
Questo è stato un libro che, a partire dalla copertina, mi ha attirata sin da subito, con quest’atmosfera colorata che sa di estate perenne, di mediterraneo, di profumi e di aria di mare e in effetti è stato così, l’ho divorato e mi ha tenuto davvero compagnia con la sua leggerezza.
Il romanzo è ambientato a Tunisi, tra il 1959 e il 1961, alla vigilia dell’indipendenza, e narra le vicende della famiglia Brancata, emigrata dalla Sicilia nel quartiere di Borgel, focalizzandosi sulla memoria familiare e sull’identità femminile in un’atmosfera intima, delicata ed evocativa in cui si fondono le personalità e le nostalgie degli immigrati italiani, ebrei e maltesi e narrando la vita della colonia italiana costituitasi in Tunisia nel corso di poco più di un secolo, per poi accompagnare il lettore verso l’addio alla bellezza di una terra meravigliosa nella decisione di rientrare nel proprio paese natìo.
Il romanzo regala la leggerezza della vita di Anna, Vitina e Pupetta Brancato, romantiche adolescenti che vivono di sogni e di miti del cinema e che si lanciano in atti proibiti con i ragazzi francesi e con l’intraprendente tunisino Zizou, ispirandosi alla bellezza italo-tunisina Claudia Cardinale e vivendo sempre con il cuore nel cinema, un po’ come accade al Totò di “Nuovo cinema Paradiso”, che oltretutto è il mio film del cuore!
L’emigrazione verso il nord Africa ha dato vita ad una piccola patria che ha realizzato scuole, biblioteche, strutture sanitarie, negozi artigianali, chiese e addirittura giornali stampati in italiano, il tutto grazie a più fasi migratorie iniziate nel 1836, quando Garibaldi vi approdò per sfuggire ad un arresto e trattenendovisi per un certo periodo e quindi, a partire dai moti risorgimentali della prima metà dell’Ottocento (quindi ritorniamo al periodo dei liberali, dei massoni, dei mazziniani e dei carbonari), la zona venne occupata dai vari fuoriusciti politici; successivamente vi fu una seconda ondata migratoria, negli anni post indipendenza, in cui soprattutto molti genovesi tra pescatori , contadini, artigiani e piccoli commercianti, economicamente sfavoriti dalla unificazione del nostro paese, optarono per cercare fortuna grazie al Protettorato francese che, nel 1881, iniziarono la ricerca di manodopera qualificata per la modernizzazione della Tunisia, già relativamente unita al nostro paese da scambi commerciali. I nostri connazionali però ripresero a rientrare in patria quando, nel 1060, venne varata una legge sulla manodopera, da parte del governo di Bourghiba, atta a favorire la manodopera tunisina oltre a spingere verso l’arabizzazione delle scuole, da cui la crescente inospitalità verso lo straniero.
Queste sono pochissime tracce storiche per meglio comprendere la collocazione socio politica della narrazione, che ho voluto personalmente comprendere essendo eventi vissuti anche nella mia famiglia (ancora ricordo i racconti della fabbrica di pentole dello zio di Tunisi…), ma già di per sè è un romanzo molto gradevole, senza necessariamente approfondirne l’aspetto storico, ma solo godendo della vista del mare dalla terrazza sul tetto di casa, del profumo della frutta e dai rapporti arricchenti di una società multietnica fondata sul rispetto, tutti elementi narrati con intima delicatezza dall’autore. Merita davvero.




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