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Il profumo della lettura

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“Amabili resti” di Alice Seibold

Pochi mesi fa ho letto tutto d’un fiato questo romanzo, commovente e doloroso, ma che scorre in un soffio grazie ad una narrazione incredibilmente leggera nonostante il dolore che lo impregna. Siamo davanti alla morte violenta subita da Susie Salmon, che viene ampiamente descritta sin dalle prime pagine, motivo per il quale non sto incorrendo in alcun spoiler, una ragazzina quattordicenne che dal “suo cielo” assiste a quanto avviene nella sua famiglia, dall’elaborazione del lutto alla ricerca del responsabile della sua morte.

Il tono delle volte riesce ad essere anche ironico, ma è sempre delicato e profondo, grazie alla narrazione fatta in prima persona proprio da Susie, la quale trasforma il dramma in un racconto di crescita e di dolore che coinvolge l’intera famiglia superstite, dalla memoria al finalmente meritato distacco da una sofferenza lancinante.

In questo scritto viene narrata l’elaborazione del lutto, la necessità di sopravvivere al dolore, la vita quotidiana di chi sopravvive alla tragedia, la crudeltà di chi rischia di rimanere impunito nonostante tutto, la ricerca costante della verità per ottenere almeno la giustizia che Susie merita; nonostante tutto ciò è un romanzo estremamente godibile grazie alla maestrìa dell’autrice, la quale riesce a permeare il dolore facendovi emergere tanta umanità, a mitigarlo con l’ironia e a rendere tutto affrontabile con la consapevolezza di avere tra le mani un romanzo bellissimo da leggere fino in fondo senza doverlo abbandonare per la crudeltà del tema trattato.

Vale davvero la lettura.

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“Il corpo in cui sono nata” di Guadalupe Nettel

Il silenzio, come il sale, è lieve solo in apparenza: in realtà, se il tempo lo inumidisce, diventa pesante come un’incudine.

Guadalupe Nettel ha una prosa incredibilmente bella, ma se redige un romanzo autobiografico tocca il cielo: è un libro di memorie, un libro sull’accettazione di se stessi, un libro che ha inizio con un cerotto a coprire l’occhio sinistro dove si trova una chiazza bianca pupillare, un problema non facilmente risolvibile nel Messico degli anni settanta, in cui il trapianto di cornea nei bambini non è contemplato. Rimane la fisioterapia, rimangono i cerotti, rimane la ricerca dell’accettazione per se stessi, complicata da una visione estremamente disturbata, da colori alterati e sagome non ben definite, in una realtà in cui la preoccupazione principale di un genitore non è la serenità del figlio bensì solo la correzione dei difetti.

La narrazione spazia anche sull’educazione progressista che viene fornita dai genitori dell’autrice, i quali, uscendo platealmente dagli schemi, mettono in discussione la religione (decisione sacrosanta in nome dell’apertura mentale) ma anche la magia di Babbo Natale, togliendo ogni poesia a quel bel sogno infantile in cui cullarsi con il cuore colmo di gioia.

In tutto questo viene estremizzato anche il concetto di procreazione, mettendo la protagonista davanti alla cruda realtà senza mezzi termini, senza quella delicatezza necessaria ad introdurre la conoscenza dei cicli fisici in un’età non ancora idonea alla totale comprensione di quanto esposto senza mezzi termini.

Tutto quanto contenuto in questo bellissimo romanzo viene esposto per il tramite della narrazione alla dottoressa Sazlavki, la quale accoglie silenziosamente la storia dell’infanzia dell’autrice che, in qualche maniera, trova il modo di abitare il corpo, imperfetto, in cui è nata, lasciando dietro di sè una sensazione di amarezza per quanto non è accaduto, pur con la consapevolezza di aver vissuto nell’amore della propria famiglia.

La prosa è meravigliosa, il significato recondito l’ho considerato fondamentale, il libro è di una bellezza assoluta.

