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“L’ora di greco” di Han Kang

Dopo aver letto alcuni libri di questa autrice, la quale scrive divinamente, stante il fatto che ogni opera è profondamente diversa dall’altra, ho voluto affrontare anche questo, trovandomi quindi dinanzi ad un romanzo molto strano, intimo, delicato e frammentato.

I protagonisti non hanno alcun nome, ma lei non riesce più a parlare a causa di un trauma psicologico, come già occorsole in passato e all’epoca guarita grazie a delle “parole nuove” da apprendere, motivo per il quale decide di affrontare un corso di greco, con la speranza di indurre la propria mente a riprendere il corso delle parole. In questa occasione incontra il proprio insegnante, un uomo dal nome sconosciuto e che affronta anch’egli una perdita progressiva, quella della vista: siamo dinanzi a due nomi sconosciuti accomunati ciascuno dalla propria perdita, da una mancanza fisica che diviene una perdita morale e, se possibile, anche sentimentale.

Lei è minata dall’assenza di un figlio, affidato improvvisamente ad un marito lontano che non appartiene più alla sua vita, mentre lui è oramai rassegnato alla perdita di un amore che non potrà mai avere, che progressivamente non potrebbe nemmeno più vedere, il che li porta ad avvicinarsi nella reciproca ricerca di un conforto. Lei di fatto, immergendosi nello studio di una lingua antica, cerca una consolazione nei silenzi del proprio insegnante, creando un intersecarsi gentile e pudico di ricerca del calore umano.

Se questo libro mi sia piaciuto o meno ancora non lo so e ne è la prova che abbia lasciato trascorrere così tanto tempo tra la lettura e queste righe, in quanto necessitavo di lasciar sedimentare il tutto, tuttavia ciò che posso affermare con certezza è che Han Kang scrive in maniera divina, ha una prosa rara e preziosa, il che permette anche ad testo anomalo e frammentato come questo di diventare un piccolo gioiello.

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“Il libro bianco” di Han Kang

Perchè consideriamo preziosi i minerali che luccicano, come l’argento, l’oro e i diamanti? Secondo alcuni, si deve al fatto che gli uomini primitivi identificavano il luccichio dell’acqua con la vita. L’acqua che brilla è pulita. Solo l’acqua potabile – fonte di vita – è limpida. Ogni volta che, dopo aver vagato in gruppo attraverso deserti, foreste o paludi putride, avvistavano in lontananza lo scintillio bianco di uno specchio d’acqua, dovevano provare una gioia struggente. Quella, per loro, era la vita. La bellezza.

Di questa bravissima autrice avevo già letto “Atti umani”, “La vegetariana” e “L’ora di greco”, tutte opere bellissime, molto diverse tra di loro ma accomunate da una prosa perfetta, la stessa che caratterizza anche “Il libro bianco”, pur trattandosi di un libro profondamente diverso dai precedenti.

Si tratta di un’opera estremamente intima, lirica, frammentata in brevi capitoli che sembrano dei pensieri appoggiati casualmente e con leggerezza sulle pagine, creando nell’insieme un libro evocativo che esplora il lutto e riflette sulla vita, sulla sua fragilità, sulla memoria dei dolori che la accompagnano, il tutto con una prosa poetica e delicatissima che incentra la trama sul colore bianco, il colore della purezza e dell’infanzia.

L’autrice tocca con delicatezza l’evento della morte della sorella, nata prematura e sopravvissuta solo poche ore, in una sorta di diario personale in cui affronta il dolore ma anche la possibile rinascita, intrecciando una serie di riflessioni quasi filosofiche alla concretezza di un periodo trascorso a Varsavia in età adulta, città in cui sono state vergate le prime pagine del romanzo.

Ho letto pareri contrastanti in merito a questo libro in quanto c’è chi lo ritiene un mero esercizio stilistico deteriore rispetto ai lavori precedenti, mentre c’è chi ne apprezza la scrittura; personalmente le prime pagine mi hanno trovata perplessa ed impreparata, eppure ho continuato la lettura rapita dalla prosa impeccabile di Han Kang, per poi comprendere dove volesse andare a parare ed apprezzarne il contenuto. E’ un libro piccino che si legge in poche ore e che vola come un soffio nella sua impalpabile delicatezza, quella che ci fa comprendere la bravura di un’autrice che, dalla ferocia e crudezza di “Atti umani”, sia stata in grado di realizzare un’opera così lieve.

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“La vegetariana” di Han Kang

Premio Nobel per la letteratura 2024

Dopo aver letto “Atti umani”, terribile e bellissimo, ero impaziente di leggere anche questo romanzo, soprattutto in quanto me ne hanno parlato come di un’opera disturbante e difficile, molto più di “Atti umani”. Inizio col dire che il primo a me è piaciuto molto di più, che ho trovato estremamente più crudo nella narrazione della morte e, se vogliamo utilizzare tale termine, che a me non piace affatto, veramente disturbante, oltre che difficile in alcuni tratti meramente storici.

“La vegetariana” per me è stato un libro carente, almeno nel senso del contesto narrativo, aspetto che si evidenzia nel momento in cui la protagonista si trova ad essere vittima di violenze fisiche e psicologiche a seguito della propria decisione di cambiare alimentazione a favore di quella esclusivamente vegetale; alla stessa stregua dell’abitudine, tra famigliari, di chiamarsi con il titolo di parentela o affinità anzichè con il nome proprio, evidenziando come nella narrazione il substrato culturale venga dato per scontato, mettendo delle volte in difficoltà il lettore non appartenente alla società asiatica.

In merito al contenuto del romanzo ci troviamo dinanzi alla figura, alquanto disturbata, di Yeong-hye, una donna ordinaria e silenziosa, assolutamente banale ma che, improvvisamente, decide di non mangiare più alcun tipo di carne e, a dirla tutta, nemmeno di pesce nè di qualsiasi altro alimento che le dia un adeguato sostentamento, tant’è che in breve ella si trova a divenire l’ombra di se stessa, giustificando ciò esclusivamente con la risposta “Ho fatto un sogno”. Questo cambio di abitudini alimentari diviene quasi una metamorfosi simbolica che la porta ad adottare degli atteggiamenti e delle posture che possano farla assomigliare ad una pianta, non da ultimo lo stare in posizione verticale in quanto le mani, appoggiate al terreno, vengono da lei assimilate alle radici di un albero. Questo aspetto del libro porta il lettore attento a rinvenire nella narrazione la profonda connessione tra l’uomo e la natura, tematica ricorrente nella cultura coreana come in altre culture, non da ultimo il concetto buddista del distacco dal corpo fisico.

Tutto il romanzo è però anche permeato da una crudezza scarna e fredda, dalla narrazione di pratiche sessuali al limite dell’abuso, della violenza fisica e verbale, della prevaricazione, il tutto con una narrazione essenziale, vuota, gelida, che oltretutto lascia il lettore dinanzi ad un finale volutamente aperto, lasciandolo libero di decidere se sia meglio accettare una società alienante e maschilista (in realtà patriarcale, ma è un termine che detesto nel profondo in quanto abusato) come quella prospettata dalla narrazione oppure lasciare un mondo così opprimente. Io preferisco sempre i finali espliciti e decisi, com’è nel mio carattere che chiede sempre chiarezza, ma tant’è… questa è stata la volontà dell’autrice.

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