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Cibo per la mente

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“Uomini e topi” di John Steinbeck

Questo è uno di quei titoli che senti da sempre, collegati ad un gran nome della letteratura statunitense, poi però ci pensi che non hai mai letto nulla di Steinbeck e magari ti senti un po’ in difetto (insomma, una capra dai), quindi cerchi di recuperare partendo dal romanzo più breve. E in effetti breve lo è davvero, una lettura da un pomeriggio sulla quale io però mi sono bloccata, non so se grazie (a causa, direi) della nota ed eccelsa traduzione ad opera di Cesare Pavese, che personalmente non vi consiglio, tant’è che qui vi riporto la copertina relativa ad una versione diversa.

Piccola nota: spesso nello scorrere dei capoversi mi sono chiesta… “ma questo come parla?” … ecco, per capire il perché ci ho messo così tanto a portare a termine la lettura.

A livello sociologico indubbiamente è uno scritto interessante, trattandosi di un’amara vicenda al limite della denuncia sociale in quanto affronta ed evidenzia l’emigrazione contadina all’ovest, terra in cui negli anni post Depressione i braccianti, illusi dal grande sogno di un appezzamento di terra, si vedranno delusi e defraudati di ogni sogno di un futuro possibile.

Simbolo di ciò sono le vicende di due braccianti, il saggio George e il gigante buono ma sconsiderato Lennie, che trovano un impiego in un ranch della California, legati da una solida amicizia che permette loro la sopravvivenza grazie all’ingegno del primo e alla forza fisica del secondo. Tuttavia anche l’amicizia più grande, di fronte alla sopravvivenza, talora non ha vita lunga…

Ho molto altro da leggere del medesimo autore, onestamente ho il dubbio di essere partita dal libro peggiore, ma non mi pronuncio. Se lo consiglio? Per quelle poche pagine anche sì, a livello storico e sociale ha il suo perché, ma scegliete una traduzione più attuale.

In caso io vi lascio il consueto link affiliato: Uomini e topi

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“Ninfee nere” di Michel Bussi

Oggi vi propongo un romanzo che tratta di omicidi, di un mistero, ma anche una narrazione che ci accompagna per mano in una regione meravigliosa, la Normandia, terra che ho amato dal primo istante che l’ho respirata. “Ninfee nere” si apre con un omicidio sulle rive del ruscello che attraversa Giverny, idilliaco borgo che ispirò la pittura di Monet e che, nonostante la macabra scoperta, viene descritto con passione e poesia, tant’è che tutta la prima metà del libro non me la sono sentita di classificarlo quale un giallo, un thriller o comunque una narrazione di questa tipologia.

Personalmente ho faticato molto a seguire le vicissitudini e i ragionamenti dell’ispettore Serenac e del suo vice, confusa sia dai nomi non essendo avvezza al francese, sia da una narrazione a me non confacente, tuttavia mi è stato chiaro sin dall’inizio che l’intera vicenda gira intorno a tre figure femminili: Fanette, dotata undicenne appassionata di pittura, Stephanie, insegnante di una bellezza delicata e mozzafiato, e l’anziana abitante della torre del mulino del paese.

La trama si sviluppa in maniera delle volte complessa, anche controversa, sempre seguendo le tracce di Monet e delle sue opere, delle sue ninfee, con una narrazione molto delicata a dispetto del tema trattato, e che a mio avviso si inizia a seguire al meglio nella seconda metà dell’opera, in un susseguirsi di cambi direzionali e temporali che delle volte disorienta il lettore, specie finché non si inizia a comprendere il gioco di incastri magistralmente tessuto dall’autore.

Posso dire, con sincerità, che l’inizio del libro mi ha annoiata, mi ha dato quasi il nervoso in quanto non riuscivo a cogliere la promessa maestria dell’opera, nella cui lettura ho proseguito al solo scopo di immergermi in un’atmosfera che mi affascina sempre, godendo con la fantasia dei tramonti ocra a illuminare i borghi di terra francese, il fascino normanno che rammento sempre con estremo piacere e un pizzico di nostalgia… e invece di colpo qualcosa è cambiato e questa bravura dell’autore l’ho colta, ho iniziato a collegare gli eventi e ho capito…

Può un romanzo che si apre con un omicidio essere intriso di bellezza e di poesia? Questo lo è, fino al punto finale.