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“La bestia” di Carmen Mola

Oggi siamo davanti ad un thriller storico realizzato a tre mani in quanto, sotto lo pseudonimo di Carmen Mola, si celano tre registi e sceneggiatori spagnoli: è stato un libro criticato ma a mio avviso estremamente intrattenente, cosa che io cerco in un romanzo in quanto, specie dopo una giornata pesante, non mi interessa apparire quale un’intellettuale che si dedica alla letteratura russa ma voglio semplicemente svagarmi e volare altrove con la mente (e sì, andava detto).

Siamo nella Madrid del 1834, in una città in preda al colera e allo scontro tra i sostenitori di Maria Cristina di Borbone e quelli di Carlos Maria Isidoro, chiamati carlisti e invisi ai più, scenario in cui lo scenario cittadino appare dilaniato dall’epidemia, dalla povertà, dall’incertezza e dal crimine, in un’atmosfera quasi gotica vista la decadenza collettiva. In questo caos collettivo si insinua la figura della Bestia, intenta a rapire e smembrare orrendamente delle bambine, i cui pezzi vengono lasciati impunemente lungo le strade della città; ovviamente la superstizione popolare porta ad incolpare di tutto ciò una bestia feroce mentre, ovviamente, dietro a tali aberrazioni si cela ben altro.

Le perplessità di una parte del pubblico risultano soprattutto incentrate sulla narrazione didascalica e che permette la lettura del testo anche con scarsa attenzione, ma del resto siamo dinanzi ad una trama ideata da tre registi/sceneggiatori, quindi avvezzi all’intrattenimento fine a se stesso, tuttavia per me è stato proprio questo il punto di forza del romanzo: l’intrattenimento. Si perde un po’ di adrenalina? Forse (ma non tutti gli autori sono emuli di Thilliez), tuttavia è un romanzo godibilissimo in cui i personaggi sono ben delineati e nel quale non si può non provare simpatia per Diego, per Lucìa o per Eloy.

Insomma, se volete regalarvi un po’ di intrattenimento estivo nonostante la canicola non vi dà tregua questo è il libro perfetto. E no, non vi dico di più perché un thriller deve rimanere tale 😃.

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“L’ultimo dei chiurli” di Fred Bodsworth

Con questo libriccino edito da Adelphi mi sono trovata davanti ad un romanzo-saggio naturalistico focalizzato sulla lunghissima migrazione dell’ultimo chiurlo eschimese, la cui narrazione poetica e pregna di particolari sicuramente ne fa un piccolo gioiello ma che spesso divide i lettori.

Ho incontrato persone entusiasmate da questa lettura, altre più tiepide, come la sottoscritta che si è annoiata non poco, ma a questo libro va riconosciuto sia la competenza scientifica sia la profonda empatia che genera verso il volatile, soprattutto se si tiene conto di quanto la cattiveria umana sia evidenziata nel corso della narrazione.

A livello didattico è interessantissima la narrazione di questa epica migrazione che porta il chiurlo a volare dal Sud America all’Artico, in un volo pressochè ininterrotto e spinto dalla ricerca, purtroppo vana, di una compagna inesistente stante l’estinzione della razza, il tutto con una prosa estremamente poetica che porta a collocare un contenuto scientifico all’interno di una prosa da romanzo.

Il libro è meraviglioso, un piccolo gioiello di una delicatezza inenarrabile che celebra la bellezza della natura e la sua forza oltre ogni avversità, ovviamente nella sua monotonia che può non piacere a tutti e, soprattutto, non se non lo si legge nel momento giusto, come forse è accaduto a me, ma merita moltissimo.

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“La libreria sulla collina” di Alba Donati

Ho desiderato per molto tempo leggere questo libro, attirata dalla sensazione fosse un libro “cozy”, aggettivo che non rinnego nemmeno dopo averlo letto, tuttavia qualche considerazione mi sento in dovere di farla in quanto le mie aspettative sono state deluse.

