
Può sembrare una recensione scontata vista la fama che precede tale opera, ma a mio avviso non lo è: quanti si sono visti imporre questa lettura a scuola, ad un’età non consona e non atta alla comprensione dell’essenza dell’opera? A me è andata anche peggio in quanto mi si imponevano i classici di Tolstoj o di Verga, facendomeli odiare e che chiaramente sono riuscita ad evitare come la peste, portando anche l’attenzione su quanto sbagliata possa essere l’imposizione, spesso rea di generare un disamore indotto nei confronti della lettura. Una sola volta ho sentito un (bravissimo) insegnante dire “leggete quello che preferite, ma fatelo, almeno un libro durante tutta l’estate, ma che vi piaccia”… la ola!!!

Piccolo momento polemico terminato e ritorno al libro: lo conoscono più o meno tutti (io in realtà non ne sapevo granchè per il punto di cui sopra), ma il significato recondito dell’opera è mirabile! La doppiezza umana, le bassezze di cui è capace una persona è qualcosa di inenarrabile, il tutto nascosto dietro un paravento, perchè di questo si tratta riferendosi al ritratto, a quello che nella versione originale è definito “the picture”, termine che va al di là della semplice definizione di ritratto.

Tutta la storia ruota attorno a tale quadro, dipinto da Basil Hallward, amico di Dorian e sul quale vengono scaricate tutte le conseguenze della vita dissoluta e libertina del protagonista, il quale in questa maniera mantiene la propria integrità fisica, a dispetto di quella morale, assolutamente inesistente; secondo Dorian e l’amico Henry Wotton, vera e propria figura malefica che spinge Dorian verso il baratro, la bellezza e l’appagamento sessuale sono gli unici valori da soddisfare, anche a costo della sofferenza altrui. Il finale è esplicativo di tutte le malefatte di Dorian e tutto sommato appare quale una vendetta ed un momento di soddisfazione per il lettore.
Chissà se me l’avessero proposta a scuola…