E se vi va di leggerlo vi lascio il consueto link: Ninfee nere

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“La carne “ di Emma Glass

“Vischiosa appiccicosa appiccica appiccicaticcia lana lacerata bagnata, avvolta intorno alle ferite, cuce la cute squarciata mentre cammini, raschio la mano guantata contro il muro. Mattoni rossi ruvidi rompono la lana. Rompono la pelle. Pelle rossa ruvida. Tiro via il guanto di pelo dalle dita con una smorfia, mentre i fili strappati si aggrappano ai fili sulle nocche. È buio. Il sangue è nero. Secco. Crepa crepitio crepitante. L’odore di grasso bruciato mi intasa le narici. Avvicino le dita alla faccia e tolgo l’unto. Si attacca alla lingua, striscia in bocca, slitta sui denti, sulle guance, gocciola in gola. Vomito. Il vomito è rosa al chiaro di luna. Polposo. Crasso.”

Ecco un libro breve, di sole 114 pagine, che ho letto in un pomeriggio… e onestamente non so veramente da che parte iniziare. Diciamo che mi era stato consigliato, diciamo anche che non ne ho salvato nemmeno un capoverso, ma siccome potrebbe trattarsi di una valutazione meramente soggettiva io ve ne parlo, poi vedete voi.

La protagonista è Peach, una ragazza vegetariana che già nelle prime pagine viene aggredita da un uomo fatto di salsicce, tant’è che riesce a ferirla sino a farla rincasare con il sangue che le scende dalle gambe, costringendola ad una sutura fai da te e al tentativo, fallimentare, di proseguire la propria vita ignorando l’accaduto.

Purtroppo l’uomo fatto di salsicce continuerà a perseguitarla perturbando la sua vita in famiglia, nonostante l’amorevole presenza di due genitori carnivori, di un fratellino fatto di gelatina e cosparso di zucchero a velo e di un fidanzato, Green.

L’odore di carne bruciata continuerà a perseguitare Peach lungo tutta la narrazione, nel mentre, a seguito dell’episodio di violenza, vede trasformare anche il proprio corpo. Nel caso in cui foste interessati alla lettura non proseguo oltre per non incorrere in spoiler, tuttavia mi sento di dire che la prosa è ritmica, percussiva, cruda e viscerale, come l’esempio riportato all’inizio del post, in una continua contrapposizione tra bene e male, violenza e redenzione. Particolare sicuramente, a volte forte, ma non mi è piaciuto, non salvo nulla, anche se l’idea è certamente originale, ma io amo la vera letteratura, quella ricca di verbi e di consecutio, di aggettivi, di tutti quegli arricchimenti stilistici tipici della lingua italiana. Bocciato.

Se tuttavia voleste provarci vi lascio il consueto link La carne

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“L’invenzione di noi due“ di Matteo Bussola

Ne avevo sentito parlare, tant’è che l’ho iniziato per curiosità, senza troppe aspettative, venivo da un libro di più di mille pagine e necessitavo di aria fresca, di leggerezza: qui le pagine erano nettamente in numero inferiore e l’interlinea adatto alle mie esigenze di “riposo”.

Non conoscevo nemmeno l’autore, ad essere onesta, ma perché no? Mi sono trovata dinanzi ad una narrazione anomala e poetica, di un uomo che scrive da donna e che scrive del rapporto tra un uomo dall’indole assolutamente femminile e una donna molto decisa e quasi mascolina nell’assenza di fronzoli caratteriali. Sull’orlo del fallimento del proprio matrimonio, Milo ritorna con il cuore al primo incontro con Nadia, ai loro iniziali contatti epistolari scritti sui banchi di scuola, sulla fòrmica verde del banco in condivisione e allora decide di riproporre un rapporto simile, pur se firmandosi con uno pseudonimo, quasi un alter ego del proprio essere, corrispondenza che si fa sempre più intensa, sino a trovarsi davanti non più a se stesso ma letteralmente ad un rivale creato da lui medesimo.

Lo scambio di messaggi inizia allo scopo di cercare ancora un filo di rapporto con la moglie che continua ad amare, tuttavia proprio grazie a questo scambio di battute e di confidenze sarà proprio lei a mostrargli la strada del ritorno, il modo per rivalutare se stesso e comprendere a fondo i propri errori, quelli che lo hanno portato a rovinare la bellezza di un rapporto costruito con ingenuità e freschezza.

Si sa però che il fallimento non trova mai radici da una sola parte, tant’è che quando forse si apre una speranza finisce con il chiudersi anche la porta… ma finché non si gira la chiave nella serratura qualcosa può cambiare.

