto Anjali. “E’ per questo che devi imparare a guardare dentro di te. E’ un nuovo modo di guardare, per vedere la vera te. Il fuoco ti ha portato via molto, ma ti ha anche lasciato molto. Capisci?”…. “L’acciaio”, mi ha detto, “è forgiato dal fuoco “.

”Da bambini ci avevano insegnato ad aver paura delle tigri e dei leoni. Nessuno ci aveva insegnato quello che so oggi: l’animale più pericoloso al mondo è un uomo ferito nell’orgoglio “.

Oggi conosco la verità: il vero colore del mondo è il nero. La rabbia è nera. La vergogna e lo scandalo sono neri. Il tradimento è nero. L’odio è nero. E un corpo bruciato e fumante nero, nero, nero. Il mondo, dopo aver assistito a una tale crudeltà, diventa nero. Svegliarsi in un mondo cambiato è nero.

Ogni volta Mohan aveva preso la strada meno facile, e lo aveva fatto senza pensarci, come se non ci fosse altra scelta. Forse, alla fine, era in quello che consisteva l’amore: nel fare la cosa più difficile.

Già la copertina a mio avviso trascina il lettore in un’atmosfera calda ed evocativa, così com’è accaduto a me che già nel leggere le prime pagine ero ricorsa al motore di ricerca per conoscere l’aspetto del Portale dell’India il quale, con il suo color ocra, è rappresentativo dell’atmosfera di Mumbai.

In queste prime pagine incontriamo Smita la quale, dopo aver lasciato l’India a quattordici anni per volare negli Stati Uniti, vi fa ritorno unicamente per motivi lavorativi e a sostegno dell’amica Shannon, impossibilitata a seguire il caso di Meena, una delle tante donne indiane sfortunate e perseguitate da una società ottusamente patriarcale.

Shannon si trova bloccata per motivi di salute, motivo per il quale Smita viene affiancata da Mohan per seguire le vicende di Meena, immergendosi in quella cultura indiana e in quelle atmosfere tanto care a Mohan ma che Smita ha accantonato da anni a favore dello skyline della metropoli. Ciò porta Mahon ad osservare con occhio più critico le bruttezze sociali del proprio paese, ammettendone le carenze e la profonda ignoranza di alcuni ceti sociali a discapito della libertà femminile, mentre per contro Smita perderà un po’ di quella intransigenza acquisita con l’espatrio, affascinata nuovamente dai colori e dal profumo del proprio paese natale.

E’ un romanzo potente in cui i destini di due donne si legano nonostante le rispettive diversità, scoprendo dei punti in comune che le avvicinano e che le porta a combattere insieme per una causa che riguarda qualsiasi donna che si trovi a dover scegliere tra libertà ed onore.

L’atmosfera descritta magnificamente dall’autrice è ricca di bellezza, di tradizioni, ma anche di troppe vicende oscure, di omertà e di ricerca costante di libertà; al lettore viene offerto un romanzo stupendo che profuma di spezie e che si illumina di tramonti color ocra, di storie dolorose e rabbiose, di ricerca di giustizia, verità e libertà.

Promosso con lode!

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“La settimana bianca” di Emmanuel Carrère

Ho iniziato questo romanzo spinta sia dalla sua brevità, stante il poco tempo a mia disposizione in questo periodo, sia dalla fama che a quanto pare lo precede ma, ancora una volta, mi sono resa conto che i libri più amati dal pubblico dei lettori non sempre li gradisco… e così è stato.

Vengono narrate le vicende di Nicolas, un bimbo timido e ricco di fantasia, proveniente da una famiglia alquanto anomala in quanto il padre, venditore di dispositivi sanitari, è costantemente in viaggio mentre la madre viene descritta come un’ombra taciturna e pressochè inesistente. Nonostante la sua contrarietà il ragazzino viene mandato in settimana bianca con la propria classe, accompagnata da una docente e da un paio di animatori e sin da subito egli si trova ad affrontare il primo grosso problema visto che il padre, figura ingombrante, si rifiuta di farlo partire con i compagni di classe per accompagnarlo di persona, privandolo quindi della gioia del viaggio con i compagni; oltretutto dimentica di lasciargli lo zaino, il quale rimane nel bagagliaio della macchina scordato completamente dall’uomo, che nemmeno dopo chilometri e varie fermate se ne rende conto, motivo per il quale Nicolas si trova in grosse difficoltà essendo completamente privo di tutto, dallo spazzolino da denti al cambio d’abiti e, ovviamente, all’attrezzatura sportiva.

