
Dopo aver letto alcuni libri di questa autrice, la quale scrive divinamente, stante il fatto che ogni opera è profondamente diversa dall’altra, ho voluto affrontare anche questo, trovandomi quindi dinanzi ad un romanzo molto strano, intimo, delicato e frammentato.
I protagonisti non hanno alcun nome, ma lei non riesce più a parlare a causa di un trauma psicologico, come già occorsole in passato e all’epoca guarita grazie a delle “parole nuove” da apprendere, motivo per il quale decide di affrontare un corso di greco, con la speranza di indurre la propria mente a riprendere il corso delle parole. In questa occasione incontra il proprio insegnante, un uomo dal nome sconosciuto e che affronta anch’egli una perdita progressiva, quella della vista: siamo dinanzi a due nomi sconosciuti accomunati ciascuno dalla propria perdita, da una mancanza fisica che diviene una perdita morale e, se possibile, anche sentimentale.
Lei è minata dall’assenza di un figlio, affidato improvvisamente ad un marito lontano che non appartiene più alla sua vita, mentre lui è oramai rassegnato alla perdita di un amore che non potrà mai avere, che progressivamente non potrebbe nemmeno più vedere, il che li porta ad avvicinarsi nella reciproca ricerca di un conforto. Lei di fatto, immergendosi nello studio di una lingua antica, cerca una consolazione nei silenzi del proprio insegnante, creando un intersecarsi gentile e pudico di ricerca del calore umano.
Se questo libro mi sia piaciuto o meno ancora non lo so e ne è la prova che abbia lasciato trascorrere così tanto tempo tra la lettura e queste righe, in quanto necessitavo di lasciar sedimentare il tutto, tuttavia ciò che posso affermare con certezza è che Han Kang scrive in maniera divina, ha una prosa rara e preziosa, il che permette anche ad testo anomalo e frammentato come questo di diventare un piccolo gioiello.