Mi aspettavo di trovarmi davanti a quello che per lunghi anni è stato un po’ il mio sogno proibito, ovvero una piccola libreria a conduzione familiare, magari con un angolo dedicato ai più piccini, in cui circondarsi da giochi in legno e leggere libri insieme, il tutto rigorosamente con una pausa merenda, con torte fatte in casa e tisana calda; una di quelle librerie in cui per ogni lettore c’è sempre il “suo” libro che lo attende e invece mi sono trovata davanti ad un libro che, di fatto, è un mero diario scritto in maniera molto semplicistica e priva di calore.

Il romanzo è autobiografico e fa riferimento alla vera libreria “Sopra la penna”, aperta a Lucignana, ai confini della Garfagnana, la quale ha subito problemi di ogni tipo rendendone difficoltosa la realizzazione, ma si sa che un sogno femminile è difficile da spegnere, tant’è che alla fine è venuta alla luce in tutto il suo splendore. Questo libro porta con sè, ad ogni capitolo, un elenco di titoli consigliati al lettore, trattandosi di opere che la titolare decide di acquistare per la propria attività commerciale, regalando quindi notevoli spunti letterari a chi abbia voglia di approfondire.

Da quanto scritto sino a qui si comprende bene come io non sia delusa dal contenuto del libro in sè nè tantomeno dell’idea della libreria (ci mancherebbe, dev’essere splendida!) ma non ho amato lo stile narrativo, troppo semplicistico, povero, arido, tant’è che mi è sembrato di trovarmi a leggere un tema della scuola elementare, un mero elenco di avvenimenti occorsi all’autrice un giorno dopo l’altro. Per il resto l’idea è bellissima, un angolo incantato di mondo dove l’umanità e i rapporti personali continuano a vivere.

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“Klara e il sole” di Kazuo Ishiguro

Con questa lettura, iniziata alla cieca e senza sapere alcunchè di essa, mi sono trovata davanti ad un romanzo distopico ma delicatissimo ed emozionante, un romanzo in cui ci si trova dinanzi al confine tra l’intelligenza artificiale e quella umana, una narrazione assolutamente attuale e concreta che ci impone una riflessione.

Klara è un A.A., ovvero un Amico Artificiale, che per una parte della propria vita si trova in un negozio che tratta esclusivamente questo tipo di commercio, almeno finchè non viene scelta da Josie, una bambina con un’evidente salute cagionevole che, non appena le è possibile, la ammira dalla vetrina, creando tra di loro quasi un rapporto affettivo che alla fine le porterà a scegliersi, evidenziando come un essere artificiale possa essere in grado di provare dei sentimenti pari, se non superiori, a quelli degli esseri umani. Le due per l’intero svolgersi del romanzo si proteggeranno, si aiuteranno e condivideranno gioie e dolori, talora delle delusioni, ma Klara, che nel frattempo sarà riuscita a conquistare anche i cuori aridi della madre di Josie e dell’arcigna governante, andrà oltre a tutto ciò, dimostrando una capacità di amare e di sacrificarsi per Josie, che forse nessun altro essere umano sarebbe stato in grado di dimostrare.

I sentimenti profondi di Klara porteranno ad un risultato inaspettato colpendo nel profondo il lettore al punto di commuoverlo, con una semplicità che entra nel profondo.

Mi sento davvero di suggerirne la lettura perché non penso ne rimarrete delusi!

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“Cuore capovolto” di Paola Barbato

E’ stato il primo romanzo di Paola Barbato che ho affrontato, incuriosita dalle recensioni ottime che ho letto sino ad oggi e che mi ha lasciata qualche perplessità, ma è meglio che io proceda con ordine.

Il protagonista è Alberto Danini, un esperto informatico che lavora per la polizia e che opera nell’ombra, trascorrendo le giornate dinanzi ad un monitor ed infiltrandosi online grazie ad un’incredibile capacità di immedesimarsi nelle personalità altrui assumendone modi colloquiali ed esistenziali, inserendosi perfettamente in qualsiasi fascia d’età, il tutto al fine di arrivare all’obiettivo e quindi di stanare i delinquenti.