Da qui inizia quello che dovrebbe costituire il fulcro della narrazione, il mistero che io non ho trovato nemmeno a cercarlo con il lumino, però posso dire che ci si trova davanti ad un romanzo riflessivo, lento e descrittivo nei confronti dei voli di fantasia di Nicolas, spesso vessato dai coetanei e che cerca rifugio nel suo mondo interiore. Il finale rimane tutto sommato abbastanza aperto nonostante il lettore sia accompagnato dall’autore a trarre da sè le proprie conclusioni (saranno corrette?), definendo il testo come un bellissimo libro di impronta psicologica, che a me però non ha lasciato nulla. Onestamente non vedevo l’ora che finisse per poterlo rivendere e non vederlo nemmeno sullo scaffale della libreria; sia chiaro che vi sono dei libri lentissimi e lirici che ho amato alla follia ma questo proprio no, non so se sia un mio limite o se alcuni autori vengano portati alle stelle immeritatamente, probabilmente sono una lettrice pretenziosa e per soddisfarmi ci vuole ben altra letteratura, ma la mia opinione in merito purtroppo non promuove questo romanzo.

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“Slewfoot. Una storia di stregoneria” di Brom

“Slewfoot” è stato un romanzo che mi ha attirata sin da subito, una di quelle attrazioni a pelle che non ti spieghi ed infatti ho fatto di tutto per trovarlo all’usato ad un prezzo abbordabile. Appena tra le mie mani l’ho iniziato divorandone le pagine in brevissimo tempo, tant’è la scorrevolezza della narrazione!

L’atmosfera è cupa e anche qui, come in altri libri letti in questo periodo, la figura chiave è femminile, ribelle e, nello svolgimento della narrazione, tocca corde orrorifiche: vero è che si parla di demoni, di spiriti e di rituali, tuttavia la vera bestialità che emerge da questo bellissimo romanzo è quella della razza umana e della sua imperitura ignoranza.

Siamo nel 1666 (e già la sequenza di 6 è tutta un programma), anno in cui Abitha, una neocolona del Connecticut, perde il marito, un uomo impostole ma che la ama profondamente, e si trova ad essere una donna sola in un villaggio ove vige il puritanesimo più rigido; tuttavia ella difende con ogni mezzo la propria indipendenza, nonostante il duro lavoro nei campi per la propria sopravvivenza, trovando un alleato in un signore della foresta, una misteriosa figura priva di memoria di sè e che ella chiama “Slewfoot”. Il rapporto tra i due cresce pagina dopo pagina e ne nasce una fiducia ed un rispetto reciproci inaspettati, e mentre Abitha si trova a dover fronteggiare la cattiveria che la circonda cercando di distruggerla per ridurla in condizione di schiava del cognato, alla stessa stregua Slewfoot affronta il proprio passato dimenticato, portando ambedue a trovare la propria verità.

La narrazione è splendida, perfetta per narrare una storia di ribellione, di femminismo, di rabbia, di indipendenza e resilienza, in essa vi si ritrova una simbologia ancestrale in cui la natura fa da padrona dinanzi al veleno umano, passando dalla violenza verso la donna alla caccia alle streghe.

Stupendo!

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“L’estate che sciolse ogni cosa” di Tiffany McDaniel

“E’ detta la Scala della Caduta, ed è così che viene spinto giù dal paradiso chi non merita di restarvi, come me. E’ un volo spaventoso, un ruzzolone di sette milioni di gradini, una punizione che non può essere dimenticata. Precipitando, si sbatte contro ogni singolo gradino, sette milioni di spigoli fatti per fare male, e farti riflettere sugli errori della tua sfida. Il dolore è abbastanza vivo da strappare uno spazio alla poesia, dove ogni livido è un verso e le rime sono gemiti che fanno eco una all’altra. E’ una cosa terribile per un angelo, perché le ali non sopravvivono alla caduta. Il volo di un tempo diventa magia da uccelli che non si sperimenterà mai più. Com’è poco duratura la piuma per l’angelo che conosce lo scontento. In fondo, non fu forse questa, la mia caduta? L’insoddisfazione di non potermi muovere da un solo posto, di non poter mai cambiare vestito. Ma io ero stanco di essere il figlio obbediente che si umilia coltivando gli ordini del padre. Volevo la mia vita. Volevo una buona vita.

