
Ho terminato da pochissimi giorni la lettura di questo libro, tutto sommato un po’ vecchiotto ma che ultimamente sta spopolando nei gruppi di lettura, ammantato da un’hype esagerata dettata dal bookstagram.
Si tratta di un libro autobiografico, l’ultimo di Sylvia Plath prima della sua morte, in cui l’autrice narra di una brillante studentessa della provincia americana la quale, dopo aver vinto un soggiorno offerto da una rivista di moda, si trova nella New York borghese e spietata degli anni Cinquanta, in quell’America maccartista e spietata in cui la corsa al successo è d’obbligo. Il risultato sarà la scelta tra il trovarsi sotto, appunto, una campana di vetro rassicurante ma che la priverà sempre più delle proprie forze oppure lasciarsi ammaliare dal fascino della morte, fino alla malattia mentale, che poi è stata quella che ha portato alla fine l’autrice.
La prosa è scorrevole e le poche pagine che compongono il volume volano in pochissimi giorni, è un libro tutto sommato gradevole eppure spietato nel suo narrare di una solitudine che uccide, una solitudine raggelante che scava a fondo nel dolore e che verga le pagine come la richiesta di aiuto di una donna che ha voluto lasciare questa vita avendo la delicatezza di pensare prima ai propri figli. Ella aveva solo trent’anni quando, con lucidità, preparò la colazione ai propri bambini, aprì le finestre della loro stanza e sigillò la porta della stessa prima di suicidarsi con il gas del forno, in un impeto distruttivo ma ricco di amore materno.
Il libro venne pubblicato, sotto pseudonimo, poco meno di un mese prima della sua morte, lasciando dietro di sè una inascoltata richiesta di aiuto e uno scritto che vale la pena leggere.