Sono i colleghi ad operare alla luce del sole, almeno finchè non si imbatte nella vicenda di Leonardo, un tredicenne apparentemente coinvolto in una situazione sbagliata e più grande di lui, ma che ben presto si rivela essere un qualcosa di inaspettatamente molto peggiore; Leonardo lo coinvolge emotivamente, riconoscendo in lui un ragazzo vulnerabile e specchio della sua identità passata.

Non procedo oltre per ovvii motivi, tuttavia ammetto la trama incalzante e che incuriosisce il lettore, il quale si trova dinanzi ad una narrazione ben strutturata ed originale; il solo punto che mi ha infastidita, come forse oramai avrete capito se mi leggete abitualmente, è l’elemento queer che anche questa volta è stato inserito in ossequio al politicamente corretto e che, fosse stato inserito in un altro momento storico, tutt’al più mi avrebbe fatto tenerezza, mentre in questo caso in cui è divenuto quasi un elemento essenziale ed imprescindibile di qualsiasi narrazione, personalmente mi è risultato fastidioso e ha fatto sì che il romanzo stesso perdesse l’elevata valutazione iniziale. Sia chiaro: non per omofobia (ci mancherebbe, ho sempre difeso qualsiasi diverso), ma perchè il troppo stroppia.

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“L’ora di greco” di Han Kang

Dopo aver letto alcuni libri di questa autrice, la quale scrive divinamente, stante il fatto che ogni opera è profondamente diversa dall’altra, ho voluto affrontare anche questo, trovandomi quindi dinanzi ad un romanzo molto strano, intimo, delicato e frammentato.

I protagonisti non hanno alcun nome, ma lei non riesce più a parlare a causa di un trauma psicologico, come già occorsole in passato e all’epoca guarita grazie a delle “parole nuove” da apprendere, motivo per il quale decide di affrontare un corso di greco, con la speranza di indurre la propria mente a riprendere il corso delle parole. In questa occasione incontra il proprio insegnante, un uomo dal nome sconosciuto e che affronta anch’egli una perdita progressiva, quella della vista: siamo dinanzi a due nomi sconosciuti accomunati ciascuno dalla propria perdita, da una mancanza fisica che diviene una perdita morale e, se possibile, anche sentimentale.

Lei è minata dall’assenza di un figlio, affidato improvvisamente ad un marito lontano che non appartiene più alla sua vita, mentre lui è oramai rassegnato alla perdita di un amore che non potrà mai avere, che progressivamente non potrebbe nemmeno più vedere, il che li porta ad avvicinarsi nella reciproca ricerca di un conforto. Lei di fatto, immergendosi nello studio di una lingua antica, cerca una consolazione nei silenzi del proprio insegnante, creando un intersecarsi gentile e pudico di ricerca del calore umano.

Se questo libro mi sia piaciuto o meno ancora non lo so e ne è la prova che abbia lasciato trascorrere così tanto tempo tra la lettura e queste righe, in quanto necessitavo di lasciar sedimentare il tutto, tuttavia ciò che posso affermare con certezza è che Han Kang scrive in maniera divina, ha una prosa rara e preziosa, il che permette anche ad testo anomalo e frammentato come questo di diventare un piccolo gioiello.

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“Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde”

Può sembrare una recensione scontata vista la fama che precede tale opera, ma a mio avviso non lo è: quanti si sono visti imporre questa lettura a scuola, ad un’età non consona e non atta alla comprensione dell’essenza dell’opera? A me è andata anche peggio in quanto mi si imponevano i classici di Tolstoj o di Verga, facendomeli odiare e che chiaramente sono riuscita ad evitare come la peste, portando anche l’attenzione su quanto sbagliata possa essere l’imposizione, spesso rea di generare un disamore indotto nei confronti della lettura. Una sola volta ho sentito un (bravissimo) insegnante dire “leggete quello che preferite, ma fatelo, almeno un libro durante tutta l’estate, ma che vi piaccia”… la ola!!!