Dio non è uno stolto. Ha fatto in modo che la caduta sia una tortura penosa. A ogni gradino ti si presenta una mano che sembra offrirti una possibilità. Tu ti volgi indietro e la afferri, persuaso che così facendo non verrai più cacciato. Ma nessuna tua supplica, nessuna tua resa in realtà è sufficiente a revocare la punizione. E’ questo l’inalienabile tormento della caduta. Benché si tratti di un evento divino, lo strazio è alquanto ordinario. Il supplizio di provare speranza solo per scoprire che non esiste speranza. Sperare significa cedere alla seduzione della leggenda secondo cui ci viene data una seconda possibilità nella vita.

Quando giunsi all’ultimo gradino, il sette milionesimo, mi fu offerta una mano diversa dalle altre. Erano dita che avevano modellato l’argilla, come intorpidite dal lungo lavoro della creazione. Quella mano mi portò alle labbra la parola Dio.

Le altre sapevano sin dal primo momento che alla fine mi avrebbero lasciato andare e in quel loro gesto c’era solo crudeltà. Ma la sette milionesima mano si trovava davanti a una scelta. Mi avrebbe lasciato o mi avrebbe tirato su? Mi avrebbe restituito le mie piume? Mi avrebbe perdonato? Mi avrebbe chiamato ancora una volta figliolo?

La prima natura di quella mano è il calore. La seconda, di dare dignità alla mia speranza stringendomi con più forza di tutte le altre. Ma soprattutto, era puro amore. Accostando tutti i cuori di questo mondo non si giungerebbe nemmeno a immaginare cosa possa voler dire essere amato a quel modo. Fu così che capii che la sette milionesima mano era quella di Dio.

Mentre penzolavo dal cielo appeso alla Sua mano, sapevo che Egli non desiderava lasciarmi andare. Ma sapevo che se non lo avesse fatto, quella sarebbe stata la Sua rovina. Così, davanti a una simile scelta, fui io a mollare la presa. Per il Suo bene. Dovevo cadere. Dovevo essere il Diavolo, perché Lui potesse essere Dio”.

Tratto dal capitolo VII.


Ho iniziato questa lettura aspettandomi nulla più di un romanzetto leggero, quasi un libercolo da spiaggia, e invece mi sono trovata dinanzi una narrazione che mi ha spiazzata, ricca di temi trattati e che mi ha portata a divorare pagine su pagine in pochissimi giorni.

Siamo dinanzi alla dicotomia tra il Bene e il Male, i due opposti della nostra esistenza, della nostra morale e delle nostre azioni, e ciò si pone alla base di un racconto leggero ambientato in una cittadina americana, nel 1984, anno in cui questa vede l’arrivo di Sal, un ragazzo dalla pelle nera e gli occhi verdi e che afferma di essere il diavolo. L’intero romanzo, di fatto, è una continua discesa agli inferi grazie al male dilagante in un’atmosfera erosa da un calore anomalo che divora letteralmente la cittadina di Breathed, in un continuo e costante sciogliersi di ogni cosa, dall’equilibrio degli abitanti alla capacità di discernimento degli stessi, in una sempre maggior confusione tra il bene e il male.

Chi è Sal? E’ veramente il Diavolo? E’ Lucifero? Non voglio spoilerare nulla perchè questo libro è un capolavoro assoluto, è poesia pura, è una pugnalata al cuore, con un finale che comunque lascia molti interrogativi e spazio interpretativo, tuttavia ciò che realmente conta è quanto accade nel viaggio della lettura e anch’io, che sono contraria ai finali poco definiti, questa volta sono disposta a soprassedere e a promuovere a pieni voti questa chicca. Leggetelo, non ve ne pentirete.

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