É un libro che ho letto in una giornata, scorrevolissimo e scritto davvero molto bene, realista ma poetico, che a tratti mi ha ricordato “Le ho mai raccontato del vento del Nord” di Daniel Glattauer, un po’ per la delicatezza poetica e un po’ per la struttura epistolare, sebbene il tema vi si discosti. Ve ne propongo la lettura, penso potrebbe piacervi.

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“Una vita come tante “ di Hanya Yanagihara

Di questo libro se ne sono dette tante, che si tratta di un romanzo sconvolgente, che abbia portato al pianto chiunque lo abbia letto, che sia drammatico, a tratti straziante, ma anche che sia un libro sull’omosessualità, sull’amicizia e sul dolore.

Procediamo con calma e analizziamo quello che, a parer mio, è un gran bel libro, lunghissimo visto che supera le mille pagine, ma che scorre come acqua fresca: l’autrice è stata bravissima in quanto dalle prime pagine ci fa intendere si tratti di un romanzo incentrato sulla leggerezza dell’amicizia tra Willem, aspirante attore, Malcom, futuro architetto, J.B., improntato alla carriera artistica, e Jude, spietato avvocato in erba… tuttavia ben presto l’attenzione verrà spostata solo sulla figura di quest’ultimo e sulle dolorose vicende che lo hanno accompagnato sin dalla più tenera età.

Tuttavia anche i dolori che hanno segnato l’esistenza di Jude vengono snocciolati un po’ alla volta, con molta parsimonia, in maniera tale da indurre il lettore a proseguire la lettura, un capitolo dopo l’altro e nonostante la lunghezza notevole di ciascuno di essi, per cercare di comprendere la psiche di quello che oramai si è compreso essere il protagonista.

Non è nemmeno un romanzo sull’omosessualità in quanto abbiamo a che fare con un personaggio etero che dà più spazio a ciò che prova per Jude, a costo di subire un’etichetta di omosessualità che potrebbe anche mettere a repentaglio una carriera faticosamente costruita, mentre dall’altra parte abbiamo Jude, assolutamente non in grado di provare nulla più di quanto abbia appreso in seguito a quanto gli è stato inflitto dal genere maschile . Del resto Jude è il peggior nemico di se stesso, dipendente dall’autolesionismo e, successivamente, dall’amore verso chi si prenderà cura di lui in età adulta.

Non è neanche un romanzo sul dolore, ma sulla coesistenza con esso, sul toccare il fondo quando la solitudine si unisce al bruciore della perdita, quando la disperazione toglie il fiato, quando si superano gli atti di autolesionismo facendosi ancora più male e precipitando verso il punto di non ritorno.

C’è chi ha pianto molto, specie leggendo gli ultimi due capitoli, il che mi ha portata ad avere un’aspettativa diversa da quanto realizzatosi, soprattutto in virtù del fatto che io sia una persona dalla lacrima facile… e invece no, nulla, assolutamente nessuna reazione emotiva tranne l’apprezzamento per un libro veramente molto bello, che ho voluto leggere, che ho cercato a lungo ad un prezzo decente e che però ho già rivenduto nonostante mi sia stato riferito che per lungo tempo tende a rimanere nel cuore.

Si tratta comunque di una lettura che proporrei assolutamente, la cui trama non ho voluto snoccciolare in questo post perché sarebbe stato un vero peccato: è da leggere, è delicato, privo di volgarità, è intriso di dolcezza e sono certa non ve ne pentirete! Buona lettura 🧡

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“La nona casa” di Leigh Bardugo

Questo è un momento in cui cerco di leggere quanto più mi sia possibile, organizzandomi il poco tempo che ho al meglio, per soddisfare questo desiderio pressante di accoccolarmi con un libro tra le mani.

Sicuramente l’aver cambiato la libreria, il che ha comportato il doverla vuotare completamente, ha smosso quella voglia di eliminare alcuni romanzi e di acquistarne di nuovi, da affiancare a quelli già presenti nel mio lettore Kindle, ma soprattutto con la voglia di esplorare nuovi generi narrativi.

“La nona casa” è un fantasy per adulti che si poggia su un contesto realmente esistente ed è proprio grazie all’innesto su una realtà presente che l’impianto narrativo funziona bene: Yale esiste realmente e presenta i propri riferimenti geografici che, almeno nel nostro immaginario, hanno una percezione che rende credibile la narrazione.

