
Ho terminato da pochissimi giorni la lettura di questo libro, tutto sommato un po’ vecchiotto ma che ultimamente sta spopolando nei gruppi di lettura, ammantato da un’hype esagerata dettata dal bookstagram.
Si tratta di un libro autobiografico, l’ultimo di Sylvia Plath prima della sua morte, in cui l’autrice narra di una brillante studentessa della provincia americana la quale, dopo aver vinto un soggiorno offerto da una rivista di moda, si trova nella New York borghese e spietata degli anni Cinquanta, in quell’America maccartista e spietata in cui la corsa al successo è d’obbligo. Il risultato sarà la scelta tra il trovarsi sotto, appunto, una campana di vetro rassicurante ma che la priverà sempre più delle proprie forze oppure lasciarsi ammaliare dal fascino della morte, fino alla malattia mentale, che poi è stata quella che ha portato alla fine l’autrice.
La prosa è scorrevole e le poche pagine che compongono il volume volano in pochissimi giorni, è un libro tutto sommato gradevole eppure spietato nel suo narrare di una solitudine che uccide, una solitudine raggelante che scava a fondo nel dolore e che verga le pagine come la richiesta di aiuto di una donna che ha voluto lasciare questa vita avendo la delicatezza di pensare prima ai propri figli. Ella aveva solo trent’anni quando, con lucidità, preparò la colazione ai propri bambini, aprì le finestre della loro stanza e sigillò la porta della stessa prima di suicidarsi con il gas del forno, in un impeto distruttivo ma ricco di amore materno.
Il libro venne pubblicato, sotto pseudonimo, poco meno di un mese prima della sua morte, lasciando dietro di sè una inascoltata richiesta di aiuto e uno scritto che vale la pena leggere.




6 Comments
Keep Calm & Drink Coffee
16 Marzo 2026 at 21:50Immagino che sia una lettura che lascia un carico pesante di quelli che vanno a depositarsi sul cuore.
Raggela anche la lucidità dell’essere madre fino all’ultimo secondo e al contempo la volontà di lasciare i propri figli a crescere senza di lei.
Tatiana
19 Marzo 2026 at 18:24La lucidità finale dell’autrice ha raggelato anche me mentre in merito al libro posso dire che è scritto bene, tuttavia l’impronta rispecchia la sua indole di poetessa, forse troppo delicata per lasciare nel lettore una traccia indelebile. Almeno questa è stata l’opinione condivisa da pressoché tutto il gruppo di lettura con il quale ho affrontato l’esperienza.
Keep Calm & Drink Coffee
22 Marzo 2026 at 10:42In effetti la capacità di esprimersi in versi non è da tutti. E probabilmente non è “traducibile” in scrittura per così dire tradizionale …
Tatiana
22 Marzo 2026 at 13:24Penso sia il background da poetessa che non riesca ad imprimere forza sufficiente alla trama. Paradossalmente un buon giornalista avrebbe lasciato un’impronta più profonda (un buon giornalista, ci tengo a precisare, non un pennivendolo come quelli che ultimamente allietano le nostre letture).
Silvia
30 Marzo 2026 at 15:08questa lettura io l’ho saltata…
Tatiana
31 Marzo 2026 at 1:25E non ti sei persa molto ad essere onesta…