Piccolo momento polemico terminato e ritorno al libro: lo conoscono più o meno tutti (io in realtà non ne sapevo granchè per il punto di cui sopra), ma il significato recondito dell’opera è mirabile! La doppiezza umana, le bassezze di cui è capace una persona è qualcosa di inenarrabile, il tutto nascosto dietro un paravento, perchè di questo si tratta riferendosi al ritratto, a quello che nella versione originale è definito “the picture”, termine che va al di là della semplice definizione di ritratto.

Tutta la storia ruota attorno a tale quadro, dipinto da Basil Hallward, amico di Dorian e sul quale vengono scaricate tutte le conseguenze della vita dissoluta e libertina del protagonista, il quale in questa maniera mantiene la propria integrità fisica, a dispetto di quella morale, assolutamente inesistente; secondo Dorian e l’amico Henry Wotton, vera e propria figura malefica che spinge Dorian verso il baratro, la bellezza e l’appagamento sessuale sono gli unici valori da soddisfare, anche a costo della sofferenza altrui. Il finale è esplicativo di tutte le malefatte di Dorian e tutto sommato appare quale una vendetta ed un momento di soddisfazione per il lettore.

Chissà se me l’avessero proposta a scuola…

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“Il libro bianco” di Han Kang

Perchè consideriamo preziosi i minerali che luccicano, come l’argento, l’oro e i diamanti? Secondo alcuni, si deve al fatto che gli uomini primitivi identificavano il luccichio dell’acqua con la vita. L’acqua che brilla è pulita. Solo l’acqua potabile – fonte di vita – è limpida. Ogni volta che, dopo aver vagato in gruppo attraverso deserti, foreste o paludi putride, avvistavano in lontananza lo scintillio bianco di uno specchio d’acqua, dovevano provare una gioia struggente. Quella, per loro, era la vita. La bellezza.

Di questa bravissima autrice avevo già letto “Atti umani”, “La vegetariana” e “L’ora di greco”, tutte opere bellissime, molto diverse tra di loro ma accomunate da una prosa perfetta, la stessa che caratterizza anche “Il libro bianco”, pur trattandosi di un libro profondamente diverso dai precedenti.

Si tratta di un’opera estremamente intima, lirica, frammentata in brevi capitoli che sembrano dei pensieri appoggiati casualmente e con leggerezza sulle pagine, creando nell’insieme un libro evocativo che esplora il lutto e riflette sulla vita, sulla sua fragilità, sulla memoria dei dolori che la accompagnano, il tutto con una prosa poetica e delicatissima che incentra la trama sul colore bianco, il colore della purezza e dell’infanzia.

L’autrice tocca con delicatezza l’evento della morte della sorella, nata prematura e sopravvissuta solo poche ore, in una sorta di diario personale in cui affronta il dolore ma anche la possibile rinascita, intrecciando una serie di riflessioni quasi filosofiche alla concretezza di un periodo trascorso a Varsavia in età adulta, città in cui sono state vergate le prime pagine del romanzo.

Ho letto pareri contrastanti in merito a questo libro in quanto c’è chi lo ritiene un mero esercizio stilistico deteriore rispetto ai lavori precedenti, mentre c’è chi ne apprezza la scrittura; personalmente le prime pagine mi hanno trovata perplessa ed impreparata, eppure ho continuato la lettura rapita dalla prosa impeccabile di Han Kang, per poi comprendere dove volesse andare a parare ed apprezzarne il contenuto. E’ un libro piccino che si legge in poche ore e che vola come un soffio nella sua impalpabile delicatezza, quella che ci fa comprendere la bravura di un’autrice che, dalla ferocia e crudezza di “Atti umani”, sia stata in grado di realizzare un’opera così lieve.

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