Tuttavia l’autrice ha avuto la bravura di creare, al di sopra e parallelamente al contesto reale, un universo magico in cui l’invenzione ci conduce nella magia, in cui veniamo accompagnati un passo alla volta, permettendoci di comprendere alcuni passaggi non scontati, da Galaxy, detta Alex, anch’essa neofita del campus, ma soprattutto della magia che vi aleggia.

Alex arriva al campus grazie ad una borsa di studio che la salva da una vita pericolosa e decadente, che le offre quindi una possibilità di redenzione in cambio dell’aiuto che può offrire grazie alla propria capacità di entrare in contatto con le anime, punto centrale che si inizia a comprendere nel momento in cui si fa riferimento alle attività propiziatorie degli Aruspici, nonostante non si tratti di un passaggio molto chiaro, a meno che non lo si abbia appreso grazie a degli studi precedenti.

Sempre rimanendo sul piano della dicotomia realtà e finzione, si ricorda che le otto case, la cui ultima (la nona) casa è proprio la Lethe, sede alla quale è assegnata Alex, in realtà a Yale esistono e non sono altro che otto delle società segrete dell’ateneo e che qui vengono tramutate in potenti nodi magici in mano a soggetti ricchi e potenti con la pretesa di decidere le sorti del mondo.

La narrazione è arricchita dalla ricerca della verità in merito ad un delitto, che alla fine si infittisce di mistero grazie a magia, spettri, trucchi e segreti e che, nell’arrivare ad una soluzione, stende la trama per la risoluzione del secondo caso, alla sparizione nel nulla di Darlington, mentore di Alex e che ci accompagna al secondo volume.

Ma nel frattempo leggete questo, rilassandovi pur se con attenzione perché i salti continui dalla realtà alla magia non sono proprio sempre così scontati, c’è un continuo lavoro di equilibrismo che non consente distrazioni!

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“Sirene” di Laura Pugno

Questo è un breve romanzo distopico, post apocalittico, che vede, quali indiscusse protagoniste, le sirene, affascinanti creature descritte con terminologia da biologi, sia in merito al loro aspetto che relativamente ai comportamenti; in queste poche pagine sono contrapposte, nella loro purezza, alla bestialità umana, alla schiavitù delle passioni che contraddistingue l’uomo che, in questa narrazione, vive oramai in un mondo distrutto dalla ferocia della luce del sole e condannato alla morte in caso di esposizione alla stessa.

È un romanzo feroce, cattivo, graffiante, centotrentaquattro pagine di miseria umana, di prevaricazione, di tradimento, ma che dimostra come l’essere umano, nel perseguire la soddisfazione dei propri egoismi, sia destinato all’autodistruzione, senza possibilità di redenzione alcuna, mentre alle sirene, nella propria purezza, venga offerta una via di fuga e la speranza di una nuova vita.

Il romanzo si incentra sulle figure di Samuel, sorvegliante di una vasca di sirene, e di Mia, essere mezzosangue nato dall’unione del primo con una delle sirene sorvegliate e che, pur mantenendo i tratti distintivi ittici, assume alcuni aspetti genetici umani, dando quindi origine ad una nuova razza, quale una sorta di passaggio del testimone ad un’altra razza, ad una diversa intelligenza alla quale affidare la gestione del mondo, una sorta di “fuga dall’uomo “.

Il finale è assolutamente espiatorio e rappresentativo delle inevitabili sorti destinate alla miseria umana.

Si legge facilmente, in maniera scorrevole nonostante per qualcuno possa essere un pugno nello stomaco, ma merita di essere preso in considerazione!

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“Gli sdraiati” di Michele Serra

Foto dal web

Tra un libro impegnativo ed una sfornata di biscotti, mentre preparo contenuti “alimentari” come da tempo non ne vedete mi sono approcciata a questo volumetto, un po’ per curiosità e un po’ per rilassarmi. Ancora non so se parlarne bene o sentirmi un po’ presa in giro per la quasi banalità, io comunque ve lo propongo con obiettività in maniera tale che possiate trarne le vostre conclusioni.

Premetto che l’autore sa scrivere dannatamente bene e penso questo sia il pregio del libro, che alla fine io ho letto in una giornata, il cui fulcro è il rapporto tra autorità ed autorevolezza, analizzato da quello che si definisce un “dopopadre”, un padre che nel difficile rapporto con il figlio prova un senso di fallimento.

I figli sono gli sdraiati, perennemente spalmati su un divano tra testi scolastici, videogiochi, cuffiette alle orecchie, sigarette, merende, briciole, trascuratezza e abiti sformati, quelli che i padri non comprendono e che, nel caso di specie, non solo non interagiscono con la figura genitoriale ma che, pur invitati a partecipare ad un’attività in condivisione ne rifiutano anche il solo pensiero.

