
Sì, c’eravamo già stati anni addietro ma ricordavamo ben poco, quindi vuoi non ritornarci? Specie con la consapevolezza di esservi al suo interno una biblioteca immensa? E quindi stamattina siamo saliti all’abbazia per una visita in totale autonomia sgaiattolando tra infinite masse di turisti incastrati in troppe (troppissime) visite guidate.




Si tratta di una abbazia benedettina, una delle più famose al mondo, costruita su un affioramento roccioso che domina la città di Melk, nella Bassa Austria, lungo le rive del Danubio e vicino alla valle di Wachau; si tratta di un raro esempio di monastero attivo ad oggi sino dal momento della sua fondazione. Essa venne fondata nel 1089, anno in cui Leopoldo II, Mangravio (ovvero Conte della Marca) d’Austria, donò ai monaci benedettini dell’Abbazia di Lambach uno dei propri castelli e nel XII secolo venne istituita una scuola all’interno della struttura, la cui biblioteca ben presto divenne famosa grazie alla sua vasta collezione di manoscritti. Nel corso del XV secolo il monastero divenne il fulcro della cosiddetta “Riforma di Melk”: infatti dopo un periodo storico in cui la religione subì un momento di crisi, collegato alla decadenza delle istituzioni spirituali, inizialmente vi fu una fortissima ripresa in tal senso, per poi raggiungere un punto di equilibrio dettato dalla giusta omogeneità tra il valore spirituale e quello razionale.



L’odierna abbazia è forgiata esclusivamente in stile barocco, inizialmente perseguito solamente mediante parziali ristrutturazioni del complesso, per poi estenderlo alla totalità dell’edificio, il cui massimo livello lo si rinviene nella chiesa, dinanzi alla quale anche il miscredente più incallito rimane con il fiato sospeso; essa venne costruita tra il 1702 e il 1736 dall’architetto Jakob Prandtauer, coadiuvato da Antonio Beduzzi, per il portale principale e da Lorenzo Mattielli per le statue che lo affiancano e gli angeli del timpano sovrastante, in quanto scultore della corte di Vienna.



Le parti che lasciano senza fiato il visitatore sono la biblioteca e la chiesa, di una bellezza senza pari: la prima, affrescata da Paul Troger, ospita pressapoco centomila volumi, divisi per materia, di un fascino unico ed inimitabile (lo sapete quanto io ami i libri, per me questi spazi sono il paradiso), inclusi alcuni manoscritti del IX secolo e alcuni incunaboli, oltre a due mappamondi meravigliosi, di Vincenzo Maria Coronelli, uno dedicato alla terra e uno ai cieli, con le costellazioni rappresentate in maniera eccelsa… favolosi! La chiesa, invece, è uno spettacolo barocco il cui interno è attribuito ad Antonio Beduzzi, realizzata con una navata ed un transetto, cappelle laterali e gallerie, oltre ad una cupola alta 64 metri: gli affreschi della cupola sono di Johann Michael Rottmayr.



L’abbazia, proprio grazie alla sua importanza, riuscì a sfuggire alla rovina durante il regno di Giuseppe II, periodo in cui molte altre abbazie si videro ridimensionate o addirittura eliminate, oltre a sopravvivere alle guerre napoleoniche e al periodo nazista, nonostante la confisca da parte dello stato; alla fine del secolo conflitto mondiale essa venne restituita alla funzione attuale, tant’è che oggi provvede all’istruzione di circa 900 studenti di entrambi i sessi, facendo parte della Confederazione benedettina.


Prima di parlarvi della cittadina ci tengo a precisare che le foto all’interno sono proibite, motivo per il quale alcune delle foto che ho inserito in questo articolo sono scaricate dalla cartellonistica dell’abbazia, alcune dal suo sito ufficiale mentre altre sono di mia proprietà avendola già visitata in passato (probabilmente i divieti non riguardavano l’intera struttura, ma non ricordo bene).







Dopo l’abbazia siamo ritornati a prendere le cagnoline e abbiamo visitato la cittadina, piccola e deliziosa: anticamente essa aveva il nome di Mölk, ebbe il diritto di tenere un mercato (Marktrecht) nel 1227 e divenne una vera e propria città nel 1898 e proprio questa storia variegata le ha regalato una gran varietà di stili architettonici. Nel corso del secondo conflitto mondiale in città vi era un sottocampo del campo di concentramento di Mauthausen (uno dei più feroci che io abbia visitato), del quale oggi rimane solo il crematorio.
La cittadina si snoda lungo le due vie principali, ovvero la Zagalauergasse e la Wiener Straße, la prima subisce un restringimento a causa della presenza delle mura cittadine, ovvero dove si trovava la Wiener Tor (la Porta di Vienna), mentre dalla parte opposta vi era la Linzer Tor (la Porta di Linz), i due accessi principali di Melk. La Wiener Straße si apre nella Rathausplatz (la piazza del Municipio), risalente al 1575, mentre al centro della piazza è situata la Kolomanbrunnen, una fontana donata dall’abbazia alla cittadinanza.

Di fatto questo è l’ultimo giorno di questo viaggio, domani torneremo verso casa ma, prima di lasciare Melk, vorremmo visitarne il castello… se ne sarà valsa la pena vi accompagnerò nella visita!
A proposito, dopo l’esperienza nei paesi precedenti, qui la cittadina è disseminata di fontane con ciotole a disposizione (e app dalla quale poter trovare ogni singola fonte d’acqua) per i nostri amici con la coda oltre ad esservi delle casette per gli insetti, costruite con legno e rametti, mentre sia la Slovacchia che la Repubblica Ceca erano disseminate di trappole in cui le api trovavano una fine orrenda. Non aggiungo altro in merito alla civiltà.

Una curiosità: di tale città è originario Adso da Melk, uno dei protagonisti de “Il nome della rosa” di Umberto Eco.




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