Infatti i capitoli sono intervallati dalle richieste, sempre più pressanti, del genitore per la condivisione di una salita al monte Nasca, con un’urgenza che rasenta la supplica, una metafora che solo alla fine ne chiarirà lo scopo.

Di fatto è la narrazione di un divario generazionale incentrato sull’involuzione della specie contrapposta alla possibile evoluzione della società futura, la cui voce narrante è quella di un padre che, sotto il peso del fallimento, cerca un punto di incontro con il figlio, un dialogo che stenta a decollare nonostante gli sforzi del genitore.

I tratti distintivi e comuni di una generazione vengono tratteggiati con ironia e sagacia, si sorride spesso e, se il lettore ha esperienza genitoriale con la citata fascia di età, può comprendere al meglio la problematica esposta e sentirsi meno solo; detto questo la tematica non è assolutamente noiosa bensì attuale, c’è chi ha demolito queste poche pagine forse a causa di un monologo che può annoiare, mentre io l’ho apprezzato per lo stile ironico, intelligente, per la disamina feroce e graffiante di un gap generazionale forse più profondo di quelli precedenti.

Alla fine, dopo una tirata critica e priva di speranza in merito alla generazione millenial qualcosa accade e si termina l’ultima pagina con il sorriso.

Lo consiglio? Non lo so in merito alla tematica (che io ho brillantemente e faticosamente superato da qualche anno), per quanto concerne la scrittura però è un sì pieno!

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“L’eco lontana delle onde del nord” di Corina Bomann

Immagine tratta dal web

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In quel momento mi accorsi che dietro il rivestimento c’era qualcosa. Era un pezzetto di carta ripiegato più volte: una lettera, scritta con calligrafia convulsa. L’inchiostro era sbiadito, le macchie di umidità avevano cancellato alcune parole. Ebbi una fitta al cuore.

«Quella barca l’ha comprata un tizio della Germania Est» disse. «Ne è passato di tempo, qualche anno dopo la riunificazione.»
«Sì, ma ora è mia» gli spiegai, fingendo di non essermi accorta del lieve disprezzo con cui aveva pronunciato le parole “un tizio della Germania Est”.

Nuovamente ho scelto un libro in base all’ambientazione, grazie al mare che in me crea sempre un’attrazione magnetica, qualunque ne sia la latitudine: qui ci affacciamo sulle coste del Baltico e l’ambientazione si srotola tra Amburgo, Rügen e Sassnitz, luoghi meravigliosi della Germania del nord, di un fascino terribile, sferzati dai venti gelidi marini eppure in grado di regalare, durante la bella stagione, un sole inaspettato.

Qui incontriamo Annabel che, con la compagnia della dolcissima figlia Leonie, sta cercando di ricostruirsi una vita dopo un periodo lacerato dai dolori di un passato mai dimenticato e di un matrimonio fallito miseramente e proprio nel momento in cui mette nuove radici le cose sembrano cambiare completamente, iniziando a volgere per il meglio; il tutto parte dalla “Rosa delle tempeste”, imbarcazione male in arnese che nel corso della sua lunga vita è stata utilizzata quale peschereccio, quale dragamine ma, soprattutto, per aiutare nella fuga i tedeschi della DDR verso il benestante Ovest e verso la libertà.

Alla base della vita di Annabel c’è una storia ancora non chiarita legata agli eventi precedenti la caduta del muro e continuamente si imbatte in episodi ancorati alla situazione politica dell’epoca che ha segnato tutti coloro i quali rivestono una posizione significativa nel testo: da Christian, che diverrà suo socio in affari nell’acquisto dell’imbarcazione, al gestore di uno dei principali alberghi della zona, all’ex capitano della “Rosa delle tempeste”, tutti indissolubilmente legati alle violenze perpetrate dalla Stasi nell’epoca antecedente l’unificazione tedesca.

I tratti storici sono appena delineati, tuttavia nell’armonia di un romanzo scorrevole e arioso è chiaro l’atteggiamento repressivo e i relativi danni causati dall’operato del MfS (Ministerium für Staatssicherheit, comunemente conosciuto quale Stasi), a prescindere da valutazioni ideologiche o politicizzate che qui non trovano fortunatamente spazio: è un romanzo, fine a se stesso, ma che trova fondamento in ciò che ha veramente rappresentato per il popolo tedesco un periodo buio della storia e che magari il lettore può avere l’occasione di approfondire un po’ per propria cultura personale.

Colpisce come, tra le pagine, l’autrice abbia voluto evidenziare una sorta di emarginazione e di atteggiamento sprezzante, da parte degli abitanti tedeschi dell’ovest, rispetto a quelli dell’ex Germania filosovietica, quali fossero dei diversi, degli emarginati a causa della loro povertà.

In queste pagine c’è lo spazio per il riscatto, per un equilibrio ritrovato, per la volontà di rinascita, per il perdono, per la volontà di abbandonare il rancore a favore di una giustizia dei sentimenti pur senza dimenticare ciò che è stato e i torti subiti, le vite rovinate e perdute.

Ancora una volta ho scelto un romanzo dei sentimenti, senza un vuoto dietro ma con un’ambientazione ben precisa e radicata nella storia dei popoli, raccontata in modo non pesante ma efficace e situata in un contesto geografico affascinante, un’opera in cui alla fine la vera protagonista è la “Rosa delle tempeste”, ma in cui l’elemento umano è evidente nella prosa pacata narrante i sentimenti in maniera molto intima e privata pur nella loro devastante potenza.

 

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“Una casa sul mare del nord” di Nina George

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Non è mai troppo tardi, mai, nemmeno un’ora prima del nulla.

Avevo già incontrato, sulla mia strada di lettrice vorace, questa autrice con “Una piccola libreria a Parigi”, ma ero rimasta un po’ interdetta dal suo stile un po’ strano, forse per i miei gusti troppo confuso, diverso da ciò cui sono abituata di solito… invece con questa seconda lettura forse ho iniziato a comprenderla meglio perché le sue frasi talora rimangono con il senso sospeso nel vento, cariche di una poesia che caratterizza ogni riga che esca dalla sua penna, ricche di una delicatezza cui forse non sono avvezza.

Qui si narra il ritorno alla vita di Marianne, il suo ritrovare la strada dopo aver cercato la morte, il suo anelito profondo di esistere e di rinascere dopo aver toccato il fondo più cupo della propria spersonalizzazione, vittima dell’indifferenza di un marito che l’ha annullata in ogni sfumatura della sua personalità.

Marianne è tedesca e inizia il suo viaggio verso la vita proprio dalla ricerca della morte, sopravvissuta ad un tuffo da Pont Neuf e salvata dalle gelide acque della Senna da un clochard gentile e premuroso, ma ben presto da Parigi si trova in Bretagna e lì esplode tutto il suo bisogno di riscatto, la sua rivendicazione dei sentimenti sopiti ed annullati, schiacciati dalla personalità egoista di un uomo sbagliato e fedifrago che ben presto si mette sulle sue tracce per trovare dinanzi a sé una donna cambiata, una donna che a sessant’anni si è innamorata, che ha avuto il coraggio di rimettere in discussione tutta se stessa grazie alla generosità degli abitanti del meraviglioso paese sull’oceano cui è approdata seguendo una tegola dipinta che lo rappresentava.

Ed è proprio all’autore di quella tegola che lei arriva, riconoscendolo subito come la sua perfetta metà, lontano anni luce dalla pochezza della vita che ha lasciato a casa e che, nonostante i mille dubbi e i sensi di colpa che l’attanagliano, continua ad attenderla con amore, dedizione e pazienza.

Marianne è una donna che diventa molto bella, a tratti speciale, quasi una maga che solo al contatto con gli altri ne riesce a captare i pensieri più intimi, che riesce ad entrare negli anfratti dell’animo umano, che la notte si siede sulla spiaggia e suona alla luna, che nella notte di Samhain può sentire il mondo dei morti che si congiunge a quello dei vivi… ed è grazie al suo istinto che riesce alla fine a scegliere la strada giusta, quella che porta alla sua felicità e a quella dei paesani che l’hanno amata da subito, all’amore di Yann e al ricordo dolcissimo di Sidonie, al cuore di tutti gli altri abitanti di Kerdruc che generosamente le hanno insegnato la lingua bretone e tutte le tradizioni pagane che costantemente arricchiscono le pagine di questo libro dolcissimo e poetico.

E’ un testo delicatissimo, ben scritto nonostante (a mio avviso) un errore di traduzione nelle prime pagine che mi ha confuso un po’ le idee, è un libro da leggere perché è un inno alla vita, alla volontà di trovarvi quanto di più bello vi possa essere in qualsiasi situazione, è poesia pura, delicatezza, comprensione delle debolezze umane, perdono e tanto tanto amore.

 

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